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L’ineliminabilità dello scarto

di Nicolò La Rocca

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Di Roberto Terrosi
Una volta mi capitò di andare a trovare degli amici che avevano una casa in
campagna. La villetta si trovava in un’area, in cui ogni terreno confinava con un altro. Vagando per questo podere a un certo punto mi imbattei in un cumulo di pietre. In quella parte, che era la più selvatica, c’era anche qualche masso sparso qua e là, ma il cumulo era notevole. Ne parlai con il padrone della villa e questi mi disse che le pietre erano il risultato del dissodamento di tutto il terreno e che, non potendole scaricare altrove, era stato costretto a “sacrificare” una parte dell’appezzamento per poter rendere produttivo o comunque praticabile il resto del podere. Questa situazione mi è sembrata particolarmente adatta a descrivere la dinamica del sacro o meglio della consacrazione. Infatti, tentare di definire l’essenza del sacro prendendolo solo come una fantomatica area di positività, allo stesso modo in cui ad esempio ha fatto Rudolph Otto, porta spesso a esiti mistici. Questo è il motivo per cui, nell’antropologia religiosa e nella storia delle religioni, spesso ci si rifiuta di parlare di sacro come concetto fine a sé stesso. Diversamente, partire da un atto, come la consacrazione, significa partire da una situazione ben precisa, che è quella della selezione e separazione di qualcosa per assegnarlo a una funzione improduttiva o addirittura per destinarlo alla distruzione. Quindi, laddove un approccio al sacro come esperienza si sofferma sull’elemento estatico, pensato come momento di positività e pienezza, l’approccio al sacro, inteso come consacrazione, dà risalto invece all’aspetto della differenziazione, del pericolo, del rischio e del danno. Il consacrare non è visto come una pienezza, ma, in primo luogo, come una perdita, e tale carattere trova il suo sviluppo consequenziale nella nozione di sacrificio (sacrum facere). Il problema è che i beni possono essere eliminati, ma le tensioni di cui essi vengono fatti carico restano fondamentalmente ineliminabili.  Non esiste una cura definitiva per l’instabilità e il rischio, esiste tutt’al più una terapia di mantenimento. La situazione è simile a quella di malattie croniche, come il diabete, in cui si può vivere seguendo una terapia, ma non si può mai guarire del tutto. La malattia in casi come questi è arginabile, ma allo stesso tempo ineliminabile. Le instabilità che minano la società arcaica sono appunto arginabili, ma non eliminabili in via definitiva. Per questo motivo la costituzione delle istituzioni sacrali può anche essere vista, in questo contesto, come un grande argine che viene costruito per contenere le fluide tensioni che ne minacciano l’esistenza. Tanto più queste ultime vengono concentrate, tanto più il resto della vita culturale risulta «dissodata» e quindi adatta alla produzione. Il problema che sta alla base della concentrazione sacrale è il fatto che la società non è, come invece sostenevano strutturalisti e funzionalisti, un sistema in equilibrio, perfettamente armonizzabile, ma, al contrario, esso si trova in uno stato di fondamentale squilibrio rispetto al quale vengono attivate delle dinamiche per trovare a tutti i costi un equilibrio provvisorio. Supponiamo che per gioco si dia a una persona il compito di costruire una griglia quadrata suddivisa a sua volta in quadrati con un certo numero di stecchini e che egli sia obbligato ad usarli tutti. Se gli si danno ad esempio venticinque stecchini, noi avremo messo questa persona di fronte a un compito insolubile; tuttavia, razionalmente, piuttosto di non fare alcuna griglia, sarà preferibile farla fin dove è possibile. Così invece di avere nove quadrati si avranno otto quadrati e un pentagono. Una figura dovrà essere abnorme, ma il resto avrà una configurazione ordinata. Una dinamica simile è quella del superomeostato descritto da Ross Ashby. Il superomeostato cerca a qualsiasi costo una configurazione stabile e se proprio non è possibile averla per tutti gli effettori, concentra l’eccedenza su uno di essi, riuscendo così a trovare, non l’equilibrio
perfetto, ma l’equilibrio migliore. Nel passaggio tra XVIII e XIX secolo si vanno formando tutta una serie di istituzioni che lasciano intendere che sia nata ormai una nuova concezione della società. Questa nuova società non include più gli elementi di scarto (o di eccesso), o comunque ciò che potremmo definire «le indigeribili scorie sociali», all’interno del sacro. Nella società europea ormai il sacro è appesantito e schiacciato da una potente ed elefantiaca istituzione religiosa. Infatti, non si deve pensare a una semplice coincidenza e a una totale sovrapponibilità tra istituzione religiosa e sacro, né a un’opposizione tra le due cose. L’istituzione religiosa ha dato vita a un qualcosa che solo per una parte riguarda il sacro. Essa, per lo più, è una grande struttura burocratica, con una propria politica, una diplomazia, un potere temporale, una filosofia (la teologia). Le spinte sacrali sono vive
tutt’al più a livello delle culture popolari o in correnti mistiche e talora sono combattute dall’istituzione religiosa in quanto definite come eresie. Dunque, il sacro non è più la spugna che assorbe, concentra e amministra le tensioni destabilizzanti e i fenomeni estremi. Così la nascente società moderna è costretta a elaborare delle strategie laiche di «smaltimento» o gestione delle «scorie sociali». Il primo esempio di scoria ineliminabile per la società moderna è costituito dalla follia. La follia nella società arcaica è risucchiata e gestita all’interno delle dinamiche del sacro. Nella modernità invece essa viene completamente laicizzata comportando il problema di eliminarla o di amministrarla (nel caso si dimostrasse ineliminabile). Da questo punto di vista, esistono due politiche, due strade che non si escludono a vicenda, ma che sono comunque sintomatiche del nuovo atteggiamento. Tipico della modernità è il fatto di non volersi rassegnare all’ineliminabilità di un problema. Si ritiene sempre e comunque che, con lo sviluppo della ragione e, conseguentemente, della tecnica, si possano trovare dei modi per risolvere in via definitiva problemi che prima erano sembrati insolubili. Quindi, contrariamente a quanto recita un celebre detto, abbiamo a che fare con un ottimismo della ragione e con un pessimismo della volontà. Infatti, dal punto di vista razionale, non si smette di studiare il modo di poter guarire sempre più scientificamente la follia, dall’altra, però, dal punto di vista di una volontà politica ispirata al realismo, si costruiscono gli istituti manicomiali in modo da poter gestire pragmaticamente il problema. Nella modernità si fa largo l’idea che tutti gli aspetti della vita sociale debbano essere settorializzati e gestiti da un’istituzione corrispondente. In questo modo si tenta di ottimizzare ulteriormente la produttività sociale. I lavoratori vengono messi negli opifici, gli studenti nei collegi e poi nelle università, i soldati nelle caserme, dopodiché, per quanto riguarda gli aspetti negativi del mondo sociale, si provvede con l’internamento in altre istituzioni: i malati negli ospedali, i criminali nelle carceri, i pazzi nei manicomi, le prostitute nei bordelli, gli anziani negli ospizi, gli ebrei nei ghetti ecc. Michel Foucault racconta alcuni di questi processi di internamento, concepiti come razionalizzazione laica delle scorie sociali ineliminabili. Emarginazione, internamento e controllo, sono i modi laici di gestione dell’ineliminabile. Il compimento di questa aspirazione a separare a internare, e infine a risolvere una volta per tutte il problema tentando di eliminare l’ineliminabile, giunge al parossismo in modo tragico e grottesco con il nazismo. Sotto il nazismo, ad esempio, tutti coloro che erano vittime di deformazioni genetiche venivano prima raccolti, poi internati, e infine soppressi metodicamente. Più noto poi è il caso delle minoranze etniche e delle opposizioni politiche verso il quale era diretta la famosa “soluzione finale”. La “scoria sociale” che aveva ossessionato la modernità sarebbe stata finalmente cancellata d’un sol colpo attraverso metodi drastici. Sappiamo che non vi riuscirono e che l’ineliminabile rimase tale (perché sarebbe rimasto tale comunque dato che non è un problema che si possa risolvere materialmente). La modernità presenta anche un’altra forma di esasperazione che ha costituito un motivo di superamento di sé stessa (anche se tale processo per alcuni versi è ancora in corso). Quest’altra forma è quella dell’ emancipazione. Le varie devianze sociali sono state oggetto negli ultimi quarant’anni di un discorso di emancipazione che condannava l’esclusione e l’internamento e indicava invece la via dell’inserimento dei “diversi” nella comunità. In questo caso la scoria torna a diluirsi nel sociale. Com’è possibile ciò? Ciò è reso possibile oggi, e non nelle società passate, a causa della maggiore potenza produttiva della società attuale sia in termini tecnologici di produzione economica sia in termini istituzionali di produzione di servizi capillarizzati e di benessere diffuso. Il livello di vita della società dei consumi è talmente alto che le persone si possono permettere il lusso di sopportare il disturbo delle diversità. Sia sul livello positivo che su quello negativo le grandi strutture reclusive vengono modificate, alleggerite o addirittura eliminate. Non esistono quasi più i collegi, le caserme si vanno sempre più svuotando grazie al servizio militare professionale. Le grandi fabbriche sono sostituite da strutture più
piccole, gli orari sono ridotti e sono diventati in alcuni casi più elastici. Per gli handicappati non c’è più internamento e segregazione ma inserimento nelle scuole e nel lavoro. Quindi le vecchie devianze sono inserite in un processo atto a farle rientrare nel corpo sociale, ma allo stesso tempo ne sono nate di nuove. L’immigrazione clandestina ha prodotto nuove povertà e nuove delinquenze, ma è soprattutto la droga la regina della devianza, solo per essa sono nate in questi stessi ultimi anni delle nuove strutture di internamento quali appunto le cosiddette «comunità di recupero»
Tutti i problemi sociali tendono a divenire problemi personali. Se la società arcaica aveva scandito la vita attraverso la gabbia del sacro, della ritualità e della tradizione (ognuno sapeva sempre cosa doveva fare, dato che le situazioni erano sempre le stesse e i ruoli sociali erano fissi); se la società moderna aveva creato un sistema di istituzioni forti che costituivano il tentativo di un’organizzazione razionale di una vita «normale» degli individui, la società attuale invece vede la sparizione delle grandi istituzioni (sostituite da un proliferare di istituzioni leggere e mutevoli, piccole, marginali, depotenziate) per concentrare, per quanto è possibile, tutto sulla dimensione individuale. Qualsiasi cosa, nella società attuale, diviene dunque instabile e provvisoria. Ciò facilita il consumo, la circolazione delle merci, l’ottimizzazione della produttività. Questo è propriamente lo scenario del postumano e della globalizzazione. Qui l’orizzonte dello scarto e della scoria si amplia notevolmente. Chiariamo innanzitutto in che relazione stanno il postumano e la globalizzazione con questa situazione. Partiamo dalla globalizzazione. Il sistema capitalistico internazionale ha l’esigenza di dare il maggior spazio possibile agli automatismi del mercato. L’idea moderna dello stato nazionale con le sue istituzioni rigide e rigorose costituisce dunque un ostacolo alle attuali esigenze economiche. Questo porta alla trasformazione tendenziale di tutti gli stati in province. Ma tali province non sono incluse o comunque non dipendono da uno stato più grande o potente che le governa (che oggi potrebbe essere rappresentato dagli Usa) come accadeva con la tradizionale idea di impero. L’impero attuale, se di impero si vuole parlare, non fa capo a nessuna entità politica, ma a un gruppo di lobbies internazionali. A questo punto nulla impedisce che lo stato politicamente più forte cerchi di legarsi a tali lobbies in un patto di potere in cui però l’istituzione politica (di qualsiasi tendenza sia) è sempre perdente. Il mercato segue uno sviluppo autonomo e incontrollabile in cui non vengono sfruttate e consumate solo le risorse, l’ambiente e i prodotti che ne derivano, ma anche i consumatori e gli stessi operatori economici (siano essi imprenditori o finanzieri). Tutti sono schiavi di un gioco le cui regole non sono decidibili né dal popolo democraticamente, né dal grande monopolista autocraticamente. Ogni individuo quindi è produttore, prodotto, consumatore e scarto. L’uomo-merce del posthuman vive lo stesso ciclo della merce ed è destinato a divenire rottame, scarto, scoria, immondizia. Come la merce egli può essere riciclato in alcune parti, ma il suo essere immondizia in potenza o in atto fa parte integrante della propria essenza. Utilizzando un linguaggio meno aristotelico, si può dire che la sua «scoriaceità» sia un suo aspetto strutturale. L’industria culturale in particolare produce due tipi di scarti. Il primo è rappresentato dal prodotto consumato che ormai ha esaurito la sua portata innovativa. Il secondo è rappresentato da ciò che non è mai riuscito ad entrare nel grande circuito della distribuzione. Per fare un esempio si può citare il caso dell’editoria. Una casa editrice produce ogni anno un elevato numero di titoli ben sapendo che esso è al di sopra di quanto il mercato ne possa assorbire. Si sa dunque fin dal principio che essi non potranno essere tutti dei best-seller. La reale strategia è quella di proporre al mercato un ventaglio di titoli sperando che almeno uno di essi diventi un best-seller. Questo risponde a un principio ben noto della riproduzione naturale. Una pianta produce migliaia di semi per aumentare la possibilità che ne nasca almeno un’altra, nei mammiferi l’apparato riproduttivo maschile lancia migliaia di spermatozoi affinché almeno uno riesca a fecondare l’ovulo e così via. Questo significa che una grande massa della produzione è condannata strutturalmente all’insuccesso, allo spreco e quindi allo scarto. Questo stesso principio vale anche per l’uomo-merce. Nella «società aperta» si dà luogo a una profusione di individualità diverse anche sotto il punto di vista formativo e professionale, in modo che almeno una parte possa riuscire utile all’espansione del sistema produttivo. All’opposto nella «società chiusa» ognuno nasceva all’interno di categorie ben precise e doveva attenersi ai compiti a cui era stato predestinato. Quindi, se per le società chiuse, da parte delle strutture di potere c’era un problema di contenimento (a cui corrispondeva uno speculare tentativo di superamento degli steccati da parte delle opposizioni), per quelle aperte, oggi, c’è all’opposto il solo problema dell’ingresso e della permanenza nell’area privilegiata. Quindi una gran parte degli uomini-merce sono predestinati strutturalmente all’insuccesso e a divenire quindi uomini-scarto. Tuttavia l’unico punto da cui può ripartire la tensione ricostruttiva del postumano è costituito proprio dal carattere simbolicamente ineliminabile dello scarto. In una società dove economia e istituzioni divengono sempre più frammentarie, molteplici, mobili e fluide, il sordo fondo di ineliminabilità dello scarto e il suo profondo carattere di scoria costituiscono paradossalmente alcuni tra i pochi punti fermi (in un mondo in continua mutazione) e dunque i punti di riferimento per la costruzione di nuove identità. Infatti il rifiuto e non l’ideale costituisce oggi paradossalmente quel «centro di gravità permanente» che prelude alla nuova costruzione identitaria.


4.12.2007 Commenta Feed Stampa