Cabaret Bisanzio, laboratorio di finzioni > Finzioni > Piccolo raccontino con morale la cui profondità (della morale) è inversamente proporzionale al titolo del presente post: come andò che da difensore mi spostarono a centrocampo, e io smisi immediatamente di capire qualcosa di calcio

Piccolo raccontino con morale la cui profondità (della morale) è inversamente proporzionale al titolo del presente post: come andò che da difensore mi spostarono a centrocampo, e io smisi immediatamente di capire qualcosa di calcio

di Sauro Sandroni

Nella foto, Don Henley e Don Felder, batterista e chitarrista degli Eagles, oppure Breitner e Netzer, della Germania Ovest. Il primo era soprannominato Io, come calciatore, nasco tipo una specie di Materazzi. Stessa altezza, stessa magrezza, stesso viso a uscio, stessa ignoranza di fondo. Ad accomunarmi a lui, inoltre, una simile facilità nel gioco aereo e una uguale tendenza a colpire qualsiasi stinco che non avesse un calzettone del mio stesso colore e si trovasse a transitare entro un raggio di dieci metri dal mio ombelico. Visto che assommavo tutte queste qualità, mi piazzarono in mezza alla difesa quando avevo nove anni e mi ci lasciarono fino a quando di anni ne avevo venticinque. Sì, perchè in difesa me la cavavo benone: scivolate nel fango con tripudio di schizzi (anche di sangue, proprio e altrui), spazzamenti dell’area di rigore tramite sforbiciate volanti, artroscopie di ginocchi stranieri eseguite senza anestesia, stritolamento occulto dei coglioni dei saltatori avversari in occasione dei calci d’angolo a sfavore: tutte cose che eseguivo con rara maestria e divertendomi come se mi avessero chiuso in una stanza con Belpietro legato alla seggiola.
Quello che mi ha rovinato, ad un certo punto della carriera di calciatore, è stata la mia tendenza al lancio lungo (oggi si direbbe “sciabolata morbida”) e al dribbling azzardato nell’area piccola. Sì, perchè dopo qualche tempo che facevo lo stopper e/o il libero (oggi si direbbe, molto più genericamente, “il difensore centrale”), presi col ruolo la stessa confidenza che ci può essere tra Sandra e Raimondo dopo che festeggiarono le nozze di titanio. Potevo vantare una certa eleganza e mi permettevo finezze rischiosissime, tipo retropassaggi di tacco al portiere all’altezza del dischetto del rigore, o veroniche da incoscienti eseguite praticamente sulla linea di porta. Ho fatto ricoverare per angina pectoris almeno tre allenatori anziani, e uno addirittura sotto i trenta, astemio, vegetariano, non fumatore. Mi divertivo. Poi c’era questo fatto dei lanci: facevo più gioco io con le mie verticalizzazioni lunghe che una squadriglia di mediani di manovra. Le due ali si incrociavano, quella sinistra andava a destra e quella destra a sinistra? Fiuuummm, lancio per una delle due (quasi sempre per la destra che andava a sinistra, forse perchè essendo destro mi veniva meglio, o forse per questioni politiche, chissà). E il gioco si apriva. Un centrocampista si inseriva senza palla, puntando verso la porta avversaria? Arifiuuummm, lancio in verticale. E si guadagnava metri. Mi divertivo un mucchio.
Poi, ad un certo punto della mia carriera, apparve uno strano allenatore. Era giovane, appena sei o sette anni più di me. Scapolo, ammanigliatissimo, aveva più donne che capelli in testa, guidava Mercedes rubate a in Lombardia e ricomprate in Albania con leasing truffaldini. Pare che in gioventù fosse stato un giocatore eccezionale, una mezzapunta molto tecnica fermata da un tendine rotuleo bastardissimamente rotto. Però era di Forza Italia, sfegatato. Silvio era il suo idolo. Lo venerava (a sentire lui, poi, addirittura ricambiato). Una volta non andai ad una partita. La settimana dopo, agli allenamenti, mi chiese perchè fossi mancato. Glielo dissi: ero ad una manifestazione a Roma, il culmine dell’okkupazione studentesca di quell’anno, che mi pare fosse contro una finanziaria di non so più chi. Io, a dire la verità, alla manifestazione a Roma ci ero andato (con l’autobus dei compagni della Pistoni Asso) perchè ci andava una mia amica delle magistrali, della quale ero non segretamente invaghito (speravo di avere accesso al privè, ecco). Inutile dire che dalla gita a Roma non ottenni niente, nè a livello politico nè a livello di toccate di puppe. E inutile dire che da quel giorno lì, con l’allenatore di Forza Italia, non feci più vita.
– Sauro, comunista di merda, rinvia quella cazzo di palla! – Mi gridava il mister dalla panchina. Oppure:
– Oh, pigliami quello lì, sfaticato! Il 10, quello pelato con i capelli lunghi! Com’è che oggi non corri un cazzo? Sfaticato! Fai conto che sia un esproprio proletario, vai! Vaffanculo te e le 35 ore, testa di minchia!
Cose del genere. Un giorno che lo rividi, qualche anno fa, si era convinto che la moglie di Prodi fosse coinvolta nei fatti di Cogne e mi disse che stava lavorando a un dossier per incastrarla. E non è che facesse il giornalista, eh? Mi pare fosse un rappresentante di polistirolo, sonasega. Faccio per farvi capire che tipo fosse.
Questo tipo qui, un giorno, si convince che io in difesa ero “sprecato”.
– Cioè, dai, te c’hai i piedi troppo buoni per stare in difesa. Ma li vedi i lanci che fai?
– Uhm…
– E i dribbling? No, via, te non mi ci puoi stare, in difesa. Te il gioco lo vedi, c’hai occhio. Dalla prossima ti metto a centrocampo.
E dalla prossima mi mise a centrocampo. Io non so se voi vi intendete di calcio, se avete mai giocato, se avete presente la differenza tra un ruolo che si gioca quasi da fermo (il libero) e uno che per farlo bene ci vogliono i polmoni della capienza di di una busta della Coop (il mediano). Se non lo sapete, provate a chiedere a Salvatore Fresi, che nell’Inter fece la mia stessa parabola discendente. Non ci capivo un cazzo: per la prima volta in vita mia giocavo con gente che campava stabilmente alle mie spalle, un po’ come se fossero stati eletti in Parlamento. Io alle spalle ci avevo sempre avuto solo il mio portiere, da un vita. Adesso dietro di me c’erano delle presenze inquietanti. Sentivo che si muovevano, le sentivo correre, ansimare, bestemmiare, mandare l’arbitro affanculo: allora mi giravo di scatto, impaurito, e non c’erano più. Si erano spostate sulla fascia, e adesso le avevo di lato. Allora guardavo di qua, e loro andavano di là. Quindi guardavo su, e loro andavano giù. Erano le punte avversarie, e sembravano dei ninja. Ma il problema non sarebbe stato neppure quello delle punte. No, il problema era che se mi giravo verso la mia porta per vedere loro, mi trovavo ad avere altra gente dietro di me, dall’altra parte. Dall’altra parte! I centrocampisti e i difensori. Mi sentivo accerchiato. Non facevo in tempo a ricevere un pallone, che subito li sentivi arrivare. Cioè, mi spiego, erano proprio delle presenze tangibili: sentivi prima una specie di pizzicorino alla nuca, tipo Uomo Ragno, poi i passi, poi gli ansimi e il fiato sul collo, poi quattro o cinque dei tuoi compagni ti gridavano, “Sauro! Oh! Uomo! Sauro! Arriva! ECCOLOECCOLOECCOLO, VIAVIAVIAVIAVIAVIA”. Dè, immaginatevi. Panico. Il pallone cominciò a scottare. Mi sembrava di essere un gattino contro il quale avessero aizzato una muta di pit-bull. Cominciai a buttarlo via a caso, il pallone, di prima, non appena aveva la ventura di arrivarmi a tiro. A volte, calciandolo con gli occhi chiusi, capitava che andasse dove c’era un mio compagno smarcato: allora mi arrivavano gli applausi. Altre volte, sempre calciandolo al buio, capitava che lo indirizzassi verso l’incrocio dei pali della mia porta: allora arrivavano le offese, a me e al “budello di mi’ madre'”. Senza contare che avevo un’autonomia di corsa di dieci minuti. Anzi no, ripensandoci, per correre correvo, solo che correvo completamente ad minchiam. Se il pallone era a destra, io mi trovavo a sinistra, sfiancato. Se si spostava nella tre quarti avversaria, io facevo uno scatto bruciante di una cinquantina di metri verso la mia area di rigore. Se il pallone tornava nella mia area di rigore, io mi precipitavo sulla lunetta del calcio d’angolo avversario, a parlare col guardalinee. E poi ero leeeeento. Lentissimo. Non avevo proprio il passo. Cazzo, vedevo gli arbitri che mi sfrecciavano accanto come leopardi. Gli arbitri, le persone con la corsa più ridicola che abbia mai visto! Fateci caso. Quando corrono, gli arbitri, sembrano babbuini ai quali è rimasta la carta igienica tra le chiappe. E andavano più forte di me! Non mi divertivo più.
Però l’allenatore sembrava contento, come nella canzone di De Gregori. Una domenica, dopo l’ennesima partita nella quale Don Lurio non avrebbe sfigurato se fosse stato al mio posto, mi disse:
– Grande Sauro! Hai visto? Te sei un centrocampista nato! Io c’ho occhio, maremma cane! Dammi retta!
– O Mario, – gli risposi, – ma sei sicuro? Oggi dagli spalti mi prendevano a sputi…
– Erano avversari, bischero!
– Eh? No, Mario: guarda che mio zio finora ha sempre tifato per noi…
– Ma via, stai bonino, io c’ho occhio! Te devi fare gioco nel mezzo al campo: c’hai il dribbling! Dammi retta, vedrai che carriera ti faccio fa’!
– Il dribbling, eh?
– Vai tranquillo!
Io andai tranquillo. E fu così che, nel giro di pochi mesi, persi il posto di titolare, la fiducia in me stesso e il saluto di mio zio, grande tifoso della squadra del paese. E fu così, in questo modo triste e malinconico, che smisi di giocare a calcio, uno dei miei più grandi amori insieme ai fagioli all’uccelletta e ai film con Alvaro Vitali.
Ora, questa storia, come dicevo anche nel titolo, ha una morale. La morale è la seguente: chi vota Forza Italia, secondo me, non capisce un bel segone nulla di calcio. Ci siamo capiti.

p.s.

Un altra morale del racconto, più nascosta (o forse meno), potrebbe essere anche questa: mai arrivare alla fine di una cosa che ho scritto io pensando di trovarci una morale seria, perchè c’è il rischio di rimanerci veramente di merda.


3.12.2007 12 Commenti Feed Stampa