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Ho incontrato Dell’Utri e ho chiamato i carabinieri

di Benny Calasanzio

Roma, stazione Termini. Mercoledì 21 novembre, ore 12.30. Sala d’aspetto accanto al binario 1.
Sono seduto su una di quelle panchine a forma di sedie o viceversa, aspettando l’Eurostar per Padova. La gente legge, parla sottovoce, qualcuno dorme. Squilla il cellulare a qualcuno nella fila dietro di me. Ha la suoneria de “Il Padrino”.
“Pronto?” risponde uno con un accento siciliano così lieve che si riusciva a risalire anche al numero civico di casa sua a Palermo. Dopo i convenevoli comincia a rispondere alle domande dell’interlocutore.
“Ma che minghia disci, sono iggiornali… io mai sono stato mafioso. Ho solo collabbborato esternariamente, uno stagge in pratica, e dare 9 anni di galera per uno stagge… dico io datelo ai datori di lavoro che non versano manco i contributi”.
Sicuramente ho capito male o quell’uomo sta scherzando.


“Credi ammè Caloggero, a parte quella cosa di mafia, poi sono stato condannato solo per tentata estorsione a uno che aveva preso contribbuti per la sponsorizzazzzione di una squadra di pallacanestro grazzie annoi e manco ci voleva dare la parte. Allora io cci sono andato con un mafioso per convincerlo… che minghia cc’è di male… poi scusa posso dire che manco lo sapevo che era mafioso, come fa Cuffaro, e gli dico che sapevo che fosse solo un pilota di Fommula 1”.
Guardo il ragazzo seduto accanto a me, ma non si scompone e continua a leggere. Come se nulla fosse.
Lentamente cerco di girarmi e vedere chi sta parlando in quel modo.
Nel frattempo però, quello continua.
“Ah, poi ci sono le fatture false e la frode, ma mica è reato… che minghia di menagger sei se non ti fai furbo e ogni tanto fai risparmiare il capo?”.
Sembra uno scherzo, non ditelo a me. Volevo alzarmi e mettermi ad urlare per insultarlo, tipo: “ma non si vergogna?”, oppure: “ma che immagine dà della Sicilia” o infine: “gente come lei dovrebbe stare in galera, al 41 bis”.
Mi giro per guardarlo in faccia. E la faccia che trovo, lo giuro, è quella di Marcello Dell’Utri, senatore di Forza Italia condannato per mafia e fondatore dei “Circoli della cultura liberale”.
Ma non è stato condannato? Non dovrebbe essere in galera?
Ho avuto paura, dico la verità.
Nel frattempo entrano in sala due carabinieri con un cane.
Mi alzo e corro verso di loro.
“Grazie a Dio siete qui! Qui dentro c’è un mafioso, uno che ha avuto a che fare con tutti i boss della mafia siciliana, uno che portò il mafioso Mangano a casa di Berlusconi, uno che era stato indagato per essere tra i mandanti delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio. Arrestatelo, fate in fretta, magari scappa!”.
I due allarmati, tirano fuori le pistole e mi chiedono di indicarlo. L’addetto alla sala d’aspetto fa uscire tutti i passeggeri e rimaniamo io, i due carabinieri e Dell’Utri e il cane, che era quello al guinzaglio. Mentre un carabiniere immobilizza Dell’Utri, l’altro gli chiede i documenti. Lui, dopo aver detto “non sapete chi sono io”, e dopo che faccio: “gliel’ho già detto io, tranquillo”, dà al carabiniere la tessera del Senato.
Uno dei due gendarmi, campàno, fa: “Mo tutti là dentro stanno sti criminali”.
Il carabiniere con il cane chiama il comando per avere istruzioni.
“Vedete che io vi rovino” continua Marcello.
Quello col cane deve scrivere una nota, qualcosa che gli ha trasmesso il capo, e mi chiede di tenergli l’animale, che comincia ad abbaiare. Faccio per mollarlo contro Marcello ma il carabiniere campano mi rimprovera:
“Eh guagliò, non si può manomettere l’oggetto del reato!”.
“Scusi” dico.
L’altro viene a riprendersi il pastore tedesco e mi dice che dal comando gli hanno detto che non possono arrestare Marcello Dell’Utri perchè è stato condannato solo in primo grado. Può ricorrere ancora due volte. C’è la presunzione di innocenza.
“Ma questo fa prima a morire che ad essere condannato!” esclamo indignato.
“Si – fa l’altro ridendo- magari in un regolamento di conti tra cosche rivali?”.
Marcello torna libero, prende infuriato la 24 ore e ricorda agli agenti che si farà sentire presso i loro capi. Possono considerarsi fuori dall’Arma. Poi guarda me, e aggiustandosi la giacca mi fa:
“E tu, caggnolo (bambino), guaddati le spalle d’ora in poi…”.
“E picchì, che ho fatto?” chiedo.
“Ti ddevi fare i cazzi tuoi! Lo so che lo scrivi su quel diario che hai su intennet quello che hai visto”.
“No, glielo giuro sui miei figli” e me ne vado.

Di quanto sopra, dell’accaduto, non una sola parola è vera, tranne che ho preso il treno e che Marcello Dell’Utri ha collaborato con la mafia.


28.11.2007 7 Commenti Feed Stampa