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Eternity

di Stefano Sgambati

Erika arrivò davanti al Padreterno e si tolse gli occhiali da sole.
Dio la osservò riporli nella borsetta e sputare il chewin gum nel pugno chiuso della mano. Poi Erika avanzò e nella stanza perfettamente bianca ci fu solo un rumore e questo rumore era lo scalpiccìo prodotto dai suoi tacchi. Dio onnipotente si raddrizzò sul Trono facendo leva con le mani inanellate sui braccioli di legno importante: la Sua figura era ovvia, con la barba bianca e una veste dello stesso colore tanto liscia da non presentare nemmeno un’ombra, non una sfumatura. Quando i piedi di Erika, avvolti dentro deliziosi sandali allacciati alla schiava, si arrestarono la distanza tra i due era ridotta a mezzo metro scarso.

– Dio…
– … Tu sei Erika – la interruppe l’Onnipotente in maniera perentoria, senza manifestare dubbio.
– Sì… – acconsentì la creatura mortale davanti a Lui abbassando il capo, ma solo per controllarsi la scollatura. – Sono Erika e ho chiesto udienza per appellarmi alla Tua Infinita Grazia e Giustizia… -. La voce della ragazza diventò esile in quell’ambiente a tal punto vasto che i confini non si riuscivano a distinguere. Erika alzò di nuovo gli occhi su quelli del Signore e le lunghissime ciglia nere le solleticarono la pelle appena sotto le sopracciglia. Dio sembrò riflettere: non respirava, non emetteva alcun suono tipico della vita. Il Suo costato non si sollevava, non aveva vene sulle mani né altrove: Dio onnipotente era qualcosa di completamente neutro. Lisciandosi la minigonna blu sui fianchi, Erika pensò che quella… Cosa davanti a sé non recava nulla a immagine e somiglianza degli uomini della Terra.

– Erika… – sentenziò ancora Dio seguendo il protocollo -. Il tuo assassino brutale verrà giudicato a tempo debito. La tua innocenza non sarà violata e il ricordo della tua vita sarà serbata nella memoria dei superstiti con tutto l’amore necessario… – Così Dio salmodiò parole a Lui abituali e con quello credette d’aver finito il compito. Gli occhi Onnipotenti non si discostarono mai da quelli della creatura che lo fissava, nemmeno quando questa fece oscillare con un movimento del capo le due treccine bionde all’indiana che s’era acconciata.

– Dio… – riprese Erika. Io… Sono venuta a domandarTi umilmente di essere rimandata sulla Terra nuovamente in vita. Perché ritengo che il mio compito non sia terminato…

Fu allora che Dio azzardò un’impercettibile emozione: la Sua fronte tradì qualcosa di interrogativo che Erika riconobbe come autentica esternazione umana. La ragazza mosse un altro passo verso di Lui, piccolo ma decisissimo, e in quell’attimo Dio onnipotente abbassò lo sguardo incuriosito dal rumore ticchettante dei tacchi alti e scoprì dieci piccoli indiani spuntare nudi dalle scarpe e smaltati di vernice rossissima. Erika ne approfittò per salire sull’unico gradino su cui era adagiato il Trono. Dio trasalì aderendo con la schiena allo schienale ma senza emettere un fiato.

– Dio… Sono stata vilmente ammazzata da un extracomunitario clandestino di colore. Brutalizzata e gettata in un fosso a soli 19 anni e con una vita davanti. E… Dio… Sono qui, umilissimamente, per domandarti la Grazia. Rimandami sulla Terra ad esaurire il mio… Compito.

Il Signore avvertì un profumo di albicocca provenire dal lucidalabbra che Erika aveva azzardato prima d’entrare. Mai quelle narici nobilissime e giuste avevano saggiato fragranze così, nemmeno durante la Creazione, neanche il giorno in cui plasmò la donna stessa, Dio si risolse a concepire un simile trucco seduttivo e ingannevole: più della celeberrima mela, quell’odore d’albicocca posticcio incarnava l’essenza caduca degli uomini, l’abominio della razza umana, l’indole naturale al peccato assoluto. Dio trasalì innanzi al riassunto del Suo stesso fallimento ma contemporaneamente non poté fare a meno di inalare con curiosità quell’ardore fatto sostanza che si mischiava ad altri pigmenti, ad altre minuscole particelle d’essenza di cui nemmeno Egli riusciva a dare conto perché, fuori da ogni dubbio, non era stato Lui a inventarle.

– Dio… Signore… – Erika disse poggiando entrambe le mani sopra le ginocchia di Dio. – Dio, io… Avevo solo 19 anni quando sono stata… E non ho mai… Non ho mai fatto in tempo a… – Rimase quella “a” a mezza altezza, sospesa come un palloncino gommoso tra la bocca profumata di Erika e quella secca di Dio. Dio respirò l’aria che lo separava dalla creatura femminile e quella “a” vischiosa Gli si infilò nelle narici: era il suo alito, era l’odor di albicocca, era il profumo che s’era messa sul collo usando l’indice destro. Dio chiuse gli occhi per la prima volta in oltre 4mila anni e poi li riaprì di scatto. Erika sentì la tensione e sollevò immediatamente le mani dalle ginocchia del Creatore. – Dio… a tutti è concessa una seconda possibilità… E io sono qui… Sono qui, innanzi al tuo cospetto… Per… Chiederti questa seconda possibilità…

Le mani di Erika tornarono sulle ginocchia di Dio e abbassandosi così, per la seconda volta in pochi secondi, il Padreterno conobbe a Sue spese il significato profondo dell’enigma che c’è dietro ogni femmina dell’Universo. Gli occhi azzurrissimi di Dio Onnipotente si soffermarono per un secondo di troppo sulle due coppe rosa e morbide che si celavano dietro la stoffa sottile del top rosa di Erika. La ragazza s’accorse, avvezza a quel vezzo dei maschi, del peccato di Dio e i suoi occhi si fecero morbidi e pieni di complicità: – Padre… Tu ci hai create così… La donna è composta da tanti e tali elementi di bellezza visiva che non può esserci dubbio circa il fatto che sia stata inventata da un uomo… Tu sei un uomo, Dio…?

Dio non rispose, non perché senza parole, ma perché come un uomo in terra straniera capisce a sufficienza ciò che gli viene detto ma non dispone degli elementi linguistici giusti per rispondere a tono, così Lui non poté fare altro che stare a sentire e stare a guardare, privato dei meccanismi logici per fornire risposte degne e sensate.

– Dio… – continuò Erika che sollevò una mano dal ginocchio del Creatore solo per togliersi un filo sottile di capelli che gli si era impigliato all’angolo della bocca. – Dio… Rimandami sulla Terra. Tu lo puoi fare e il mio cadavere non è ancora stato trovato. Rimandami lì… Tutto ha un prezzo, è la lezione che l’umanità ha insegnato a se stessa nell’arco dei millenni. Dimmi: qual è il Tuo prezzo?

Dio, immobile e solo nella Sua stanza Totale, non rispose una sillaba. Sotto di Sé la vita scorreva e migliaia di uomini morivano e nascevano rispondendo a un meccanismo misterioso ed eterno. Erika davanti a Lui respirò più a fondo perché sapeva benissimo che facendo così il suo seno risaltava come monti di pan di spagna: non indossava alcun reggiseno e i due capezzoli furono perfettamente visibili, appuntiti, come baionette puntate, distanti solo pochi millimetri dalla stoffa interna della maglietta. Fu in quell’esatto momento che Dio onnipotente, Signore del cielo e della terra, conobbe la Sua prima erezione.

Erika sorrise di quel sorriso che fanno le donne quando hanno deciso che faranno l’amore. Sollevò le mani dalle ginocchia di Dio e Gli si sedette in grembo, accavallando le gambe. Adesso alla destra del trono di Dio non c’era nessuno e lo spirito santo s’era incarnato sottoforma di sangue che scorreva potente all’altezza dell’inguine sacro.

– Dio… – Erika soffiò nella bocca di Dio. Poi Gli prese una mano e il tocco della pelle dell’Onnipotente le procurò un brivido elettrico lungo la spina dorsale… – Dio… – disse di nuovo, solo che non era più un’invocazione divina, ma l’esclamazione più ovvia che fanno le persone quando sentono l’eccitazione sessuale arrivare. Accompagnò la mano di Dio sulla sua gamba e la accompagnò in un movimento regolare che andava dal ginocchio al lembo della gonna che, in quella posizione, era risalita fino all’attaccatura della coscia. Dio saggiò il significato della parola “liscio” e si lasciò guidare dall’abilità che la giovane sembrava ostentare. Poi, proprio quando Gli cominciò veramente a piacere, Erika arrestò il movimento e si alzò un’altra volta. Immobile davanti a Dio, si sollevò il top proponendo a quel bianco accecante il dono del suo seno da adolescente, gonfio e sodo abbastanza da rimanere sollevato da solo.

Si inginocchiò tra le gambe del Padre e Gli sorrise dal basso in alto con la complicità necessaria perché Lui capisse a cosa si riferisse. Entrambi guardarono il bozzo che s’era formato, evidente e tonante, sotto la stoffa bianchissima della Sua Sacra Veste. Erika seppe in quel momento preciso che Dio non indossava mutande.

– Dio… Qual è… Il Tuo prezzo? – Domandò Erika prendendo a massaggiare, con la lentezza di una processione all’altare, il membro irrigidito dell’Onnipotente attraverso la stoffa. – Io sono giovane, Dio… E voglio vivere ancora… Sono sicura che tu… Dio… Troverai maggiore vantaggio nell’accontentarmi adesso piuttosto che nel punire il colpevole in seguito… – Dio rovesciò la testa all’indietro come per una risata, solo che non ci fu nessuna risata, e la Sua barba lunghissima Lo accompagnò nel gesto. Erika si sollevò, fece il giro del Trono e prese la testa di Dio tra le mani. Quindi si abbassò leggermente al Suo livello e Gli fece assaggiare la consistenza del seno sul volto. Affondato nelle tette di Erika, l’Onnipotente bofonchiò qualcosa di incomprensibile e tale enigmaticità fu senza dubbio interpretata da un cattolico praticante come incomprensibile testimonianza del dogma della fede.

– Dio… – disse ancora Erika, adesso anche lei a occhi chiusi, sentendo tra le tette il calore del respiro di Dio e la lanosità della Sua lunghissima barba. – Rimandami sulla terra… So che lo vuoi fare. So che puoi… – Quindi la giovane donna tornò al Suo cospetto e si chinò nuovamente. Stavolta Gli sollevò la tunica bianca e quello che vide fu il riassunto simbolico di millenni di evoluzione sessuale, dalla lotta delle donne alle guerre per i diritti degli omosessuali, fino allo sdoganamento dei costumi su Internet: milioni di chili di passione, ammesso che la passione possa misurarsi in chili, riversati in unico membro, il primo, quello Assoluto: il Cazzo di Dio.

Erika fece quello doveva fare, stordendo a tal punto Dio che quest’ultimo esaudì a casaccio mille preghiere. Mentre saggiava e suggeva, disse: – Dio… Io faccio mio il Tuo insegnamento e perdono il colpevole del mio assassinio. Ma voglio che tu… Mi rimandi sulla Terra… Perché io non ho mai… Ancora… A 19 anni… Non ho mai… Sai… Scopato… E tutte le mie amiche… – Erika continuò a riempirsi la bocca di parole e di Dio, producendo un osceno rumore liquido di salivazione. – Rimandami… Sulla terra… Dio… Dammi la possibilità di scoprire… Come tu stai scoprendo ora… Tali piaceri… Di…

Non fece in tempo a finire la frase perché la disabitudine di Dio a tali pratiche o, se vogliamo, l’accumulo di millenni di astinenza, portò all’eruzione anticipata del vulcano, così che la bocca di Erika fu tappata prima del tempo dalla lava di Dio. La giovane donna lo lasciò ultimare serrando gli occhi, sollevando, alla fine, lo sguardo sul Suo viso contrito che in pochi minuti sembrava aver perduto la ruvidezza della vecchiaia di millenni.

Dio… – disse Dio in un filo di voce.
Quando un’ora più tardi entrò San Pietro con un plico di fogli per farGli firmare il Permesso Speciale, Lo trovò che fumava.


27.11.2007 6 Commenti Feed Stampa