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Quasi perfetta

di Nicolò La Rocca

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Di Massimiliano Zambetta

I miei sogni ricorrenti si sono limitati a due immagini per molti anni.
Nella prima di queste visioni. Ci sono io seduto al centro di un tavolo rettangolare, a capotavola a sinistra c’è Luisa, mia moglie, dall’altra parte c’è sua madre Ornella, la vedova. Io sono di spalle, di fronte a me c’è un mobile basso con vetrina, e sulla parete oltre il mobile una foto del padre di Luisa e i segni di altre due cornici tolte da poco.
Nella seconda immagine. Lo stesso tavolo rettangolare, mia moglie e la vedova sedute come prima, c’è sempre il mobile vetrina stipato di ceramiche di Capodimonte e vetri di Murano. Io sono ancora di spalle. L’unica differenza è la parete completamente bianca: di un bianco brillante e asettico da gabinetto di analisi messo in risalto dalla mancanza di immagini appese, nemmeno quella del caro estinto capofamiglia.
In tutto questo tempo, ho vissuto la ripetitività di questi due sogni con una certa leggerezza, associando le due situazioni a momenti vaghi: i pranzi della domenica a casa di Luisa quando eravamo ancora fidanzati, cerimonie obbligatorie alle quali mi lasciavo sottomettere almeno una volta al mese.
Tennis. Da un lato la vedova, gioco paziente di palleggio di ricordi con suo marito: ragioniere fedele a lei e all’azienda per tutta una vita, non lunghissima. Dall’altro lato la figlia, gioco sottorete concentrato ad anticipare, smorzare e deviare ogni racconto che la coinvolgesse direttamente. Io sul trespolo ad arbitrare, destra e sinistra, destra e sinistra. Primo set, antipasto di affettati e formaggi con lampascioni e olive in padella. Secondo set, primo di pasta al forno e secondo di braciole. Tie break risolutivo, patate novelle di contorno insieme alle verdure crude in pinzimonio di aceto e olio buono del contadino.
Prima di realizzare i due sogni ricorrenti, il ricordo di quelle domeniche li ho collegati sempre al momento del caffè. In quel caso la sensazione di gonfiore e pesantezza di stomaco, accompagnata dal desiderio profondo di allentare la cintura e sbottonare i pantaloni per darmi un minimo di sollievo, sono ricordi reali e nitidi. Servire il caffè a tavola non sanciva il momento della fine del pasto. A Bari, non c’è pranzo della domenica al quale non si vuole dare un significato speciale senza che l’invitato si presenti ai suoi ospiti con una guantiera di paste. Con il tempo avevo ristretto l’assortimento dei dolci a quelli preferiti dalle due donne: al pasticcere chiedevo sempre tre cannuoli, tre sfogliatelle e tre sciù al cioccolato. Basta così.
Caffè, quindi, paste e amaro lucano: il mio incubo a occhi aperti era il ricordo di quella sequenza finale assassina. Poi, inevitabile, il senso di pentimento: una reminiscenza carica di suggestione al punto di provocarmi una specie di rigurgito da bicarbonato a ogni evocazione.

La prima volta che ho visto mia moglie eravamo in ascensore. Fuori pioveva, era aprile: una di quelle giornate primaverili crudeli, fredde come uno non se l’aspetta più. Non mi sentivo bene, il raffreddore non ancora manifestato mi aveva messo una strana debolezza in corpo. Ricordo che Luisa aveva i capelli legati e leggermente inumiditi, ma che in un istante se li era liberati e ravvivati mettendoli in piega che neanche il parrucchiere più fanatico ed effeminato avrebbe saputo fare in così poco tempo.
“A che piano va?” riuscii a dirle facendomi tanto tanto coraggio, avevo la sensazione di essere in ascensore con Sofia Loren giovane.
Era il piano dove c’è lo studio da commercialista aperto da mio padre. Non riuscii a dire altro in quella conversazione. Lei non mi diede nessuna possibilità, mi squadrò attentamente dal basso verso l’alto: ero vestito discretamente, data la giornata di lavoro nello studio, ma avevo le scarpe sporche.
Arrivati al piano, cedetti il passo a Luisa. Suonò il campanello dello studio, aprì mio padre.
“Sei cambiata tanto,” disse papà a Luisa dopo le presentazioni.
“Tempo ne è passato,” rispose lei, decisa. Seguì un gesto a quelle parole. Luisa si avvicinò a mio padre e gli tolse un capello dalla giacca: un accenno di confidenza affrettato e prematuro, ma tanto gradito da quel vecchio commercialista dal quale non avevo imparato del tutto a maltrattare i clienti per ogni minima dimenticanza e inadempienza. Non lo riconoscevo più.
Mi schiarii la voce, mi avevano ignorato tutto il tempo, eppure avevo chiuso io la porta e appeso il soprabito di Luisa.
“Il padre della signorina era nel mio reggimento: granatieri, sai?” spiegò papà, “classe di ferro!” come dicono tutti, nemmeno lui escluso.
Non capivo, ma mi adeguavo alla situazione. Altri tempi. Quelli della leva obbligatoria senza alternative che costringeva giovani uomini del centro sud a trascorrere un anno nelle caserme di un nord est di cui ignoravano quasi l’esistenza.
“Ci siamo persi di vista, poi la gioia di rincontrare sua madre l’altra mattina, la signora Ornella, la mamma di Luisa, capisci o no?” si rivolgeva a me come se fosse tutto chiaro e fossi io a non capire, deciso a voler primeggiare su di me in un modo o nell’altro per il solo fatto di essere due maschi: come si fa negli spogliatoi tra giocatori di calcetto della domenica, mi stava colpendo con le parole come si fa con l’asciugamano bagnato.
“Tutte queste coincidenze hanno portato qui questa bella signorina,” feci io, svogliatamente, ma per reggere l’inevitabile confronto.
“Tanta gioia per l’incontro inaspettato,” continuò mio padre, fingendo di ignorare il mio intervento, “sai che se non mi avesse riconosciuto tua madre, io non avrei potuto…”, era tutto per Luisa, “ero tanto contento, poi quando ho saputo di tuo padre… pensare che eravamo coetanei.”
Non ne potevo più. Cercai di arrivare al motivo della visita. “La signorina ha bisogno di una consulenza tributaria?”
“No.” Ancora una volta mio padre. “In questo ufficio stiamo perdendo l’ordine delle cose,” non era affatto vero, l’ordine negli schedari era maniacale, “i praticanti sono qui solo per soldi,” li sottopagavamo, “non eri tu quello che si lamentava sempre?” non ero educato a lagnarmi.
In quella situazione, ero obbligato a dire di sì: per non passare per quello pedante tra noi due. Abbozzai.
“Luisa,” sentenziò mio padre, “è la risorsa che manca a questo studio.” Papà sorrise, Luisa sorrise, io mi sforzai di mostrare i denti.
Nel giro di un anno Luisa passò dal rispondere al telefono dello studio a lanciare il bouquet in mezzo a un gruppo di amiche e parenti zitelle. Non mi diede un bacio serio fino a quando non le chiesi di sposarmi. Poi, non ebbi più bisogno di chiedere niente. Luisa sembrava conoscere i miei desideri in anticipo, era il suo talento: lo esercitò anche su mio padre. Un giorno arrivò con una targa di ottone nuova da mettere vicino al portone dello studio: il mio nome precedeva quello di papà. Ero convinto che una offesa del genere non sarebbe mai stata perdonata, neanche a mia moglie. Uno sguardo di intesa tra mio padre e Luisa mi smentì: “penso di andare in pensione,” disse papà, “abituatevi a me come a un consulente.”

Bella donna mia suocera, Ornella.
Labbra carnose, zigomi pronunciati, seno abbondante. Se è vero che bisogna guardare la mamma per capire la fine della figlia, io sono davvero tranquillo: mia moglie ha ereditato tutto il meglio.
Bella donna davvero la signora Ornella: una Sofia Loren matura, la porterei volentieri fuori per un fine settimana.
Costretto nella camicia da notte, il suo seno sembra soffrire e cercare una via d’uscita per ogni respiro esalato. La pelle del collo è elastica mentre il resto del trucco esalta le labbra e dona al resto del viso una vitalità quasi senza senso in questo letto di ospedale.
Mia moglie non si è lasciata perdere d’animo. Non appena sua madre è stata dichiarata fuori pericolo, ha fatto in modo che nessuno potesse trovarla in disordine durante gli orari di visita. L’assistenza ospedaliera di Luisa non si limita ad accompagnare la mamma in bagno e a riempirle un bicchiere d’acqua: ha sempre la trousse dei trucchi a portata di mano per cancellare qualsiasi sbavatura, lo stesso vale per la spazzola per i capelli, per non parlare di un variegato guardaroba di camicie da notte, biancheria intima e vestaglie valido ben oltre l’intera durata del ricovero.
Oggi è il primo giorno di visita dopo il grande spavento. La signora Ornella si è ripresa da un breve stato comatoso, durato tre giorni. Ora è tutto a posto, sembrerebbe quasi in perfetta forma paragonandola ai miei, che sono venuti a visitarla al policlinico. Loro con i segni del tempo evidenti, la consuocera altera e bella. Loro commossi e dimessi, vittime dell’età e della vecchiaia, mentre la mamma di Luisa vitale e pronta ad affrontare il mondo di fuori.
Quando la sensazione della sua mano sudata nella mia si fa evidente, realizzo di avere con me anche mia figlia, la piccola Ornella (sì, proprio come sua nonna), rimasta muta e ferma da quando è entrata in corsia. È una bambina riflessiva e silenziosa, la mia, in involontario contrasto con l’esuberanza di mamma e nonna materna. Anche un po’ bruttina a essere sincero, povera piccola: un’assenza ingiustificata degli zigomi, le orecchie a sventola e le labbra inesistenti. La fortuna ha voluto che abbia ereditato il taglio dei miei occhi, ma niente di evidente da parte di sua madre: se non fosse per questo particolare, avrei potuto pensare che la bambina fosse stata scambiata nella culla. Sarà per queste differenze così marcate, che mia figlia vive un rapporto di attaccamento morboso con me e una sfida naturale con Luisa, che è sempre concentrata a correggere alla piccola ogni difetto di postura e ogni forma di trascuratezza, nonostante i cinque anni della bambina.
“Vuoi dare un bacio alla nonna?” chiedo alla piccola Ornella. Lei fa di sì con la testa, comparendo un istante dietro la mia gamba dove si è nascosta. Poi va a dare un bacino sulla guancia di mia madre, nel silenzio di disapprovazione di tutti i presenti, mia figlia si volta e se ne accorge: ha un moto di stizza, gonfia il petto con superbia: ne riconosco l’atteggiamento materno. È mia figlia. È, davvero, la figlia di Luisa.
Insisto con la bambina, la guardo attentamente, poi mi rivolgo alla mamma e alla nonna, poi di nuovo la bambina: non c’è niente da fare.
Esco dalla stanza, con un formicolio che mi sale dai piedi fino alla testa, raggiunge le orecchie e le fa come vibrare. Mi ritorna in mente il sogno ricorrente, lo realizzo in un istante: prendo l’immagine di mia figlia e l’appendo dove c’è il segno lasciato dalla cornice rimossa: è la foto di mia figlia, ma in realtà è sua madre: bruttina, come non l’avrei mai immaginata. Faccio tre passi lungo il corridoio e svengo.

Buio. Sono venuto a Roma. I riflettori si accendono. L’assistente di studio comanda un applauso al pubblico di comparse. La luce della telecamera si accende, allora applaudo anche io e sorrido.
Hanno appena mandato in onda una ricostruzione della mia vita. Gli attori della fiction sono tutti più belli dei veri personaggi, come una proiezione di sé prima di guardarsi davvero allo specchio: poi torna la realtà e la delusione: un tipo di sensazioni che la mia ex moglie e sua madre hanno cercato di evitare da un certo momento in poi della loro vita. Bruttine. Nate bruttine, hanno speso tempo e soldi per diventare altro da loro stesse, un progetto preciso con un modello da seguire: Sofia Loren.
La presentatrice si avvicina alla mia poltrona, per lei parte un altro applauso, mi dà una leggera carezza sulla mano come a dimostrare una confidenza mai avuta con lei fuori onda, poi va a presentare il sociologo, la psicanalista e l’astrologa che partecipano al dibattito televisivo. A un certo punto, il sorriso della vedette muta in una espressione affranta: è il segnale che comincerà a fare delle domande sul mio caso umano.
Devo spiegare la particolarità della mia situazione.
La mamma di Luisa era entrata in coma per una complicazione durante un intervento in ambulatorio. La signora Ornella si era sottoposta qualche giorno prima a una nuova operazione di chirurgia estetica: asportazione di grasso dal ventre e distribuzione di parte di questo in altre zone del corpo. La prima parte dell’intervento è terminata con successo, l’aspirazione è stata eseguita. Poi c’è stata la complicazione, dalla routine si stava scivolando verso il dramma, e forse per me sarebbe stato meglio. Se la mia ex suocera non fosse sopravvissuta, io avrei avuto la mente occupata all’organizzazione del funerale (di quelli con tanti fiori colorati e battimani finale), avrei consolato la mia quasi ex moglie, mi sarei dedicato alla bambina per farle superare la situazione difficile.
Parte un applauso, ma non era nelle mie intenzioni entusiasmare il pubblico. L’assistente di studio compare in campo, le telecamere sono spente, è partita la pubblicità.
“È andato bene,” mi confida la presentatrice senza guardarmi, due truccatori si stanno prendendo cura di lei senza che ce ne fosse il bisogno, “ma sia più disinvolto,” mi suggerisce, “siamo tutti dalla sua parte”.
“Più tardi, tocca a sua moglie,” aggiunge. E poi sorride.
I truccatori mi vengono addosso, in un istante mi infilano dei fazzolettini nel colletto e mi riempiono di cipria il viso e il collo. L’assistente di studio grida “trenta secondi!” e li caccia via. Di nuovo in onda.
Comincia il sociologo. Lui è per il diritto sacrosanto a ottenere l’aspetto migliore che si può con i tutti i mezzi a disposizione. Sono finito sui giornali perché ho inutilmente denunciato la mia ex moglie per truffa, ma c’è un evidente vuoto nel codice penale, ho detto al mio avvocato di rinunciare ma lui insiste: ora segue la mia pratica gratuitamente, grazie al ritorno di immagine che sta ricevendo. In confidenza il legale mi ha anche detto che non ho molta scelta: Luisa ha rifiutato la separazione consensuale e rischio di perdere quasi tutto. Il sociologo non è d’accordo, non è una questione di legge vacante: “la società viaggia più velocemente di quanto crediamo,” un applauso copre la sua voce in crescendo.
Intanto l’astrologa ha tracciato la mia situazione astrale su un grafico: ho Giove in trigono, la Luna in quadrato e Saturno in opposizione. “Vede dov’è Venere in questo momento?” domanda, non ne sono sicuro ma le dico di sì. La risposta è quella giusta: posso contare solo sul pianeta dell’amore che sta transitando nel mio segno, ma c’è da aspettare: la sua influenza si manifesterà completamente alla fine del mese. Penso che in quel momento anche Giove, la Luna e Saturno saranno a fare danni altrove e mi sento sollevato soltanto all’idea.
Parte un altro applauso, mentre la presentatrice minaccia di avere una sorpresa per me. Non ho il tempo di reagire che cala uno schermo nella scenografia e appare Luisa. È perfetta, molto bella, resta in silenzio.
“Cosa pensi di lei?” mi chiede la presentatrice.
“Che gli anni sembrano non passarle mai,” rispondo, la gente ride, ride anche Luisa che preme con le dita sotto gli occhi per limitare le sbavature del trucco.
L’inquadratura su Luisa si allarga, in secondo piano c’è un esperto in camice bianco che riassume gli interventi che mia moglie e sua madre hanno subito per modificare il taglio degli occhi e del naso, e per gonfiare seni labbra e zigomi. Due foto di Sofia, una sui venticinque l’altra sui cinquanta appaiono in dissolvenza sull’immagine di Luisa sullo schermo.
La psicologa si siede confidenzialmente sul bracciolo della mia poltroncina, la presentatrice si avvicina. Insieme mi chiedono di guardare attentamente mia moglie e di riflettere sui suoi reali errori.
“La colpa di Luisa,” continua familiarmente la psicologa, “la colpa che le reputi, è in realtà legata al risentimento che hai per non aver partecipato a questo suo gioco di trasformazione, ma…”
“Ma noi siamo qui,” urla assordandomi la presentatrice, “per rimediare a questa dimenticanza! Siamo qui perché crediamo nell’amore!”
Applauso. L’esperto in camice spiega tutto contento che a fianco di una Sofia Loren come mia moglie si può, si deve, mettere insieme tutto il Cary Grant che è in me. Nello studio entrano alcuni modelli che indossano il mio nuovo guardaroba: completi blu e grigio chiaro con pantaloni a sigaretta e giacca corta a due bottoni, soprabito ¾ panna, cappello borsalino a falde strette; c’è anche uno smoking con giacca bianca per le occasioni particolari. Sono talmente frastornato che accetto un intervento chirurgico di routine che mi squadrerà il mento, oltre a un autotrapianto di capelli per consentire una pettinatura con una rigorosa riga a lato come il grande Cary.
Musica. Applausi. Coriandoli. Luisa mi raggiunge dall’altro studio, mi bacia e mi abbraccia. Lei è felicissima. Io sono davvero innamorato di lei. Sullo schermo appaiono immagini del film ‘Un marito per Cinzia’ dove Sofia è la governate di Cary vedovo con figli: è chiaro che sia scritto nel loro destino di innamorarsi, infatti si sposano, e anche chi era perplesso al principio finisce per partecipare alla loro felicità.

Sono talmente frastornato dalla musica, dalle luci e da mia moglie, che quasi quasi ho dimenticato mia figlia. La bambina è troppo piccola e per fortuna non può entrare negli studi televisivi, ci aspetta in una stanza predisposta. Si è addormentata e la sveglio piano piano. Mi abbraccia ancora nel dormiveglia. Quando è cosciente si accorge di sua madre: è davvero contenta di rivederci insieme.
Usciamo dagli studi televisivi. Abbiamo tutto pagato dalla produzione del programma: taxi, albergo, ristorante; è ancora presto e ne approfittiamo per fare un giro per il centro di Roma. Giriamo per le zone canoniche della città: via Condotti, il Pantheon e Montecitorio; io, Luisa e la bambina in mezzo, mano nella mano. Certo siamo una famiglia un po’ squilibrata: mia moglie è bellissima, io sono piacente e fra due mesi sarò quasi perfetto, la piccola Ornella abbassa un po’ la media, sembra che l’abbiamo adottata.
Rifletto sul futuro di mia figlia. Dovrò mettere da parte un fondo perché da maggiorenne possa intervenire sui suoi difetti fisici. Sarà anche il caso di comprare il dvd di ‘Un marito per Cinzia’ e vederlo tutti insieme tante volte: la nostra bellezza apparirà più naturale del normale.


23.11.2007 Commenta Feed Stampa