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Il sangue degli altri

di Sauro Sandroni

[Disclaimer: ogni riferimento a persone che scrivono su CB e sono amiche mie è fatto per fare esplicito riferimento a persone che scrivono su CB e sono amiche mie. Scrivo questa recensione perchè me lo impone il mio ruolo di “maggiore esperto di noir europeo”, mica per altro. Fine del disclaimer]

E insomma, c’è questo tizio, tale Pagliaro Antonio, che ha scritto un libro. E fin qui, voglio dire, niente di strano: tutti hanno un romanzo nel cassetto. Basta prendere dei fogli, scriverci sopra qualcosa e metterli dentro la scrivania. La cosa strana è che gliel’hanno pubblicato. E senza pagare una lira! Com’è che a lui sì e a me no? Ve lo dico io: magheggi, manipolazioni & intimidazioni. Non escludo neppure il ricatto e/o l’ipnosi. Non vedo davvero altre motivazioni plausibili. Ma comunque, via, ormai è pubblicato, tanto vale che ne parliamo.

Si tratta di un libro come vanno di moda adesso: giallo/noir. Pfui. Si cavalca l’onda, eh? Invece di, che ne so, un bel libro di sonetti endecasillabati o qualcosa che analizzi sociologicamente le società socialiste… voglio dire, così è troppo facile, caro Coso. Cazzo ci vuole a scrivere un giallo? Roba da anziane signore inglesi che si sposano due o tre volte con colonnelli dell’esercito (di cui alcuni in pensione), bevono tè dalla mattina alla sera senza lavorare mai neppure un giorno e quindi avanza loro il tempo per scrivere un monte di libri che poi vengono pubblicati negli Oscar (io ci farei la firma, soprattutto per la storia del tè bevuto senza lavorare). La storia. La storia è piuttosto incasinata* e difficile da riassumere, specie se si ha qualche problema a mettere in fila due parole, tipo il sottoscritto. Ci provo comunque. La vicenda parla di criminalità organizzata, politica corrotta con diversi punti di contatto con la criminalità di cui sopra e questione cecena, che tutt’ora mi risulta irrisolta (il gioco di parole è involontario). Mi piacerebbe quindi dire che parla di favole, di cose fantasiose; ma così non è. Il libro, purtroppamente, parla della realtà, che di conseguenza risulta fare abbastanza schifo. L’opera in questione non fa altro che sottolineare questo stato di cose, diciamo. La vicenda inizia con un prologo molto duro, lo stupro di una ragazza cecena ad opera di alcuni soldati russi. Un pezzo efficace, crudo e secco. Scritto molto bene, per come la vedo io, con uno stile assai manchettiano. Anche il dott. Pagliaro è un fan del francese (lo so perchè ne intercetto le telefonate) e questo episodio dello stupro è quanto di più manchettico mi sia capitato di leggere ultimamente. L’influenza di Jean-Patrick, per fortuna, si sente. Dico “per fortuna” perchè Manchette era solito scrivere solo l’essenziale, senza una parola in più o una in meno. Mi pare che Antonio abbia capito abbastanza bene la lezione, e in tempi di logorroici flussi di coscienza e irritanti introspezioni gratuite, beh, credo che un po’ di sana secchezza non guasti assolutamente. L’importante è che la secchezza, naturalmente, non sia quella delle fauci, tipico effetto collaterale di qualsiasi farmaco sulla faccia della Terra. Bene, dopo aver appreso dello stupro, l’attenzione del lettore è dirottata verso la Sicilia di cinque anni più tardi. Qui, a Palermo, il giornalista Lo Coco sta indagando sull’apertura di alcune case da gioco nell’isola, ad opera di una società piuttosto sospetta. Il responsabile di questa società viene ucciso, e viene ucciso anche un uomo dell’est, proprio nel bar dove lavora la fidanzata di Lo Coco, al quale salta la mosca al naso. L’affare dei casinò va comunque avanti, con una società dell’Europa orientale che subentra a quella autoctona: sapete, l’amministrazione regionale, guidata da un “governatore” che ricorda un pochino quello vero (mi sembra a me, eh? Voglio dire, impressione mia, eh? Non è che voglio alludere, ci mancherebbe) ci tiene molto, e allora…
Qui comincia l’indagine vera e propria, che Lo Coco porterà avanti quasi per pura curiosità. Un’indagine che lo condurrà prima a Grozny e poi a Riga, ad incrociare il proprio destino con quello di una popolazione cecena fiaccata ma non ancora doma, con guerriglieri dello stesso popolo e con criminali nostrali. I temi principali del libro sono proprio questi due: la criminalità organizzata siciliana e i suoi rapporti con la politica, e la questione cecena. Due temi che Antonio sente molto, basta guardare quello che scrive sul suo blog. Si è appassionato alle due questioni, e si vede, leggendo il libro, una certa competenza in proposito. Diciamo che dà l’impressione di sapere di cosa parla, ecco. Sarà vero? O sono io che sono facilmente infinocchiabile? Vedremo. Cioé: cercate di vedere voi, ché ne vale la pena. Date retta a un bischero**.

* Solitamente, in questi casi si dice che la trama è articolata e complessa, oltre che rigorosa e plausibile. Ma io sono molto invidioso che lui è diventato scrittore, per cui preferisco “incasinata”.

** Naturalmente il bischero è l’autore del libro, mica io.

Il prologo letto da Valentina De Grazia (su youtube).
Un breve estratto su “La poesia e lo spirito”.
Il sito web del romanzo.


20.11.2007 24 Commenti Feed Stampa