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Voglio entrare ni la mafia

di Nicolò La Rocca

Ieri ha cacato proprio al centro dell’aula. E’ andata così. Durante le ore di programmazione, mentre chiddi, gli insegnanti, erano riuniti a sputacchiarsi frasi a testa di ficudini, in burocratese stretto, cose di ministero, carta e filini di ragno, lui, Vincenzo, musca di merda, è entrato nella classe sulla porta della quale c’è stampata la scritta IV B. E’ stato bravo a evitare ‘Nzulu ’u tunnu, il bidello, quel vecchio sudato che è l’unico che riesce a mettergli pensieri in testa. L’unico è. Quella bestia di bidello fa certi rutti che ti pare di bagnarti di zolfo se te lo ritrovi davanti durante una delle sue scatarrate. E poi una volta Vincenzo ha sperimentato sulla propria pelle cosa significa mettersi contro ‘Nzulu ‘u tunnu. Successe per la festa di fine anno, in seconda elementare, appena due anni prima, anche se gli pareva ieri a Vincenzo, ché quando ci pensava gli veniva la diarrea. Allora ‘Nzulu, vedendo che Vincenzo leccava la faccia a tutte le sue compagne e che la maestra non riusciva a farsi sentire e che lui non la voleva finire, lo aveva preso per i capelli – ché così non si lasciano segni – e lo aveva portato nell’aula di informatica dove i capelli glieli aveva quasi strappati dalla testa, tanto tirava forte quella bestia di ‘Nzuli ‘u tunnu.

Ma ieri’Nzulu non lo ha visto. Gli altri, le maestre col culo grosso, che puzzano di sapone e di deoderante per le ascelle, e il maestro di sostegno, che ha gli occhiali e la faccia pulita, erano nell’aula grande, quella dove va anche il direttore quando parla complicato. Insomma, come fu e come non fu Vincenzo, riuscì a cacare al centro dell’aula. Un bello stronzo fumante che manco il pitt-bull di suo fratello Michele riesce a fare uscire dal culo. Vendetta quella era. Tu, diceva mentre cacava, maestra, venerdì mi hai umiliato davanti ai miei compagni, e io oggi ti faccio trovare il regalino caldo caldo.

Oggi ‘Nzulo si aspettava la camurrìa di sentire il maestro di sostegno trapanargli le orecchie con le solite cose: e non si fa, ‘Nzulu, con te non c’è speranza, ma quando imparerai a, ma quando lo capirai che… Invece, niente! Cose da non ci credere. Il maestro di sostegno gli aveva messo davanti una scheda di grammatica, il nome, genere e numero, primitivi e derivati, cose così insomma, e alla cacata di ieri manco aveva accennato. Vincenzo era deluso. Che piacere c’era se nessuno parlava della cosa? Pure ‘Nzulu ‘u tunnu aveva tirato dritto nel corridio, senza manco degnarlo di un’occhiata incaniata. Fu allora che decise di cambiare tattica.

“Maestro”, disse Vincenzo taliando il maestro di sostegno, “mio cuggino tiene la pistola”.

Niente, il maestro continuava ad appiccicare schede. Plurale dei nomi che finiscono in -CIA, -GIA.

Stu maestro era un tipo strano. Che faceva cose strane. Vincenzo non sapeva come prenderlo. Un giorno era venuto con un diario nuovo nuovo. Glielo aveva regalato. Forse aveva visto che lui non aveva diario. Vincenzo se lo era guardato e sfogliato. C’erano stampati cartoni animati. I Pokemon, pareva. Ci resto un po’ deluso, veramente. Avrebbe preferito un diario di pilu. Ma il maestro strano fino a questo punto non c’era, a quanto pare.

Quando Vincenzo muzzicava la testa a un compagno, quando sputava alle femmine, quando veniva scoperto nei bagni mentre si faceva consegnare da quegli abbabbasunati di compagni la brioscia e i piccioli fino all’ultimo centesimo, il maestro di sostegno parlava come se non fosse un maestro. Si incazzava, sì, questo sì. Ma gli parlava a tu per tu. Gli parlava da uomo a uomo.

Ma Vincenzo cominciava ad affezionarsi a stu maestro. Perché stu maestro, anche se gli vociava mille cose, lo rispettava. E faceva le cose giuste. Per questo Vincenzo aveva cominciato a frequentare la scuola. E ogni giorno. No come prima che faceva un giorno di scuola e dieci di vacanza. Ci veniva mettendosi i vestiti direttamente sopra il pigiama e lavandosi da solo, come i gatti, con un dito. Ché se avesse dovuto aspettare che sua madre lo vestisse o lo lavasse sarebbe arrivato a scuola quando gli altri tornavano a casa. Vincenzo voleva vedere dove voleva arrivare stu maestru.

“Maestro”, riprese Vincenzo, “mio cuggino lavora nella mafia”.

Niente. Il maestro continuava a ordinare quelle cazzo di schede.

Vincenzo guardò meglio il suo maestro. Pensò a sua madre che si era specializzata con i vecchi e che batteva sotto il viadotto dell’autostrada. Pensò a suo padre che quando riceveva cinquanta euro di sussidio dal comune se li andava a spendere ai videopoker o ci si mbriacava. Allora sentì una cosa che gli si gonfiava dentro e urlò:

“Maestro, io da grande voglio entrare nella mafia!”

Il maestro finalmente si girò e lo guardò come quello lì, l’attore dei film western, il buono, il brutto e quell’altro, boh.

“Vincenzo”, disse il maestro, “ma toglimi una curiosità: perché vorresti entrare nella mafia?”

“Perché così posso sgommare con la macchina e le fimmine mi taliano quando sparo”.

“E che è Vince’. C’è bisogno di entrare nella mafia. Senti a me: fatti carabiniere”.

“Carabbbiniere? Ma chi dice mae’? Mi pigghia pi lu culu?”

“No, Vince’: se ti fai mafioso e sgommi ti mettono in galera. Se spari ti mettono in galera. Invece, se ti fai carabiniere sgommi e nessuno ti dice niente e quando spari e le fimmine ti guardano nessuno ti arresta, anzi, ti fanno pure i complimenti”.

“Mae’”

“Dimmi Vince’”

“Da grande mi voglio fare carabiniere”.

“Va bene, proviamoci. Cominciamo con l’articolo determinativo, allora”.


12.10.2007 1 Commento Feed Stampa