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La versione di Barney

di Sauro Sandroni

la-versione-di-barney-mordecai-richlerC”è stato un periodo, qualche anno fa, in cui sentivo parlare di questo libro anche al gabinetto. In rete, alla radio, in televisione, ne parlavano tutti. E tutti ne dicevano bene, eh? E a me sembrava impossibile che tutti ne dicessero bene, perché credevo che fosse la solita marchetta che fanno i critici, quando si mettono d’accordo per pompare un libro, magari foraggiati a sangue umano dal Consiglio Mondiale Segreto degli Editori di Sion (sono un po’ dietrologo). Quindi per anni mi sono tenuto alla larga dalla Versione di Barney, spaventato anche dalla sua relativa voluminosità e dal fatto che fosse edito da Adelphi, che mi ha sempre dato l’impressione di pubblicare roba barbosa (il che non è un cazzo vero: si veda Lo Hobbit o la Guida Galattica per Autostoppisti ). Poi è successo qualcosa: ho iniziato a leggere Harry Potter, che a voluminosità non scherza, e soprattutto ho incontrato Marco Malvadi, un mio compatriota, che me lo ha vivamente consigliato, perché era scritto divinamente e aveva un finale che uno non si aspetterebbe mai. Aveva ragione, e approfitto del presente post per ringraziarlo della dritta.
Il Barney del titolo è Barney Panofsky, canadese di origine ebraiche, che ci racconta la storia della sua vita. Il vecchio Barney, che al momento in cui scrive è un ricco produttore televisivo, è costretto a mettere per iscritto la sua personale versione del passato quando viene a sapere che un suo amico-nemico, Terry McIver, compagno di bagordi di gioventù e oggi famoso scrittore, ha dato alle stampe un’autobiografia nella quale, come si suol dire, lo sputtana di brutto. In passato, Barney è stato infatti accusato dell’omicidio di un altro suo vecchio compagno, il geniale e dissoluto Boogie, che sorprese in atteggiamenti intimi con la sua seconda moglie (della quale, si scopre leggendo, a Barney non importava un fico secco); nella sua autobiografia McIver lo accusa apertamente, e questo provoca la reazione “letteraria” del Nostro. Le memorie di Barney sono qualcosa di spettacolare. Non mi era capitato spesso di leggere una prosa scoppiettante e spigliata come questa, in grado di accompagnarti con un sorriso amaro sulle labbra per più di 450 pagine, dall’inizio alla fine, senza cedere mai. Quando ti racconta della sua vita, che sia la dissipata parentesi Parigina in compagnia di altri giovani letterati sbandati o della sua carriera come produttore/trafficone, Barney riesce a tenerti incollato al libro. E’ uno che parla in maniera molto semplice, Barney, molto diretta, e in maniera semplice e diretta ci fa capire che lui è sempre stato uno pieno di difetti, scorbutico, menefreghista, materiale, anche disonesto, ma che lui Boogie non l’ha mai ucciso. Barney ci fa conoscere una serie infinita di personaggi, assurdi ma verosimili, e li dipinge in un modo talmente nitido che sembra di trovarseli davanti. Dal vecchio Panofsky, padre carico di una simpatia mostruosa e di un’ignoranza colossale, alla prima moglie Clara, donna inquieta dallo spirito indomito; dalla seconda consorte, petulante, sola e ferita dall’indifferenza del marito, alla terza, Miriam, grande amore della sua vita. Ma i personaggi sono molti, molti di più, di ogni tipo, tutti caratterizzati alla perfezione, vivi e nitidi, tutti con una propria dignità all’interno dell’economia del romanzo.
La prosa barneyana, lo ripeto, è un fiume in piena di cattiveria, bontà, comicità (e, a proposito di comicità, alcuni passaggi sono davvero stupendi, come le lettere anonime che Barney spedisce in giro per il mondo o i dialoghi telefonici tra la sua seconda moglie e la madre). Tutto questo è molto umano. Barney si racconta piano piano, e man mano che le pagine scorrono cominci a capire che lui è come i personaggi di cui racconta: pieno di sfaccettature e contraddizioni, capace delle cose più turpi così come di slanci di bontà assoluta. Con poche parole: un essere umano tra esseri umani.

Richler, prosa soave a parte, è bravissimo a tenere in pugno una storia lunghissima, densa, piena di mille rivoli. A fare da filo conduttore è proprio il mistero iniziale: Barney avrà ucciso davvero il suo amico Boogie? Quando ho finito il libro, ho avuto l’impressione che il mistero non fosse stato svelato. Non ci sono rimasto molto bene, perché è pur sempre un cerchio che non si chiude, ma ero ugualmente soddisfatto per tutte quelle parole scritte divinamente. Poi mi sono riletto le ultime pagine, e cioè l’appendice del figlio di Barney, Mike. E allora ho capito, nell’ultimo capoverso dell’ultima pagina (484), dove stava la soluzione del mistero. Una cosa impensabile. Ripeto: ultimo capoverso di pagina 484, l’ultima. Mai finale a sorpresa fu più a sorpresa, e soprattutto più “finale”.
Grande Richler.

Mordecai Richler, “La versione di Barney”, (ed. or. 1997), pp. 485, Adelphi, 2011.

Giudizio: 5/5

 


11.10.2007 11 Commenti Feed Stampa