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E io tra di voi

di Nicolò La Rocca

screamer_by_vamediah.jpgNon possibile, sta succedendo, mormoro tra me e me.
Come? Mi chiede il Cane.
Niente, niente, cerco di distrarlo indicandogli il grosso sedere della terza Dromedarina da destra. Ci riesco. Il Cane adesso non fa altro che darmi gomitate, quasi mi spacca il costato, e sorride appagato, e ammicca, e indica senza ritegno la calzamaglia della ragazza.
Cazzo, precisa poi, le si incuneata tra le natiche! Ma io guardo oltre, al di l delle quinte, al di l della foresta di cartone e polistirolo, quasi sul telone nero che adibito a sipario dello show.
Lho visto. Era lui!
Ne sono sicuro.
Se ne stava l indisturbato e mi cercava con gli occhi fino a quando mi ha trovato, tra il Cane e la donna-orologio, e non ha smesso di fissarmi con quella sua consueta aria canzonatoria. Istintivamente ho abbassato la testa, poi mi sono piegato in due, proprio mentre il presentatore, un riciclatissimo Andrea Brugherio, annuncia lentrata in scena di Eleonora Interpizzi. Ho visto le sue foto di nudo integrale scattate da John Worehouse per il calendario di Vip-situation, ha dichiarato che viene in trasmissione solo per poter incontrare lUomo-pelo, che sarei io. Adesso si dirige verso di me con quel suo portamento provocante, il magnifico seno che ho ammirato immortalato da John Worehous in questo preciso momento puntato nella mia direzione, sussulta imprigionato da uno striminzito reggiseno viola, uno dei componenti del bikini confezionato apposta per lei da Ludovico Strassi e battuto allasta, in beneficenza, per cinquantamila euro solo due giorni fa.

Il Cane, alla vista di Eleonora Interpizzi si passa una mano sulla testa, scompigliando la pelliccia e disperdendo la polvere contro i fari dellarena televisiva; i cinquemila del Cika-palas, limmenso anfiteatro inaugurato soli due mesi fa, la pi grande struttura mai realizzata in Italia, 84000 mq di cemento, ferro e vetro, esultano e si esibiscono in unenorme ola; il sindaco di Milano, ospite donore dellultima puntata de La foresta del sapere si inchina e saluta dal microfono la pi giovane promessa del cinema italiano. Tutti sgranano gli occhi addosso al corpo di Eleonora Interpizzi che procede dritta verso di me, con lintenzione di replicare quel gesto che ormai da sei mesi a questa parte tutta lItalia ripete: il palpeggiamento della mia schiena lanosa; centinaia di individui, dal calciatore Simone Felice allattore Ettore Zara, dalla velina Michela Corsico al presentatore Gustavo Pavia, hanno tratto giovamento dal contatto con la mia schiena villosa. Il mio groppone, infatti, porta fortuna, dai milioni di schermi televisivi che in questi mesi sono stati sintonizzati su La foresta del sapere passata questa rivelazione che diventata unirresistibile moda in tutta la penisola: dai pupazzi di pezza con le fattezze dellUomo-pelo da accarezzare prima di andare a letto, ai libri con le invocazioni magiche dellUomo pelo
Quindi, tutti guardano Eleonora Interpizzi. Hanno occhi solo per lei.
Io no. Io guardo lui.
ricomparso nelle prime file della scalinata. Nel settore vip! Si sar intrufolato per essere pi vicino a me? O lo avranno invitato? Tocco il manico del coltello che spunta da una tasca dei pantaloni, lo stringo forte. Mi concedo un momento di appagamento. Me lo merito. Ce lho fatta. venuto lui da me, proprio come volevo io. Ed venuto qua, sotto i riflettori del Cika-palas, allultima puntata del pi seguito show televisivo italiano di questanno, lunica trasmissione che stata capace di bloccare ogni sabato sera lItalia davanti al televisore. Il programma che ha consacrato il personaggio dellUomo-pelo e gli altri comprimari, il Cane, la Donna-orologio, lAlpaca, lo Struzzo, lUomo-atomico, lUomo-sangue, la Donna-casa, il Procione, che ha risollevato le sorti di Andrea Brugherio caduto in disgrazia dopo travolgenti successi degli anni Ottanta come Il gioco della verit o Tutto per tutto e che ha riportato linteresse degli italiani sulla televisione, fungendo da agente catalitico per gli altri programmi delle reti statali e private.
Eleonora, hai sconvolto lUomo-pelo!, commenta Andrea Brugherio, ignaro come gli altri cinquemila spettatori del Cika-palas e i ventidue milioni che ci seguono alla televisione, della partita che si sta giocando questa sera.
me che cerca. Pensa di avermi stanato. Non sa che invece caduto nella trappola, nel calappio che alacremente ho immaginato negli ultimi tempi, col desiderio di chiuderlo su di lui. Oggi scriver la parola fine.
Eppure, in un certo senso, se sono diventato quello che sono, lo devo a lui. Il prima per me avvolto tra le nebbie dellamnesia, ci che resta del passato contenuto negli ultimi cinque anni della mia vita, e luomo che adesso vorrebbe uccidermi, lAngelo Partenopeo, cio Diego Morricone, lunico souvenir che mi va di ammirare: per poi distruggerlo.

Il ricordo. Il primo ricordo che affiora. Cinque anni fa. Laula magna delluniversit ripiena di laureandi. Mia madre vestita con un taileur comprato per loccasione. Mio padre con la migliore giacca che tiene nel suo armadio: quella che ha indossato lultimo giorno di lavoro, la festa che i colleghi, spazzini come lui, gli hanno organizzato per augurargli una nuova vita da pensionato. Un sereno viaggio verso la morte, lo defin lui. Mi stavo laureando in Lettere con una brillante tesi sullImmaginismo, quel giorno. Accanto a me Marisa, che sarebbe diventata da l a pochi mesi mia moglie, anche lei in procinto di laurearsi. Ci chiamavano i fidanzatini Adams, alluniversit, con un chiaro riferimento alla nostra disarmonia: io alto un metro e quarantacinque, gi calvo dai tempi del liceo, ossuto, un naso enorme impiantato su una faccia triangolare, ridicolmente solcata da precoci rughe profonde; lei alta un metro e cinquantaquattro, grassa e col viso a uovo costellato di acne, esageratamente truccata, come imbellettata per una mascherata, il sudore che le colava gi come zucchero impalpabile. Io, per tutti, prima di mettermi con Marisa ero semplicemente u mortu, cos come Marisa, prima di incontrarmi era chiamata a babb. Poi tutti ci conobbero come i fidanzati Adams.
Mi laureai con 110/110, ma fu una fortuna, ritengo, perch in realt prestai poca attenzione alle domande degli esaminatori; ero troppo impegnato nel tentativo di captare con le orecchie eventuali commenti maligni verso la mia persona e quella di Marisa. Mi terrorizzava sapere che miei genitori si trovassero l e che rischiassero di ascoltare anche loro le malignit rivolte a me.
Mi vergognavo.
Quando, ricevuto il diploma di laurea, con Marisa sottobraccio mi recai nel fondo dellaula a salutare i miei genitori e a ricevere i loro complimenti, non potetti non notare laria mesta di mia madre. Due sottili ombre sulle guance testimoniavano che aveva pianto fino a poco prima. Mio padre, invece, ci invitava a uscire, per andare al bar a prendere un aperitivo, diceva. Ma io sapevo che la massa di malvagit che circondava la mia vita quel giorno aveva raggiunto le orecchie dei miei poveri vecchi. Chiss perch pensai a quella volta che mio padre mi aveva mostrato una discarica abusiva del comune di Napoli. Io non riuscivo a respirare, lo pregavo di portarmi via da quel posto puzzolente. Lui mi guardava allibito: si rendeva conto, naturalmente, delleffetto che poteva fare una discarica su un bambino di dieci anni, ma presumibilmente aveva sperato in cuor suo che almeno suo figlio riuscisse a resistere. Era il luogo dove lui lavorava, accidenti. Almeno suo figlio avrebbe dovuto trovarlo un posto normale. La prima cosa che disse, quando fummo in macchina, fu: Enrico, hai ragione, ho sbagliato a portarti l. Ma tu, pap, non senti la puzza che c? Gli avevo chiesto candidamente. Ci si abitua a tutto. Io ci sto qui, per me normale. Per te, invece la prima volta. Adesso, mentre si dava da fare maneggiando impacciato la bottiglia di Campari, nel patetico tentativo di spezzare la tensione, avrei voluto ricordargli che non doveva preoccuparsi per il disgusto che provava: per lui era la prima volta, la prima volta che sentiva chiamare suo figlio u mortu Adams.

Andrea Brugherio, dato che mancano ancora tre minuti alla fine dellintervallo pubblicitario, ha permesso ai bambini che seguono dalla tribuna a loro dedicata di scendere nel palcoscenico per chiedermi gli autografi. Si sono catapultati come razzi, hanno occupato con i loro schiamazzi larena, adesso mi stanno dando l’assalto decisivo, quello che probabilmente hanno sempre sognato da quando iniziata la Foresta del sapere: chi mi si abbarbica al collo e rischia di strozzarmi; chi mi schiaccia i piedi per controllare se sono un pupazzo o no; chi, la maggior parte, mi strappa i peli e li conserva gelosamente in tasca. Mi dimeno, cerco di scrollarmeli di dosso. Ma non ci riesco. La platea, credendo che io stia recitando, applaude e il responsabile dellanimazione si morde le unghie, consapevole del fatto che le telecamere sono spente e cos la gente da casa si sta perdendo lassalto dei ragazzini alluomo-pelo e, cosa pi importante, gli applausi.
Cazzo, commenta col regista, guarda come battono le mani. Peccato che
Peccato, concorda il regista.
Poi, il responsabile dellanimazione si d un pugno sulla fronte.
Stronzo che sono! Ho unidea: chiediamo di replicare quando saremo in diretta.
Perfetto, esulta il regista.
Li sento e vorrei ucciderli. Intanto sono spuntate le mamme, ognuna con in mano una pupazzo dellUomo-pelo. Hanno allontanato i bambini, calmi, cos gli fate male, calmi, e mi porgono una penna e un pupazzo a turno: vogliono che glieli autografi. Mi salva Andrea Brugherio, ha appena finito dietro le quinte di tirare una striscia di cocaina, lo fa sempre a met trasmissione, e si incazza per la folla che trova intorno a me.
Via, cazzo! Urla. Poi, quando disperde mamme e bambini, chiude gli occhi nello sforzo di ritrovare la sua cera impalpabile, quella serena aria da bravo ragazzo che gli ha permesso di conquistare il cuore degli italiani. Vedo che si sono accese le luci delle telecamere. Siamo in diretta, ora. So cosa devo fare. Giro la testa di scatto, mi fa male, ma riesco a tenere lo sguardo puntato su Diego Morricone. Poi, quando mi accorgo che la regia mi inquadra faccio un evidente gesto rivolto allAngelo Partenopeo: aspettami, sto per arrivare, ti strapper il cuore dal petto a morsi e lo sputer nella tua merda, perch ti cagherai per lo spavento, garantito, promette la mia mano. Sento il borbottio del regista. Dice:
Che sta facendo quel coglione?

Incurante delle ambizioni di mio padre e dei consigli appassionati di Marisa mi dedicai alla ricerca dei lavori pi umili, mi ero convinto che fossero gli unici che potessi fare.
Tra la disperazione di mia madre, la cupa pena di mio padre e la velata malinconia di Marisa cominciai un lungo elenco di lavori. Adesso abbassavo la testa e la offrivo al boia. Scaricatore di porto. Raccoglitore stagionale di uva. Venditore ambulante di CD. Mozzo su un peschereccio che solcava lAtlantico.Lavoratore in nero nellindustria tessile dei falsi partenopei. Dopo qualche mese di quella vita ne ebbi abbastanza. Per un po di tempo rinunciai alla prospettiva di un lavoro. Mi accontentavo di vagabondare con Marisa sulla Tempra di mio padre, passavamo i sabato sera prima in pizzeria e poi in un parcheggio sulla statale per Torre del Greco. Se non andavamo in pizzeria cera il cinema. Eravamo sereni. Fino a quando due giovanotti della periferia napoletana che avevano pensato di finire la serata in bellezza rapinando qualche coppietta sulla statale per Torre del Greco, sfondarono il finestrino della macchina con una spranga e, nel tentativo di soffocare le urla di terrore di Marisa, ci picchiarono fino a lacerarsi le nocche delle mani. Probabilmente inizialmente avevano pensato di violentare Marisa, ma quando la videro meglio, illuminandola con una torcia, visibilmente impressionati si tirarono su i pantaloni chiudendo la zip con un movimento repentino e ci risparmiarono altro orrore. Prima di sparire con i nostri portafogli come magri bottini, inghiottiti dalla voragine buia dalla quale erano balzati fuori, sentirono la necessit di spolmonarsi: a fenomeni di sto cazzo!!! A anormali!!! E stateve a casa che fate schifo.
Lepisodio del parcheggio di Torre del Greco acceler la nostra caduta nel precipizio. Dallora, infatti, ci chiudemmo a riccio. Riuscivano a starcene zitti per giorni interi. Riuscivamo a sfamarci dellaltro e solo dellaltro: il resto dellumanit lo avevamo confinato dentro la televisione che guardavamo a casa di mio padre o tra le pagine dei libri che leggevamo. Noi, non avevamo bisogno di nessuno. Di nessuno. Tutto quello che riuscivo a fare: sesso con Marisa, leggere decine di libri, vedere in televisione dei programmi dementi con una particolare predilezione per le reti locali. Marisa sdraiata, con il gonfio ventre all’ins, le braccia allargate, pronta a ricevermi, le gambe sovrapposte, una posizione pudica, poco disinvolta, timorosa perfino quando da l a poco mi avrebbe donato il suo amore. Mi adagiavo su di lei, le mie ossa spigolose si insinuavano fra le piegature della sua carne, cercavo di adattare il mio corpo appuntito alle ondulazioni del suo.
Io e Marisa parlavamo poco, per. Specialmente quando facevamo lamore. Lei tratteneva il fiato, rigida, come paralizzata, aspettava che io le fossi venuto dentro, aspettava che mi cessasse laffanno e poi pronunciava qualche frase scontata.
Un dubbio mi ha sempre assillato: se io fossi stato bellissimo, brillante, ricco e tutta quella roba l; insomma, se fossi stato il tipo che si presenta a un party con decine di casse di Martini, mi sarei ugualmente innamorato di Marisa?
Comunque, niente era ormai pi importante di Marisa e delle mulattiere dove posteggiavamo la Tempra. Fino a quando mio padre mi disse: Enrico, io non ce la faccio a vederti in queste condizioni. Ho in banca una certa sommetta, la buonuscita, sai, non so perch, per mi parve che in quel suo sai, ci fosse un rimprovero,e quindi, ecco, diciamo che potresti utilizzarla per avviare un piccola attivit. Niente di importante, per un negozietto ci verrebbe. Che ne dici?
Io dissi che s, mi andava bene, eccome. Aprii una piccola libreria, con quindicimila euro. Almeno, pensai, mi occuper di libri. Anche il quartiere, non era dei migliori. Ma mi accontentai dei pochi soldi che riuscivamo a guadagnare io e Marisa. La libreria ci permise di sopravvivere, di pagare le tasse e mangiare frugalmente una volta al giorno. Tra laltro non avendo un appartamento tutto per noi, avevamo sistemato un letto nel retrobottega e dormivamo l. Non era molto, me ne rendo conto. Ma io ero felice.

La prima volta che vidi Morricone su TeleTorre2 bucava lo schermo. Ero a casa mia. Era tardi, luna. Avevo appena finito un violento zapping. Una maga paffuta e scollacciata parlava damore al telefono con una vedova cinquantenne; un venditore si dava da fare con delle scarpiere che, garantiva, offriva scontate dellottanta per cento; una ragazza bionda spalancava le gambe e mostrava la fica totalmente rasata, la telecamera si soffermava qualche secondo e la ragazza tirava le labbra della vagina permettendo un piano ravvicinato, ginecologico, i numeri lampeggiavano a raggiera attorno al corpo nudo; un politico seduto su una poltrona di finta pelle, color cacca, in uno studio combinato alla meno peggio, sullo sfondo di un pacchiano tromp doil del Golfo di Napoli prometteva convergenze programmatiche al fine di realizzare obiettivi concordati con le parti sociali e rispettosi delle peculiarit del tessuto culturale partenopeo che tende a ridefinire gli assetti nazionali in misura della propria identit. Tutto ci era passato in rassegna davanti ai miei occhi annoiati, quando lo vidi: Diego Morricone cantava uno dei suoi pezzi pi famosi in Campania: lamuri tuttu per te. Finisce con un gesto teatrale, sventola la mano in alto avvitandola allaria. Poi incassa contento lovazione del pubblico del piccolo studio della rete privata. La grafica davanti a lui comincia a lampeggiare mostrando due numeri di telefono che bisogna chiamare per ottenere un consulto di Diego Morricone. Consulti sui numeri del lotto, sullamore, la salute, il lavoro. Il pubblico sottolinea con un applauso ogni discorso di Morricone, lIntangibile di Torre del Greco.
Lintangibile dialoga con una signora che chiede notizie sul futuro lavorativo del marito. Dice che stato licenziato
Lintangibile prende un grosso respiro.
Sei distrutta? chiede sommessamente. I boccoli doro gli cadono fluidi sulle spalle; la veste bianca, disseminata di brillantini scintillanti sotto i riflettori dello studio, oggi ha delle pieghe perfette; lo sguardo magnetico buca lo schermo.
Sto male, s, risponde la signora. Langelo si alza, a sorpresa, si avvicina alla telecamera, fa in modo che la sua faccia occupi tutto lo schermo: apre la bocca, lascia una fessura tra le labbra che erano come appiccicate, mostra la punta della lingua, gli occhi azzurri acquosi tremano, e dice:
Sta tranquilla, tesoro, andr tutto bene. Vedi le carte?

che io non ce la faccio pi. E non per il dolore fisico – strappandomi i peli i fanciulli mi hanno fatto davvero male, ho perfino delle minuscole ma dolorose ferite, tanti puntini rossi di sangue in corrispondenza delle radici dei peli – quanto per la tristezza, ormai insostenibile. Solo sapere che lui ancora al suo posto mi d un po di ricarica.
Sei proprio impazzito?! Mi chiede con una fastidiosissima finta calma Andrea Brugherio.
Perch? Dico sommessamente.
E me lo chiedi pure? Non hai visto che la telecamera era ancora accesa? Avresti dovuto alzarti e non restare l come come come un coglione.
Scusa, mi sono distratto.
Che hai stasera?
Niente.
Guarda che aspettiamo un nuovo ospite, sar lospite donore della trasmissione.
E chi sarebbe? Chiedo svogliatamente. Indica in alto, nella tribuna dei vip. Non ci credo, oddio! Diego Morricone si alza e saluta con la manina. Brugherio risponde e mi chiede di fare altrettanto. Con gli occhi sgranati accenno un saluto. Non ci credo! Brugherio, come se mi facesse partecipe di un segreto capitale che io per non meriterei di sapere, dice:
Uno che legge le carte, una specie di mago. Fa un sacco di cose. A quanto pare stanno adattando un format tedesco, e lui ne sar il protagonista, la prossima stagione televisiva. La nostra trasmissione servir a lanciarlo, per presentarlo, diciamo, ai telespettatori. Quindi, mi raccomando: smettila con le tue stronzate. Si d una sistemata ai capelli e poi con unaria cameratesca un po forzata, aggiunge: trattiamolo bene il nuovo ospite, dai Enrico.
Ah, s, eccome se te lo tratter bene. Ah, come lo tratter, non ne hai idea, vedrai mi verrebbe da dirgli.

I capelli raccolti in una lunga coda. Un maglione nero. Un paio di jeans consumati. Una leggera barbetta sulle guance forse un po pi scavate. Ecco, era molto diverso di come ero abituato a vederlo su TeleTorre2, ma, indubbiamente, era lui luomo che era entrato nella mia libreria: lIntangibile di Torre del Greco, lAngelo partenopeo, Diego Morricone. Gira nel corridoio centrale, quello delle novit, rovista tra la saggistica storica, spulcia alcuni libri, ne mette insieme una decina e li lascia cadere nel canestro degli acquisti che ha prelevato allingresso. Poi va nel piccolo corridoio dei volumi darte, quelli costosi che non riesco proprio a vendere, ne butta allaria qualcuno. Si gira di scatto e si accorge che lo sto fissando. Strizza un occhio e mi lancia un sorriso tagliente che non raccolgo. Allora, rendendosi conto che il primo tentativo di impaurirmi fallito decide di cambiare tattica. Svogliato per linatteso contrattempo che gli procuro mi si avvicina con molta flemma. Mi porge il canestro con i libri e dice:
Hai fretta? Mi chiede. Sogghigna, mi sta squadrando, sta pensando che sono un niente, ne sono certo, glielo leggo negli occhi.
Non credi di essere un po sgarbato con me? Una pausa per saggiare il mio turbamento. Sai, direi anche che dovresti essere pi previdente. Visto come sono caduti prima quei libri? Si saranno rovinati, costano un occhio della testa.
stato lei, lho visto.
Mi hai visto! Cosa hai visto?! Urla. Poi ritrova la calma beffarda di prima e aggiunge: io non lho fatto mica apposta. stato un incidente, sono stato poco accorto. Ma pensa che cosa potrebbe succedere alla tua libreria se invece entrasse qualcuno in malafede, qualcuno che ci trova il suo piacere nel rovinare le cose altrui. Guarda che esiste sto tipo di gente, ah. Eccome. Ce n un sacco in giro. E bisogna tutelarsi, assicurarsi magari che qualcuno garantisca la sicurezza nostra e dei nostri affari. Sai quanta gentaglia gira per Napoli, oggi come oggi?
La prego di uscire dal mio negozio, ebbi il coraggio di intimargli.
Mi vedevo: il mio cranio appassito, i miei occhi gelatinosi, il mio naso deforme, la mia peluria che spunta dalla maglietta, Enrico u mortu che sfida lAngelo Partenopeo, lIntangibile di Torre del Greco; e vedevo la sua immensa bellezza, nonostante avesse inarcato le sopracciglia per affondare il bisturi nella mia povera carne e adesso mi avesse afferrato per le spalle nel tentativo di schiacciarmi contro il pavimento, di soffocare la mia timida reazione. Conoscevo bene questo supplizio lacerante, queste parole pronunciate da Diego Morricone con lintento di consumare ogni mia minima parvenza di resistenza.
Era la stessa storia che si ripeteva di volta in volta con nuovi antagonisti, antagonisti che mi rubavano la scena.
Cos? Come ti permetti? Mi d un pugno in testa. Sai che ho una voglia pazzesca di romperti il culo? Mostro! Come ti permetti? Un altro pugno in testa. Tu non sei nessuno, capito? Nessuno! No! Non parlare! Non provare a replicare! Un altro punto in testa. Io ti ammazzo, capito? Se lo voglio ti ammazzo! Un altro pugno in testa. Comincio a vederci appannato. Lo intravedo mentre si agita al di l di una barriera velata. Un altro pugno in testa. Ancora pi forte. Quasi mi sfascia la scatola cranica. cosa fai, coglione? Alzati! Alzati!!! Lo guardo dal basso verso lalto, imponente, una maschera di rabbia, a questo punto non mi meraviglierei se mi azzannasse la carotide e poi sputasse una poltiglia della mia povera carne, come nei peggiori film dellorrore.
Mi chiudo a riccio. Mi tappo le orecchie. Piango. Non voglio morire. Marisa. Mio padre. Mia madre. Non voglio morire.
Bastardo! Continua lui. Si massaggia le nocche della mano. Mi fa schifo perfino toccarti.
Piango.
Che razza di uomo sei? Mi sputa addosso. E poi si pulisce la bocca con un braccio.
Mi fai schifo.
Cala un silenzio senza speranza. Sento solo il traffico in strada, il ticchettio del mio orologio, il mio respiro affannoso, gli ultimi miei singhiozzi.
Di Diego Morricone non c pi traccia nello spettro sonoro. Devo solo aprire gli occhi. Spero che se ne sia andato. So che a questo punto unipotesi impossibile ma, incoraggiato dalla mia disperazione, per un attimo lo immagino fuori dal mio negozio, alle prese con i suoi consulti privati.
E invece no!
qui, davanti a me, immobile come prima.
Prepara trecento euro e dammeli la prossima volta che vengo a trovarti, se non vuoi bruciare tu e sto schifo di negozio Parla a denti stretti, neanche mi guarda, il pensiero sicuramente alla prossima vittima.
Esce con i libri in mano.
Non li ha pagati.

Ed ecco a voi: lAngelo Partenopeo!
Applauso.
Diego Morricone scende tra il tripudio della platea le scalinate della tribuna vip e corre verso Andrea Brugherio che lo ha appena annunciato. Si abbracciano come se si conoscessero da anni. Caro Andrea. Oh, che piacere averti qui, Diego. Abbracci e baci. Brugherio spiega al pubblico chi Diego Morricone. Un vero e proprio artista della magia, noto anche per le sue incursioni nel mondo della musica neomelodica napoletana. Impareremo ad apprezzarlo meglio il prossimo anno, quando seguiremo il suo nuovo programma: Langelo in prima serata. Intanto ci mostra la copertina del suo CD, si appresta a lanciarlo in tutta Italia. Raccoglie il meglio della mia produzione di questi anni, commenta Morricone, le canzoni che mi hanno fatto conoscere a Napoli Non ha il tempo di pronunciare la parola Napoli, che le Forestine cominciano a dimenarsi sulle note di Iamme iamme, e anchio vengo spinto nel balletto e come uno stronzo cerco di tenere il ritmo. Anche il pubblico si alza in piedi e batte le mani seguendo il ritmo della canzone.
Certo che Napoli infonde allegria in tutti noi. Il sole, il mare, la pizza Commenta Brugherio con unespressione che mi sembra quasi intelligente.
Lo stilista Eugenio Roccaforte ci ricorda che ormai la musica neomelodica stata riabilitata perfino dai critici pi severi e Maril Canzano lo spalleggia sostenendo che ha appena acquistato lultimo CD di Gugliemo Parraporco e lo trova sublime, con questa accorta escursione che fa negli strati pi veri dellidentit popolare partenopea e con questa esibizione virile e orgogliosa delle coordinate immaginifiche e valoriali della Napoli suburbana dei nostri giorni. A questo punto la Velina arrossisce e Brugherio, con unespressione un po guascona, le chiede:
vero che hai lasciato Beppe Misertini e diccelo tu, dai dai
La Velina, clamorosamente, confessa che s, vero, ha lasciato il famoso attaccante della nazionale Beppe Misertini e si messa con Guglielmo Parraporco. Lovazione del pubblico non tarda ad arrivare, e la Velina arrossisce. Dopo, tutti gli ospiti passano in rassegna davanti allAngelo Partenopeo. Lui, tra il serio e il faceto, rivela il futuro, parla di lavoro e amore. Perfino i politici accettano di sottostare al giogo e quando viene il loro turno si siedono davanti allAngelo Partenopeo ad ascoltare le sue premonizioni. Poi, il responsabile dellanimazione ha unidea:
Coinvolgiamo lUomo-pelo, parla con il regista. Cos, dopo la pausa pubblicitaria, mi fanno sistemare dietro allAngelo Partenopeo: devo esultare ogni volta che il mago interviene nel dibattito. Adesso ce lho proprio sotto di me.
Sta attento, mi sussurra lui.
Ti aspetto fuori, alla prossima pausa pubblicitaria, ribatto.
Ormai sono completamente sudato, ma tremo per il freddo.

La perfezione di una luce, un abbaglio che intravedo appena nel momento in cui imbocco il vicolo che conduce alla mia casa-libreria. Se non fosse per la tragicit dellavvenimento, un piccolo negozio che brucia come implodendo su se stesso, la fonte unica del mio misero reddito nonch la mia abitazione di fortuna che scompare distrutta dalle fiamme, direi quasi che al di l delle apparenze si nasconde un fenomeno esteticamente apprezzabile
Incrocio Diego Morricone mentre sopraggiunge dal luogo del disastro. Prova a rivolgermi una delle sue solite occhiate cattive ma la blocca sul nascere. Forse gli faccio pena.
Hai capito che cosa succede a mettersi contro di me? Dice.
Va bene Gli rispondo senza dargli troppa importanza. Scorgo il suo sbigottimento ma procedo verso la libreria.
Quando ormai Diego Morricone ha ripreso la fuga alle mie spalle, la portata della catastrofe mi palese.
Marisa
Marisa
Marisa
Dormiva ancora quando mi sono alzato per fare la mia consueta passeggiata mattutina. Mi piaceva respirare un po daria fresca allinizio della giornata, mi dava un po di vigore. Lei rimasta imprigionata l dentro. Le fiamme bloccano le uscite, unalta colonna di fumo ha distrutto la mia famiglia.
Grido.
Sono ormai un pazzo che gira intorno come una antilope azzannata da un leone, posso solo urlare e agitarmi, sbattere il mio cranio sul marciapiede, strapparmi i pochi capelli che mi restano, cercare di strozzarmi con le mie stesse mani. Intorno un vociare confuso: chiamate i pompieri! Chiamate i pompieri! Per gli altri, infatti, lo spettacolo appena cominciato. Mi trasportarono in ospedale e mi lasciarono l due settimane. Poi, aspettai la morte di mio padre. Aspettai la morte di mia madre. Se ne andarono quasi contemporaneamente, sfiniti dalla maledizione che il figlio portava dalla nascita e che indirettamente li aveva attirati nel suo cono oscuro. Aspettai. Dopo, partii.

Sono uscito per primo. Lho intravisto con la coda dellocchio mentre mi seguiva. Adesso anche lui venuto dietro le quinte, c un corridoio abbastanza vicino alle scene per rientrare subito pochi secondi prima che finisca la pubblicit, abbastanza appartato e in penombra per fare quello che devo fare.
Che devo fare.
Che devo fare.
Come hai potuto pagarti le strisce quotidiane in televisione? Gli chiedo. Non si aspettava questa domanda.
Che te ne frega? Che cazzo vuoi da me?
Io lo so come hai fatto.
Guarda che io ti strappo i coglioni!
Quello che ho. Impugno il coltello nascosto nei pantaloni. rigido, come il mio corpo, mai come ora ho sentito la Forza dentro di me. Mai.
Diego adesso deve essersi pentito della sua irruenza. Si rende conto che siamo in un luogo affollatissimo e in realt non mi pu fare niente. Allora cambia strategia. Prova con le buone maniere:
Senti, io non sapevo che l dentro ci fosse tua moglie, mi dispiace per quello che successo. Ma tu non mi avevi dato retta. Chi te lo ha fatto fare? Adesso per lasciami stare, non hai idea di chi ci sia dietro di me. Cosa credi? Che io stia qui per fare il mentecatto come te? Non puoi capire. Non ti mettere in cose pi grandi di te. Non ti conviene.
Mi verrebbe da dirgli: certo che so chi ci sta dietro di te. Ci sta tutta questa porca mia vita. Ci sta tutto questo porco mondo.
Come sei finito qua? Continua a parlare Diego, non mi hai cercato a Napoli in tutti questi anni e adesso ti ritrovo in televisione. Come cavolo sei finito qua? La Forza mi fa ringhiare, impugno sempre pi forte il coltello, quasi lacero i pantaloni.
Come sei finito qua? Insiste, lo sprovveduto.

La svolta mi si present grazie a un foglio umido di pioggia lasciato chiss da chi su un tombino di Corso Buonos Aires a Milano. Quando raccolsi quella che si rivel una pagina del Corriere della Sera del giorno prima, avevo appena attraversato il momento pi difficile della mia vita, avevo, come si suol dire, toccato il fondo, e non potevo far altro che risalire la china.
Da due mesi, infatti, vagabondavo a Milano tra i barboni. Dormivo allaria aperta, proteggendomi dalle intemperie sotto il cavalcavia di Viale Monza con un cartone che una volta aveva contenuto delle sigarette, lunico oggetto, assieme ai miei vestiti, che ancora mi apparteneva. Nelle consuete lotte intestine per accaparrarsi il miglior posto per chiedere la carit, certi angoli di Piazza Duomo, certe strade di Porta Romana, alcune fermate della metropolitana, io dovevo accontentarmi di quello che restava. Pertanto, una volta che provai ad alzare la testa fui picchiato e subii una raffica di sputi dai cinque barboni ai quali avevo cercato di contendere il territorio di caccia. Fu allora che uccisi per la prima volta. Mi sembr talmente naturale, assassinare, che non provai nessun rimorso. Un po di soddisfazione, quello s. Quei cinque erano destinati alla morte, tutti dobbiamo morire, e il mio coltello non era altro che uno strumento casuale della fine che aspettavano. Il giorno dopo li attesi nascosto dietro un secchio della spazzatura e li affrontai tutti insieme. Li sgozzai uno a uno, senza fatica. Solo il quinto mi impegn un po di pi, perch era riuscito a scappare abbastanza lontano e dovetti inseguirlo. Ma la strana e nuova sensazione di appagamento che provai per quegli omicidi dur poco. Ci voleva ben altro Cos, quando raccolsi quel foglio di giornale che mi mostrava, sbiadita dalle forti piogge, una strana inserzione, cercasi attore per Sonw-film, pensai che era arrivata la mia vera occasione: se mi vogliono vedere cos allora dovranno pagare le loro visioni, conclusi.
Sapevo bene cosa fossero gli Sonw-films. Ero preparatissimo in questo campo. Difatti, quando mi presentai al provino, in un appartamento di Corsico, al settimo piano di una delle tanti torri che erano sorte nella zona residenziale, il regista non ebbe il minimo dubbio: quellessere minuscolo, ricoperto di una peluria fittissima era quello che ci voleva per i suoi film. Mi chiese di aprire la zip dei pantaloni e di tirare fuori il pene. Obbedii e io stesso commentai che non era grossissimo. Non era un problema, mi rassicur il regista. Non era per la misura del mio pene che mi avrebbero scritturato del resto lo sapevo benissimo ma per la mia deformit. Ero o non ero venuto l per recitare in un Sonw-film? Un genere di cinema hard inaugurato una decina di anni prima da Mike Sonw in California e che prevedeva la presenza di un mostro (un vecchio, un malato, qualsiasi persona che avesse da esibire il suo aspetto orrendo) che si accoppiava furiosamente con giovani e belle ragazze bionde reclutate per lo pi in Ungheria.
Cominciai a girare quel giorno stesso.
Diventai uno dei campioni della Vizzortini Production. Giravamo per lo pi in Brianza, in ville prese in affitto per pochi giorni o dentro lussuose camere dalbergo milanesi. Ogni tanto mi spedivano in Ungheria per girare direttamente nel luogo dal quale provenivano la maggior parte delle mie compagne.
Latteggiamento degli altri nei miei confronti non era cambiato, per la verit. Il regista mi trattava come un elemento scenico, quando finivamo di girare non gli interessava cosa facessi e dove andassi, e anche le attrici, fuori dal set, neanche mi guardavano, spesso addirittura mi deridevano o si voltavano schifate quando mi vedevano comparire. Ma quando si accedeva la telecamera ero io il protagonista. Il regista doveva rispettare le mie esigenze, le ragazze si dovevano piegare sotto di me e permettermi qualsiasi cosa. Ma non ero felice. Finite le riprese restavo da solo, mi rinchiudevo nel mio appartamento e mi dedicavo alla lettura e alla televisione. Ma non potevo fare a meno di pensare a Marisa. Non potevo fare a meno di pensare a quello che era successo. Non potevo fare a meno di sapere che io stavo bene solo con Marisa. Io sono esistito fino a quando esistita lei. Il nostro era un grande amore. Io ero Enrico solamente fino a quando lei era stata Marisa e non il cadavere bruciato e sotterrato tre metri sottoterra nel cimitero monumentale di Napoli. Adesso ero solo unoccasione per dar forma alle perversioni erotiche umane. Al di l di questo mio ruolo non esistevo. A parte gli attori che giravano con me e il pubblico che acquistava in edicola i miei film nessuno sapeva della mia esistenza, io ero totalmente uno sconosciuto.
Loccasione di diventare lUomo-pelo mi capit un giorno che giravo a Monza la terza serie de Il perverso piacere del pelo, con la partecipazione di Elen Mikeword. Avevo appena finito la scena con Elen, uno sbaciuccamento, e adesso mi stavo facendo una ragazzina ungherese di ventanni che non ho mai saputo come si chiamasse. Interpretavo la parte di un mugnaio tedesco che sorprende a dormire nella sua stalla due ragazze che attraversavano la Baviera facendo autostop. I glutei della ragazza sbattevano aritmicamente sul mio bacino, io, sudatissimo come al solito, cercavo di scegliere un appiglio tra le forme generose del suo corpo, con le mani passavo dai grossi seni che ballavano al ritmo che io da dietro imprimevo allintero corpo, alle natiche, ai folti capelli biondi sparsi sulla lunga schiena. Doveva essere alta non meno di un metro e settantacinque, mi chiedevo come diavolo fosse finita in quella villa brianzola a farsi scopare da un omuncolo deforme, a farsi impastare la pelle dal sudore che scolava viscido dalla mia peluria. E doveva anche fingere di godere, tirare fuori dei gemiti ossessivi, starsene tutto il tempo con la lingua in fuori, come una deficiente.
Quando le venni dentro lei si alz e non mi rivolse neanche uno sguardo. A parte la scena iniziale che prevedeva degli striminziti dialoghi mi aveva rivolto per tutto il tempo le spalle. Era stata lei a esigere tutte le posizioni di schiena. Erano le sue prime performance, aveva confessato, non ci riusciva a guardarmi. Proprio non se la sentiva. O cos o avrebbe abbandonato il set. Il regista per un po aveva protestato ma poi, pensando alla perdita di tempo che avrebbe significato la ricerca di unaltra attrice, aveva accettato la richiesta.
Adesso la ragazza ungherese si era rivestita e chiacchierava col regista. Altre richieste, probabilmente. Fu in quel momento che mi avvicinai al fotografo di scena. Era un ragazzo milanese, trentanni circa, che lavorava nel porno da un paio di mesi ma che raccontava di essere inserito bene anche nel mondo della televisione. Io, nelle mie scorribande televisive avevo rivisto una faccia nota, una faccia che non sarei mai stato capace di dimenticare. LAngelo Partenopeo dagli schermi di una grossa televisione privata nazionale pubblicizzava la sua attivit di terapeuta paranormale. In primo piano il suo faccione bello come il paradiso. I suoi boccoli biondi. La voce suadente, con un leggero accento napoletano che lo rendeva pi simpatico. Sullo sfondo un suo vecchio pezzo musicale: lamore amore.
Incredibile: la pubblicit durava pochi secondi, ma era pur sempre sulla pi grossa rete privata nazionale.
Improvvisamente, mi venne in mente un piano: per realizzarlo avrei dovuto infatti affidarmi anche alla fortuna. Ma non era detto che una volta nella mia vita la fortuna non mi aiutasse.
Cos, quel giorno, mi avvicinai al fotografo e cominciai a chiedergli dettagli sui personaggi televisivi che lui aveva fotografato. Era sempre molto fiero di parlarne. Poi, fingendo un certo entusiasmo, gli chiesi come potevo candidarmi per essere scritturato per qualche trasmissione televisiva. Avrei fatto di tutto pur di entrare in uno studio televisivo, anche come comparsa, dissi. Mi diede un numero di telefono, chiamai e fissai un appuntamento. Si trattava del provino per una trasmissione che doveva iniziare quellanno. La foresta del sapere. Alla responsabile del casting stavo spiegando che parlavo benissimo linglese e il francese, che ero laureato in Lettere con 110/110 quando lei mi interruppe bruscamente:
No, basta, guardi non ci interessano i suoi studi. La prendiamo perch ci serve un nano peloso. Fu cos che divenni luomo-pelo.
La notte stessa, per festeggiare, uccisi la ragazza ungherese. Mi appostai nel vano delle scale del suo condominio e la aspettai pazientemente fino a tardi. Rientr verso le tre. La presi alle spalle e la strozzai con un filo metallico. Sapeva di Martini il suo alito.

La prima coltellata glielho sferzata al bassoventre, ha urlato come una bestia al macello, ma le sue grida sono affogate nella musica della band de La foresta del sapere: infatti, stanno provando il brano finale, quello che accompagner le ultime entrate in scena degli ospiti.
Subito ho tirato fuori dalla tasca il fazzoletto nel quale avevo avvolto il coltello e lho trasformato in un bavaglio: dopo aver afferrato Morricone per i capelli, piegato a terra gemente per il dolore atroce che devo avergli provocato, glielho stretto in una morsa alla bocca. Adesso mi guarda terrorizzato con gli occhi sbarrati, i denti che masticano il bavaglio. Dovrei gioire, eppure non ci riesco. Lo tengo per i capelli, potrei ucciderlo sgozzandolo, ma voglio qualcosaltro. Fatico a contenere le sue contorsioni, un principio di capogiro e mi annebbia la vista. Ma non voglio che muoia troppo in fretta. Lo giro di spalle e poso i mie piedi sul suo muscoloso ventre.
No no Mi pare che lui stia cercando di dire. A una decina di centimetri dalla sua faccia posso ammirare la bellezza dei suoi lineamenti, nonostante siano messi a dura prova dalla smorfia di dolore che li contrae. Un particolare: la sua bocca che ero abituato a vedere atteggiata in un ghigno di sberleffo, ora solo una cavit che erutta saliva. Gli accarezzo la pelle, per un attimo i suoi occhi incontrano i miei e subito si chiudono. Piange. Singhiozza.
Adesso ci penso io a te.
Lui trema tutto e prova a divincolarsi.
Gli tolgo il bavaglio.
No, per Dio, no, ti prego! Piagnucola.
Guardo la lama. Con un altro fazzoletto gli ho legato le mani dietro la schiena.
Tra un po finisce la pubblicit, gli dico. Lui mi guarda attonito. Non capisce.
Tra un po saremo nuovamente in diretta, provo a essere pi chiaro.
con i suoi sputi che mi colano dappertutto che porto a termine il mio lavoro. La lama penetra con decisione dentro la sua carne, ne asporta interi strati, ben presto, tra le sue urla ancora soffocate dalla musica assordante, la sua faccia sembra coperta di squame, lamine rosse di pelle dalla quale spuntano due giganteschi occhi spiritati, due bulbi che incorniciano minuscole pupille.
in quel preciso momento che lui comincia. mentre io sollevo la lama in alto per ucciderlo che lui comincia. mentre non vede pi speranze che lui comincia:
Padre nostro che sei nei cieli, abbi piet di me; padre nostro che sei nei cieli, abbi piet di me; padre nostro che sei nei cieli, abbi piet di me
Non c pi il suo odore di muschio. Non c pi lodore pizzicante della brillantina con la quale doma i suo riccioli impetuosi. Non c pi il profumo dolciastro del suo sangue. Adesso c una fragranza di incenso, un odore di legno vecchio umido, quello delle panche della chiesa dove mia madre si recava a pregare; di vesti calde, quello delle donne che accompagnavano mia madre in chiesa; quello delle polpette che lei mi preparava ogni domenica, quando tornavamo dalla messa; vedo tutto: le facce contente di mio padre e di mia madre, la campagna delle gite fuori porta il sabato pomeriggio.
Mi inginocchio: Signore perdonami. Fammi fuggire da questo mondo. Ho avuto poco, ma fa che resti in me solo il ricordo di questo poco: quando giocavo al dottore con una mia amichetta, Michela (dove sar adesso?), e le ho visto per la prima volta le mutandine bianche; quando mio padre mi ha regalato il pupazzo di Mazinga; il giardino di rose che aveva coltivato mio nonno e che, lasciato in abbandono dopo la sua morte, mi si mostr selvaggio e ancora pi bello quando lo vidi dopo aver scavalcato lalto muro di cinta; la bellezza del primo tramonto che vidi a Pozzuoli; le carezze che mia madre mi donava prima di andare a letto; la prima volta che riconobbi negli occhi di Marisa la mia stessa impressionabilit e la mia stessa fragilit; le poche parole damore che ho ricevuto, da lei, naturalmente.
Grazie per tutto quello che mi hai dato, Signore. Ma adesso me ne vado. Sono stanco. Perdona questo povero essere e per quello che mi ha fatto. Io lho gi perdonato. Non mi resta altro. E perdona anche me, se puoi, per tutto quello che gli ho fatto. Non dovevo. Non serve a niente. Se non ad offenderti. Lo so, adesso. Basta una menzogna, uno sguardo cattivo verso qualcuno per farti del male, Signore lo so. E io ho fatto molto di peggio.
Lasciami andare, ti prego, mi supplica lui.
S, lo lascer andare. Non lo uccider. Ma sarebbe una sciocchezza rinunciare alla parte decisiva del mio piano. Adesso ha pi senso di prima.
Ti purificher, gli dico. Gli accarezzo i capelli.
Sta tranquillo, aggiungo, dopo ti sentirai meglio, sarai cresciuto.
Non so come ma me lo carico sulle spalle. Sento Brugherio che sbraita, dov quel coglione di Enrico, e il mago? Il regista invita gli spettatori del Cika-palas a sedersi, stiamo per tornare in diretta per la parte conclusiva della trasmissione. Lultima puntata. Ascolti record. Non possiamo rischiare di sbagliare. Dove sono lUomo-pelo e lAngelo partenopeo?
Entro proprio quando Brugherio sta dicendo: con vero piacere che vi annunciamo Barcollo un po prima di guadagnare il centro della scena, e anche adesso che mi sono bloccato sto malfermo sulle gambe. Cosa vedono gli spettatori? Cerco di immaginarlo, posso solo immaginarlo, perch sono piegato in due sotto il peso di Diego Morricone. Dallalto delle tribune: lAngelo partenopeo nudo, avviluppato sulla mia schiena, una maschera di sangue, un viso orribilmente massacrato, e sotto io, come una tartaruga che si muove avvolta dal proprio guscio, tremo e recito il Rosario, quello che ricordo di esso. Li posso contare a uno a uno gli urli di choc del pubblico, cinquemila bocche spalancate allunisono impegnate in una performance imprevista ma straordinaria, cinquemila gemiti della stessa nota in totale concordanza con i ventiduemilioni da casa.
Spegni!!! Urla qualcuno.
Coperto dalle braccia dellAngelo che mi penzolano davanti alla faccia e che gocciolano sangue proprio sui miei occhi, intravedo due uomini in divisa che corrono nella mia direzione.
Uno mi stacca lAngelo di dosso. Laltro mi picchia con un manganello. Mi fracassa il cranio, la bocca, il naso.
Buio.


21.09.2007 1 Commento Feed Stampa