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Memorie di un imbecille (11)

di Roberto Chilosi

Continua da Memorie di un imbecille 10.

L’ultima notte sarà terribile, indimenticabile, inaspettata.
Durante tutta la gara ho sempre pensato all’ultima frazione in bici, 146 km, come ad una volata nella pianura del Terai, quasi tutta su asfalto, con unico rischio i Nightbus e i camion, dato che la strada, che ben conosco, è molto trafficata.
Mi sono sempre immaginato a pedalare veloce con i miei compagni, molto ravvicinati e sempre pronti a darci il cambio per tirare il gruppo.
Pensavo, nella peggiore delle ipotesi, che avremmo impiegato 8 ore…
Ce ne abbiamo messe 14,30.
Siamo arrivati al cambio, il penultimo cambio, nel primo pomeriggio e siamo partiti molto determinati, convinti di arrivare a Janakpur prima di notte, riempiendo gli zaini solo col materiale obbligatorio e qualche razione energetica.
I primi km il fondo è sassoso e fangoso con profondissime pozzanghere, ma abbastanza scorrevole ed io sono ancora convinto che dal paese, che dista circa 20 km, incontreremo l’asfalto e allora potremo volare…..
L’attraversamento dei paesi in Nepal è sempre molto caratteristico, la confusione è totale, la massa di persone ti avvolge incuriosita dai tuoi colori e dalla tua attrezzatura.
Rispetto alle loro, le nostre bici sono astronavi e quando mi chiedono quanto costano (5.500.000
Lit.), non rispondo mai la verità, mi vergogno: in Nepal con quei soldi compri 2 appartamenti, oppure vivi discretamente 3 anni.
Ci dissetiamo con Coca-Cola fredda, un sogno, il morale è ancora alto, abbiamo voglia di scherzare perché sappiamo che la fine è vicina.
La fine è vicina.
Poco fuori il paese c’è un check-point, proprio all’incrocio con la grossa strada asfaltata, che noi tutti pensiamo di percorrere per i prossimi 120km.
Bravi merli!
La stradona va attraversata, mai percorsa, l’asfalto rimarrà solo una malinconia…e i nostri poveri culetti, rovinati dalle vesciche, dovranno sopportare ancora buche e sofferenze ancora per un po’.
Comincio a rendermi conto che cosa significa “la gara più dura del mondo…”, non si fanno sconti, mai e in nessun caso, avete voluto le biciclette? Pedalate! ma spero sempre che il fondo continui ad essere buono.
Stiamo pedalando da qualche km su di un argine fangoso, tutto attorno la pianura allagata dal monsone, il fondo è pesante, la media si è molto ridotta, il sole tramonta e vorrei pedalare più veloce per arrivare prima, comincio ad essere stufo, ma non tutti siamo in condizioni di forzare sui pedali, Marco ha una dissenteria tremenda, la Claudia è a pezzi.
Buio.
Abbiamo percorso solo 45 km, oramai so che dovremo solo soffrire.
Inauguro le cadute: non vedo una buca profonda e mi ribalto in avanti, rimanendo incastrato con le gambe nel telaio.
Non mi sono fatto niente, ma non mi alzerei più.
Voglio dormire, adesso, qui, mandate qualcuno a pedalare al mio posto, io non mi alzerò, ho sonno, sono improvvisamente stanco e abulico, coprite-il mio-corpo-con-una-coperta-e-lasciatemi-in-pace-chi-se-ne-frega-della-gara-basta!-io-volevo-l’asfalto-andatevene-tutti-mi-avete-rotto
Ma Enrico, il mio “padre-padrino” in gara mi urla e mi insulta, perciò, molto a malincuore, abbandono la mia scomoda e fangosa posizione e ricomincio a pedalare.
Cade Silvano, cade la Claudia, ma siamo sul fango e non ci facciamo nulla.
Iniziano i guadi, il monsone ha picchiato duro, i primi sono lunghi, anche 500 mt ma poco profondi, anche se non si vede nulla, le pile frontali che abbiamo non illuminano che a pochi mt da noi, e possiamo solo immaginare dove sarà la sponda opposta.
Verso mezzanotte arriviamo al secondo check-point, all’uscita di un grosso e rumorosissimo paesone dove, di nuovo, ci ristoriamo di Coca-Cola fredda: la temperatura esterna è di 35°C e l’umidità relativa altissima, non si smetterebbe mai di bere e di stramaledire la decisione di venire a fare la gara.
Salutiamo i cordialissimi ragazzi francesi al check-point “bonne-chance-italiens-on-va-boir-quelque-chose-ensemble-en-Katmandu…”, e ripartiamo.
La pista è larga, di giorno la media potrebbe essere alta, ma non si vede nulla, anzi di meno, il fango è altissimo e procediamo a 7 massimo 10 km/h.
È frustrante: vorremmo accelerare, ma quando ci proviamo, finiamo in terra, a volte uno sopra l’altro e su monticelli di merda di bufalo, ma siamo come degli automi e ci rialziamo come se niente fosse e siamo al buio completo perché abbiamo finito le pile delle torce.
Scopriremo poi che tutti questi problemi li hanno avuti tutte le squadre, ma ciò non mi consola affatto.
Altri guadi, alcuni profondi anche 1 mt e lunghi 200/300 mt, siamo a pezzi e non stiamo in piedi dal sonno.
Enrico, silenziosamente bestemmia tra sé e sé, e più rumorosamente litiga con Marco, che continua a fermarsi con l’intestino a pezzi.
Io ho smesso di pensare già da un po’, come drogato mi sembra di sognare e infatti sogno perché dormo e cado come una pera dalla bicicletta e tutti gli altri addosso.
Un dente della corona di non so chi mi si pianta nel polpaccio e il dolore mi aiuterà a stare sveglio per un po’.
E i miei piedi?
Rovinati per sempre! E anche il mio sederino, piagato e sanguinante: finito!
Guardo fisso di fronte a me, cercando di individuare la prossima buca o ostacolo.
Ogni tanto incrociamo un carro trainato da buoi di nepalesi che vanno chissà dove.
Tutto intorno il nulla.
E quel cielo così nero.
In Europa, e probabilmente nel resto del mondo, la fortissima antropizzazione, la presenza continua di insediamenti urbani con le illuminazioni pubbliche, le auto, inquinano la notte con le luci.
Qui nulla, solo buio, solo fango e merda di bufalo.
Attraversiamo dei villaggi di capanne di fango, dove regolarmente cadiamo su qualche “resto organico”, navighiamo, almeno in questo sicuri, con mappe e GPS per cui non dobbiamo chiedere informazioni, ammesso e non concesso che i locali siano in grado di darcele.
Ma io spero sempre di vedere le luci di Janakpur che ha 20.000 abitanti e DEVE essere illuminata!
Ad un posto di polizia ci fermiamo e ci offrono del thè col pepe, ma io mi addormento prima di riuscire a mandarne giù un solo goccio.
Insieme ad Enrico chiediamo a Marco di poterci fermare per un paio di ore a dormire.
Dall’inizio della frazione abbiamo pedalato a 8 km/h di media, proseguire al buio in queste condizioni non ha alcun senso, meglio aspettare la luce del giorno per recuperare terreno.
Marco come al solito non ne vuole sapere e continuiamo fino alla rovinosa caduta successiva.
Forse Enrico, primo della fila si è addormentato pedalando e tutti gli siamo finiti addosso.
Vivaddio un orgia!
Non ho la forza di togliermi gli altri di dosso e insulto Marco e mi rifiuto di proseguire fino al sorgere del sole.
Anche la Claudia e Silvano sono a pezzi, ma non vogliono contrariare Marco.
Troviamo un enorme albero (una magnolia fiorita, scopriremo al mattino), sotto la quale ci stendiamo, nel fango, col duvet steso sopra a protezione dalle zanzare.
In lontananza si ode un canto di donne, regolare, ritmato, voci bianche che intonano le classiche nenie indiane e mi addormento pensando al film “Lost in the Space” pensando che questa notte non finirà mai.
Siamo nel nulla e nulla siamo, stanchi, nervosi, puzzolenti e sporchi di merda.
Ci svegliamo dopo circa 1 ora e mezza che l’alba inizia a rischiarare.
Ora vediamo i guadi, le buche, la strada, le case in lontananza e forniti di una nuova energia (l’alba della vita? boh?), partiamo a razzo.
Nelle due ore successive la media sarà di 21 km/ora, tre volte superiore a quella della notte…non manco di farlo ripetutamente notare a Marco.
Attraversiamo villaggi a quest’ora già brulicanti di vita e resto colpito dai volti espressivi dei bambini dai grandi occhi scuri e profondi contornati dal mascara che ne accentua la drammaticità.
Una bambina, in particolare, dai lunghi capelli neri, che mi ricorda Mowgli del Libro della Jungla, con uno sguardo fiero e selvaggio, mi fissa mentre mangio una barretta energetica.
Siamo praticamente in India e lo riconosciamo chiaramente dall’architettura delle capanne e dalle barbe degli uomini (in Nepal non si porta la barba).
L’ultimo chek-point: mancano oramai solo 30 km all’arrivo, ma ci aspetta ancora una sorpresa non molto gradevole: un guado profondissimo e lunghissimo dove, ci dicono, già una ragazza francese è stata trascinata via dalla corrente durante la notte.
Ci leghiamo uno con l’altro, in particolare teniamo in mezzo la Claudia che è la più bassa di noi e potrebbe avere problemi.
Io, molto a mio agio nell’acqua, porto prima la mia bici sull’altra sponda e poi quella della Claudia che annaspa nella corrente fortissima.
Quando riusciamo ad arrivare dall’altra parte piange: la tensione unita alla stanchezza le hanno dato il colpo di grazia, ma lo spettacolo deve continuare, risale in bici e ripartiamo.
Anche se non ci sono mai stato sento Janakpur nell’aria, manca poco, lo so, lo sento (più che altro lo dicono la cartina e il GPS..).
Pedaliamo, sempre in piedi sui pedali perché le piaghe che abbiamo sulle “mele” ci impediscono di sederci, insieme ai locali che vanno a lavorare.
I villaggi sono più frequenti, chiediamo informazioni, ma non troviamo due-dico-due persone che ci indichino la stessa strada.
Cielo mio marito!
Ho smesso di pensare a quello che sto facendo già da qualche ora e la mia mente vaga libera nell’universo delle cazzate che ho fatto nella mia vita accidenti-tradimenti-mal-di-denti-forti-venti-spese-spose-cose, e come flash improvvisi rivivo momenti, sento voci delle persone che hanno goduto o subito la mia presenza.
Ho 34 anni e sono assolutamente uno spiantato, senza un lavoro, una lira, voglia di fare un cazzo tanta invece, insieme ad una esuberanza fisica unica.
Ho una figlia e una pseudo storia con la mamma di mia figlia che mi tratta (quando non mi ignora proprio) come un coglione.
Questo Raid forse è il mio testamento sportivo professionistico, forse dopodopodopo mi troverò un lavoro, la smetterò di vivere d’aria e metterò la testa a posto.
Quando arrivo a pensare a queste cose mi rendo conto che sono sulla soglia del delirio, e cerco di chiaccherare con gli altri, che però hanno anche loro degli scheletrini a cui pensare e non sempre vogliono conversare.
Allora canto.
Preferibilmente i Guns ‘n Roses o i Red Hot Chili Peppers, e gli altri finalmente mi cagano (solo per non sentire la mia versione di Give-it Away o di Sweet Child o Mine, temo).
Ma nessuno ha voglia di scherzare perché tutti quanti siamo stanchi.
Ma il Nepal quanto è grande?
Sulla carta stretto tra Cina e India sembra una macchia, ma nella realtà sembra essere immenso.
Dovremmo essere arrivati, ma della zona di cambio ancora neanche l’ombra.
Poi, così, senza uno squillo di trombe, senza una bandierina, un francese ci chiama “Ou est-ce-que vous allez Italien?”.
Già arrivati?
Scendo dalla bici e mi siedo, ancora penso che non mi muoverò più da qui.
Che mandino un elicottero, non muoverò più un passo, aspetterò l’ombra, il calare del sole, fa troppo caldo, mi fanno male i piedi, puzzo, mi vergogno ad andare in città, lasciatemi stare, andatevene, non voglio più vedervi, vi odio, mi avete rovinato i piedini e il sederino, voi e le vostre gare, VIA DI QUI!
Ma, come al solito le urla di Enrico mi fanno riprendere dal delirio e li raggiungo, camminando a fatica.
Dobbiamo camminare per 4 km prima di arrivare, attraversando la città, al tempio, che io percorro anticipando gli altri per comprare Coca-Cola fredda e Fanta.
Voglio affogare nelle bibite e fare indigestione di gelati, POSSO FARCELA! il mio stomaco sta benissimo, non come quello di Marco che avrà cagato 30 volte in un giorno.
È stato punito per la notte passata digiuni e scomodi nel percorso di torrentismo quando, per la pena di leggere il regolamento che diceva che la progressione notturna in quella frazione non era consentita, siamo rimasti digiuni (dopo 6 giorni di gara!!! maledizione…) e aggrappati su un roccione a “dormire”, senza neanche le pasticche di micropur per depurare l’acqua.
Dio c’è: l’unico che è stato male per aver bevuto l’acqua del torrentello è stato lui.
I fotografi, le telecamere, gli applausi, le pacche sulle spalle, le corone di fiori al collo, ci diamo la mano per tagliare il traguardo e poi ci abbracciamo.
Dopo una mezz’ora il pulmino dell’organizzazione ci porta al campo dove troveremo i nostri assistenti angeli custodi, Laura e Stefano, con i vestiti puliti e cibo in abbondanza.
Il campo è ad una quindicina di minuti dal centro, sto già pregustando il momento in cui mi toglierò le scarpe e le calze e mi laverò dopo 8 gg., ed è in mezzo ad un bel bosco di pandani che fanno una bella e fresca ombra.
Entrando nel campo vedo i volti distrutti di quelli che sono già arrivati, nessuno porta le scarpe, alcuni sono stesi con i piedi in alto.
È un ospedale da campo o un campeggio?


18.09.2007 1 Commento Feed Stampa