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Gino & Vussip (parti 1, 2, 3)

di Marco Di Porto

[Ecco un piccolo raccontino comico, risalente all’anno 2000 – praticamente un secolo fa. Lo posto qui (in due puntate, vista la lunghezza). E’ una specie di breve epopea kafkiano-bukowskiana. Ricordo che a scriverlo mi divertii un sacco. M.d.P.]

Uno

Gino si svegliò e bestemmiò ad alta voce: “porco quel cornuto…”.
Un bel risveglio, pensò, grattandosi la testa, e avviandosi a pisciare. “And dis is maaaiiiiii ueeeiiii”, gli venne da canticchiare, mentre andava in cucina a cercare la colazione nel frigo semivuoto. C’era un avanzo di mortazza, un paio d’ovi forse scaduti e un chilo di pane. Che ci faceva il pane in frigo, si chiese. Diede forfait: mise tutto in padella e preparò un grosso panino da un chilo, ripieno di mortazza e uova. “Bella colazione”, borbottò tra i denti, mentre il rosso dell’uovo gli colava dalla bocca. Poi si sedette a riflettere sul da farsi, con una punta di mal di stomaco; ma neanche ci fece caso. “Facciamo il riepilogo della situazione”, si disse. “Sono stato licenziato, ma questo non sarebbe neanche grave. Ho il frigo vuoto, normale amministrazione. Elise non mi vuole più, dice che sto morendo.” Ci riflettè un po’ su, poi concluse: “non è la prima volta che mi capita.”
“Non c’è alcool.” CAZZO, questo invece era un problema grave. Si accese la terz’ultima sigaretta, presa dal pacchetto di Camel mezzo sdrucito. Problema grave.
Stette un altro po’ sulla sedia, poi decise si scendere al minimarket, a chiedere credito.
Andò in camera da letto – il suo piccolo appartamento era composto di tre stanze, di cui una adibita a studio, un soggiorno e una camera da letto – e s’infilò la prima cosa che gli capitava, un paio di blujeans e una camicia rosa. La camicia rosa lo rendeva un po’ ridicolo, ma sorrise tra se’, pensando alle cose ben più gravi che gli stavano capitando in quel periodo. Gino aveva sceso la china, era questa la verità. Sarebbe risalito? Forse. Fattostà che adesso doveva chiedere credito al droghiere.
“End dis is maaaiiiiii ueeeeiiii”, canticchiò ancora tra se’ e se’ mentre scendeva le scale – abitava al primo piano di una palazzina in un quartiere bene di Roma – e si avviò al negozio di generi alimentari. Comprò tre litri di whisky, due litri di coca, uno di gin. Cinque sei scatole di surgelati e un chilo di pane.
Ma in strada ebbe una strana sensazione: gli parve, il mondo, un po’ diverso da come lo ricordava. Si disse che in questi giorni era un po’ alienato, che era un prodotto della sua mente stanca, e non ci fece troppo caso. Ma AVEVA una brutta sensazione.
Tornato a casa, Gino ebbe un attimo di panico. E ora che faccio?, si disse. Poi la brutta sensazione scemò, dopo che ebbe sistemato la spesa in frigo, e dopo un whisky e coca.

La prima volta lo vide mentre tentava di buttar giù qualche pagina che desse un senso a questa fase della sua vita. Aveva sempre tenuto una specie di diario, sia nei momenti felici che in quelli difficili, e questa volta era davvero dura. Scriveva dei disastri del lavoro, dell’unica fortuna di avere una casa di sua proprietà, dello scoramento e della voglia di bere. Tirò indietro la testa, dopo po’ un che era al lavoro,
per raccogliere le idee: s’interrogava sul proporre o meno questo diario intimo a qualche editore – ne conosceva un paio. “Poteva essere una via d’uscita”, pensò allegro. E mentre era così rivolto, dondolante sulla sedia, con la testa all’ingiù e gli occhi aperti, vide un animale enorme che lo fissava. Cacciò un urlo, saltando dalla sedia. Poi il fiato gli si bloccò in gola, come se non riuscisse più ad emettere suoni. Quello che vide era un grosso bagherozzo, alto circa un metro, che lo guardava con aria interrogativa a causa – pensò – dell’urlo che aveva fatto. “Sono definitivamente impazzito”, disse ad alta voce. Il bagherozzo era li a guardarlo, sempre più stupito dal suo atteggiamento. “Salve”, disse.
Il cuore batteva nel petto di Gino come un martello pneumatico. Si ripeteva che aveva un allucinazione, causata dal bell’esaurimento nervoso che si era preso. Ma come faceva ad essere cosciente della propria follia?
Il bagherozzo ripetè: “salve!”
Gino disarticolò la mascella, e provò a parlare. Gli uscì un sa-sa-lve alquanto dislessico. “Chi sei? Sei un prodotto della mia mente! Vattene!”, disse, ad un tratto iroso. Il bagherozzo sembrò, a queste parole, offendersi. Se ne stava fermo come un maggiordomo che aspetta ordini. Sembrava impacciato. Provò a dire qualcosa, ma Gino lo zittì subito: “vattene, mostro! Sei un prodotto della mia mente!”
L’animale, sconsolato, uscì dalla stanza da letto di Gino. Sbuffò un po’ con la bocca – una bocca non proprio umana, leggermente più grande e senza labbra – e passettò aldilà della porta. Gino si sedè sul letto, con le mani tra i capelli. “So’ arivato”, si disse in romanaccio. “Vedo i bagherozzi che mi parlano. So’ arivato.” Accennò un risolino isterico. A quel punto il bagherozzo fece capolino dalla porta, vedendo forse nella risata di Gino un distendimento della situazione. “Vattene!”, urlò invece Gino.
“Vattene!!!”, urlò, e corse impaurito verso la porta, sbattendola furiosamente. Poi si sedè sul letto e iniziò a piangere.

Due

Si svegliò di soprassalto, mentre sognava che veniva risucchiato in un buco nero con indosso solo un paio di slip. “So arivato”, si ripetè. Ma era più calmo. Si disse che tutta la faccenda era totalmente insensata e fuori di testa, che si era sognato tutto e che quanto prima avrebba risalito la china. Bastava un po’ di forza di volontà, bastava darsi una ripulita, vedere un po’ di gente, riagganciare qualche contatto…di lì a un mese sarebbe tornato a galla. Si sentì per un attimo pieno d’entusiasmo, anche s’era impossibile cancellare un fondo d’inquietudine. Aprì la porta della sua stanza con un po’ d’apprensione, e ciabattò al bagno come tutti i giorni. Pisciò, ma c’era qualcosa che non andava. Scaricò il cesso velocemente, corse in cucina… e li c’era lui, il bagherozzo. Gino si sentì svenire.
“Salve”, disse l’animale. Sedeva al tavolo, sorseggiava da un bicchiere. Gino era letteralmente impietrito. Riuscì solo a dire: “stai bevendo dal MIO bicchiere.” Aveva gli occhi sbarrati, come quando si vede un fantasma, o un bagherozzo gigante e cordiale.
“Mi scusi”, disse l’animale.
“Questo è assurdo”, disse tra se’ Gino.
“Mi scusi, ma non sapevo come ingannare il tempo…”
“E’ assurdo che TU sei nella mia cucina!”, urlò.
“Mi rendo conto che…”, provò a dire l’animale.
“E’ assurdo che tu sei un bagherozzo gigante, che parli, che io ti veda, ahhh!”, strillò, “non è possibile, sono impazzito! E la cosa peggiore e che sei per giunta simpatico!”. E scoppiò a piangere.
“Sono lusingato”, disse, “ma le posso spiegare tutto.”
Gino lo guardò esausto, fece un profondo respiro. Allucinazione o no, era questo che vedeva. Si sedette sulla sedia più lontana.

Il bagherozzo disse di essere stupito quanto lui, e che cercava di capirci qualcosa, anche se l’atteggiamento di Gino l’aveva intralciato non poco nel dare una spiegazione logica a tutta la faccenda. “Venga”, disse. Gino si alzò riluttante e rassegnato, cercando di mantenere le distanze dallo schifoso…animale? Si sporse dalla finestra, sfiornando Vussip – così disse di chiamarsi – e guardò dabbasso. In un primo momento gli sembrò tutto normale. Poi si accorse che, in effetti, c’era davvero poca gente in giro. Erano circa le sei di pomeriggio, ora di passeggiate e di shopping.
Poi guardò meglio, e vide altri strani esemplari, del tutto simili al suo amico. Alcuni erano seduti sulle panchine del parco sottostante, sembravano a proprio agio. Vide una vecchia Fiat guidata da uno di “loro”. Un paio andavano a passeggio. Avevano sei zampe, ma due sembravano gli arti che – nell’immaginario di Gino, avevano fattezze umane: le due zampe superiori, il primo paio partendo dal capo.
Un attacco d’ira e d’incredulità lo investì. Si girò di scatto verso il suo mostruoso ospite. “Che cazzo è successo!”, sillabò. “Anzi, non lo voglio sapere”, disse, e scattò fuori dalla cucina, aprì la porta dell’appartamento e si trovò sul pianerottolo. C’erano altri due appartamenti al suo stesso piano, suonò il campanello di quello più vicino, dove sapeva vivere una famiglia del tutto normale: padre, madre, due bambini. Suonò ripetutamente, ma non ottenne risposta. Rinunciò, saltò verso la seconda porta, e suonò ancora, e ancora. diede un calcio alla porta. “Risponda!”, urlò, “risponda, per favore!”. Nessuna risposta. Sembrava un complotto contro di lui; o, ipotesi ancora valida, era completamente impazzito. Tornò a disagio nel suo appartamento, andò subito in cucina. Vussip era ancora in finestra, gli dava le spalle e non sembrava per nulla aggressivo. Si disse:
“devi capirci qualcosa”.
“Vussip?”, chiese timidamente.
Il grosso animale si girò, e parve sorridergli.

Tre

La prima cosa che fece, dopo essere stato per oltre un’ora ad ascoltare le parole di Vussip, fu accendere la TV. Subito vide un giornalista piuttosto conosciuto, sulla rete nazionale, in studio con un grosso bagherozzo. Parlavano tranquillamente, anche se la faccia del cronista sembrava un tantino sconvolta. Chiedeva:
“E ora che intenzioni avete?”
E l’animale, un po’ contrariato, rispondeva:
“Ne so quanto lei. Ci siamo trovati, come le ho già spiegato, d’improvviso grossi come voi. Già sapevamo come voi esseri umani ragionavate, erano anni che vi osservavamo, pur ricevendo da voi solo urla di schifo e disinfettante. Ma tutto sommato, non ci eravate antipatici, anzi. Vi trovavamo esseri molto intelligenti. Poi, d’un tratto, puff”; e fece il gesto di un’esplosione, mimata con tutte e quattro le zampe superiori.
Gino s’adagiò sulla poltrona, e si girò a guardare – con ancora un’ombra di ribrezzo – il bagherozzo Vussip.
“Io ero il “bagherozzo” di casa tua”, disse l’animale.
“Ah, tu eri quell’essere spaventevole che a volte mi appariva sul pavimento del cesso, correndo all’impazzata?”
“Beh, più o meno…”
“Ti confesso che ho sempre provato un certo ribresso per…”voi”
“Capisco. Fattostà che va stabilito un certo ordine in città. Come hai visto, è stato un fenomeno che riguarda perlomeno tutta la nazione. Noi “bagherozzi” non siamo violenti, ma vogliamo una nostra legittimazione. Una riserva per bagherozzi, chessò…”
“Ma quanti siete?”
“Non ne ho idea, sinceramente. Ma potremmo essere milioni. Sai, quando vivi una vita nelle fessure dei muri e dei pavimenti, non hai molta capacità di guardarti intorno. ”
“Già. Beh, di una cosa sono contento: non sono pazzo. Ci facciamo un drink?”
Vussip annuì con gli occhietti da insetto. Sembrava anche lui piuttosto pensieroso.

Lo strano essere gli aveva spiegato come erano andate le cose. Disse che era abituato, ultimamente, a vederlo piuttosto depresso. Aveva cercato così d’infastidirlo il meno possibile.
“E infatti era un po’ che non ti vedevo”, annuì Gino.
Il giorno in cui lui era uscito di casa per comprare da bere – il giorno della mutazione – Vussip era sgattaiolato fuori dallo sgabuzzino. Aveva guardato fuori dalla finestra, ancora stupito per l’accaduto, ma “purtroppo non c’era nessun altro bagherozzo nella casa, almeno avrei potuto chiedere un parere.” Aveva così deciso di farsi avanti. Gino si era comportato in maniera immatura, “non da lui”, secondo le parole di Vussip. Quando poi era caduto nel sonno, alla TV iniziavano a mandare le prime, straordinarie immagini.
“Ed ecco la situazione”, si disse Gino. Sono in casa con un bagherozzo gigante e intelligente, il mondo è invaso da questi essere, e io…io? D’un tratto si rese conto che gli altri problemi erano passati in secondo piano.
“Ma perchè non sei uscito di casa, non ti sei unito ai tuoi simili?”
“Faccio fatica a fare amicizia”, sentenziò serio. “Ho voluto aspettare di fare amicizia con te – anche se tu mi odiavi. In fondo avevo vissuto con te per anni.”
Bene, un bagherozzo depresso, pensò Gino. Sorrise, sconvolto.


6.09.2007 1 Commento Feed Stampa