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Memorie di un imbecille (10)

di Roberto Chilosi

(continua da Memorie di un imbecille 9)

Molto in teoria.
In pratica, tutto il percorso “precipita” per qualche km, ma subito dopo si arampica su qualche costone di montagna.
Una cosa che mi sono chiesto fin dal mio primo viaggio in Nepal e’ perche’ i Nepalesi prediligano le verticali, le vie piu’ brevi, invece che tracciare i sentieri seguendo la costa o il profili della montagna.
Piccoli e diabolici ometti, sicuramente piu’ avvezzi alle salite di noi occidentali, stanziali e comodi anche nei nostri trekking, difficilmente scegliamo la via piu’ rapida, in termini di distanza, ma preferiamo salire gradatamente.
Di nuovo il buio e siamo ancora ad circa 10 km dall’arrivo.
Siamo stremati e ci addormentiamo camminando, ma io godo al solo pensiero che, da domani per 220 km pagaieremo prima in canoa, poi in rafting.
Finalmente, a notte fonda raggiungiamo il letto del fiume e iniziamo a camminare nelle risaie, per raggiungere la zona del cambio.
Mi sento molto “Marines in Vietnam”, spero solo che non ci siano dei vietcong nei paraggi…
Del resto anch’io nel viaggio in Nepal del 99, insieme a Ugo-Paciugo, avevo battezzato i nepalesi “charlie” (come i marines i nord vietnamiti) perche’ sbucavano ovunque, bosco, foresta, riva, gola che fosse senza il minimo rumore o traccia.
Acqua!
Partiamo di buon mattino, Marco e Enrico su una canoa, la Claudia, Silvano ed io sull’altra.
Il fiume e’ facile, in questo periodo pre-monsonico, il livello e’ basso, ma divertente e rispetto alle frazioni precedenti, mi sembra di essere in vacanza.
Alla confluenza col Sun Kosy mi stupisco, avendolo gia’ percorso quando era in piena, della differenza di portata.
Forse e’ uno dei fiumi piu’ belli che abbia mai fatto, lontano da tutto, grandi spiagge bianche, gole profonde, grandi rapide e grandi tratti tranquilli, stupendi villaggi lungo le sponde, il vero fiume.
Il ritmo pero’ e’ blando, Marco e Enrico non riescono a tenere il nostro ritmo e continuamente dobbiamo fermarci ad attenderli.
Ci rovesciamo anche, ma fa caldo e l’acqua non e’ fredda.
Passiamo la notte oramai prossimi al cambio con la frazione di rafting e verso le montagne (l’Everest e tutta la zona del Kumbu e’ a pochi km in linea d’aria da noi) lampeggia continuamente.
La mattina nell’aria c’e’ uno strano odore, come di terra e, mentre stiamo mettendo il gommone in acqua nella rapida di Hakapur, arriva la piena: in due minuti il fiume sale di 2 mt!
Dio ti ringrazio.
Adesso mi diverto. Finalmente un po’ di divertimento, mica solo fatica.
Con la piena, la prima della stagione, arriva giu’ di tutto: galline, pecore, maiali, vacche, legni, cristiani…
Il mio equipaggio pero’ batte la fiacca, non si sono mai allenati a pagaiare e adesso si rendono conto che avevo ragione ad insistere perche’ lo facessero.
Jaws la rapida piu’ impegnativa, poi il Jungle Corridor una gola di 20 km di rapide continue e, ancora, il cambio.
Partiamo a piedi, leggerissimi, tanto saremo di ritorno tra poco…senza cibo, solo le imbragature e i moschettoni per le calate.
La salita pero’ e’ molto difficile e, visto che non siamo assicurati, pericolosa: meglio non guardare di sotto.
Saliamo velocissimi fino alla sommita’, quasi mille metri di dislivello in meno di un’ora e quando siamo pronti a gettarci giu’ per il torrente, l’immancabile francese del check-point, ci ferma e ci dice che dopo le 19.00 in questa frazione non si prosegue, fino alle 4.30 del mattino.
Sono le 18.50……..
Il colpevole e’ uno: Marco, che ci aveva garantito che di notte anche in questa disciplina si poteva proseguire.
Scoramento, frustrazione, fame, sete, incredulita’, rabbia: non abbiamo cibo, non abbiamo le pasticche di micropur per l’acqua, abbiamo solo i duvet (le coperte termiche di sicurezza).
Io lo prendo alle spalle e lo tengo fermo mentre gli altri a turno lo pestano.
Poi tocca a me, col coltellino gli incido i polsi e le caviglie e lo appendo, aiutato dagli altri, a testa in giu’, ad un ramo di una quercia e lascio che le zanzare e gli altri insetti facciano orrido scempio del suo corpo.
Niente di tutto questo, nessuno di noi dice o fa qualcosa, siamo troppo demoralizzati.
Io mi cerco un posto sotto una roccia, cercando di spianarla dai ciotoli, lontano dagli altri, voglio stare da solo e sfogare il mio odio in altre forme….
Nella tasca dello zainetto trovo una busta di caffe’ liofilizzato e me la coccolo come se fosse oro.
La notte su di noi non piove, ma in lontananza lampeggia come la notte precedente, i monsoni sono arrivati.
La notte passa maluccio, molto scomodi e affamatissimi e ripartiamo un poco storditi, per le prime calate, con una nebbia lieve e fresca.
Alcune calate superano i 50 mt, il percorso e’ stupendo e quando arriviamo al gommone, ci gettiamo avidi sui liofilizzati e sulla bresaola sottovuoto.
Piove, ma non e’ importante, il fiume e’ ancora piu’ grosso e l’aria fresca ci aiutera’ nei prossimi 36 km di trekking.
Di nuovo, per inesperienza, sbagliamo: per non lasciare i salvagenti le mute e i caschi che abbiamo usato in acqua ce li portiamo appresso, nello zaino sulla schiena che, tutto compreso pesa quasi 30 kg.
Diluvia con contorno di tuoni e fulmini, il primo tratto in salita con forte pendenza e’ un pantano scivoloso.
La discesa e’ lieve, ma lunghissima, almeno cosi’ mi sembra, lungo un letto di un torrente, ingrossatosi per le piogge, fino a 500 mt dal cambio, dove ci rendiamo conto di quanta pioggia sia caduta.
Il canale che dobbiamo attraversare e’ largo piu’ di 200 mt con corrente forte e acqua abbastanza profonda, molti sono i locali che, con i carri trainati dai buoi, tentano il guado ma restano intrappolati nel fango.
A piedi attraversiamo senza problemi: subito oltre il penultimo cambio, l’inizio del’incubo.

(parte 3 di 5)


3.09.2007 1 Commento Feed Stampa