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Memorie di un imbecille (9)

di Roberto Chilosi

(Continua da Memorie di un imbecille 8)

Recuperiamo 28 posizioni!
La notte la temperatura scende a –20°C e noi camminiamo nella bufera di neve per scaldarci: il tentativo che abbiamo fatto di montare la tendina si è risolto in un nulla di fatto perché faceva troppo freddo e Silvano ed io non riusciamo neanche a sdraiarci sulla neve gelata senza materassino.
Camminiamo come degli automi, la Claudia ha avuto un momento di crisi ma si è ripresa bene e trascina il gruppo.
Dobbiamo passare tre check-point e non dobbiamo sbagliare (molte squadre lo faranno), perché ciò significa penalità o squalifica.
La discesa verso il cambio è lunghissima, in un vallone arido e sassoso, coperto della neve che è scesa stanotte.
Teniamo un buon passo e, in tutta questa frazione, non siamo mai stati superati.
Da punto più alto della gara a 5800 mt stiamo scendendo verso il caldo umido del Nepal, ma siamo ancora a 4600 mt e il cambio è a 4300.
Da qui di nuovo bici, per quello che è il sogno di qualsiasi ciclista: 140 km di discesa sterrata fino a Barabise in Nepal, lungo la Strada dell’Amicizia che collega i due stati.
I primi km sono faticosi perché la strada ha numerosi sali-scendi, ma ci sentiamo bene e, in questa frazione, otterremo il secondo tempo assoluto, recuperando fino al quattordicesimo posto.
Dai –20°C della notte ai 38°C del Nepal e finalmente aria, dopo le altitudini del Tibet i polmoni sembrano spalancarsi all’ossigeno e percorriamo gli ultimi km, lungo le sponde del bellissimo Bothe kosy, che io ho già percorso in canoa anni fa, inebriati e veloci, nonostante le ultime salite.
Dopo ulteriori 10 km a piedi in mezzo alle risaie a terrazze e piccoli villaggi Newari, l’etnia più diffusa in questa zona del Nepal, arriviamo al campo dove la Laura e Stefano ci aspettano per rifocillarci e accudirci per qualche ora.
Mi immergo vestito nelle acque del fiume cercando di togliere almeno la sporcizia più grossa e l’odore, ma la prossima frazione sarà l’hydrospeed e avremo tempo di lavarci..
Ci riposiamo un poco e partiamo, da questo momento comando io il gruppo che sono stato ingaggiato proprio per le mie capacità acquatiche.
Il fiume non è difficile, ma insidioso nella prima parte per la presenza di sassi affioranti, contro i quali le ginocchia toccano e facile, quindi faticoso negli ultimi 10 km.
Arriviamo a Dolalghat, dove il SunKosy, che stiamo percorrendo, incontra il Ndravati.
Già anni fa con Donatella, avevamo ribattezzato questo paese, primo grande centro abitato scendendo dal Tibet, come “il b…di c…del mondo” per la sporcizia che ne ammorba le strade e le sponde del fiume.
Comunque qui siamo e qui resteremo perché il regolamento della gara non è un opinione e i francesi organizzatori, giustamente, pretendono che sia rispettato, pena squalifiche e penalità orarie.
Marco ha sbagliato qualcosa nella lettura dei materiali obbligatori da portare nella successiva frazione di trekking ed ora dobbiamo aspettare che la Laura ci vada a prendere la tendina al campo.
3 ore e mezzo che regaliamo ai nostri avversari senza contare che il sole…sale e quando partiamo i gradi sono 40°C.
Oggi batto un mio piccolo record: la salita è durissima, sotto il sole cocente e la mia unica preoccupazione è quella di bere, alla fine della giornata i litri saranno 18.
Quando vedo una casa mi avvicino e prima ancora di salutare imploro: “khola” (acqua in nepalese), mi faccio riempire le borracce, aspetto che trascorra la mezzora necessaria al micropur per fare effetto, e poi bevo avido.
Il paesaggio è meraviglioso, questa è una zona affatto frequentata dai turisti, fuori dalle rotte commerciali, con i locali che conservano ancora tutta la loro genuinità e innocenza.
Nessuno parla inglese, ma sono tutti molto cordiali.
Andiamo forte, recuperiamo parte delle posizioni perse il mattino sulla spiaggia e salutiamo ogni sorpasso intonando “Romagna Mia” a squarciagola.
Non è facile trovare il sentiero al buio, ma il grande lavoro svolto da Enrico e Marco di inserimento dati nei GPS sta dando i suoi frutti.
Ci fermiamo brevemente a dormire e ripartiamo, ancora al buio, quando abbiamo ancora da percorrere 55 km degli 86 totali di questa frazione.
Vorrei continuamente fermarmi a fotografare i paesaggi, le persone, le cose, ma soprattutto vorrei avere con me la mia reflex invece che la Canon tascabile subacquea che mi sono portato dietro per ragioni di spazio e robustezza.
La Claudia ha i piedi piagati e per alleggerirla, a turno le portiamo lo zaino in salita, a turni di 10 minuti ciascuno (2 zaini = 36/38 kg sulla schiena…), fino a che l’uomo-chiamato-cavallo-Silvano, l’atleta più forte che abbia mai conosciuto, fugge letteralmente verso la cima della montagna sulla quale ci stiamo inerpicando, infondendoci un nuovo vigore e aiutandoci a scrollarci di dosso 2 squadre francesi che ci seguivano abbastanza ravvicinate.
Lungo il percorso incontriamo molti atleti che si sono ritirati o che sono in procinto di abbandonare, assistiamo a molti litigi tra membri della stessa squadra, ma tutto questo è normale in una competizione come questa.
Non vedo l’ora che termini la salita, in teoria dal culmine del monte Manorasvar dovremmo “precipitare” fino all’imbarco della frazione in canoa sul Thamba Khosy.

(parte 2 di 5)


24.08.2007 1 Commento Feed Stampa