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Questo è un pezzo contro i blog e più o meno fa così

Godermi un po’ di soleQuesto è un pezzo contro i blog e più o meno fa così.
Le case sono gettate là come sassi sulla strada. Se attraversi le quattro vie polverose, guidando piano, col braccio fuori dal finestrino, gli uomini ti guardano come a dire scendi che ne parliamo. Le donne ti guardano come a dire, ti aspetto stasera nel mio letto. Forse è di questo che gli uomini vorrebbero parlare. Non c’è internet. Il cellulare non prende. Se vuoi il giornale lo puoi comprare da Minchia Niedda, minchia nera, ma non lo vuoi. Se guidi di notte il profumo del mirto ti assale dai finestrini. Il mare è verde e azzurro, come gli occhi di una ragazza che ho incontrato tanto tempo fa. La birra è gelata e per l’acqua si va alla sorgente. Andiamo a dormire col sale sulla pelle, senza doccia. La barba cresce, senza fretta ma cresce. Stiamo scalzi nel pratino e scalzi sulla spiaggia, per il resto sandali, espadrillas, cercando di non offendere troppo il piede appena liberato dalla cattività. Mangiamo pane cipolla e pomodori sotto il portico. Il maestrale spazza il giardino e piega gli oleandri come ballerine ma la casa è fatta da mani sapienti e ha uno sperone che fuori può esserci il tornado e sotto il portico non tira un alito di vento. Di notte la luna spunta dal monte, ma senza ritornelli, e immobile regna alta nel cielo per ore.
Passano i giorni e noi siamo lì a scrivere e a tuffarci nel mare antico. Mangiamo il pesce appena pescato, giusto un po’ di sale, cotto alla brace. I filetti bianchi delle occhiate vengono via come burro sotto le squame annerite sui carboni. Passano i giorni e del mondo non ti importa più niente. Il mondo è lì, su quella spiaggia, nel mare azzurro, da Minchia Niedda, in fondo a quella bottiglia di birra gelata, sulle creste brulle dei monti.
E dopo un po’ capisci che gliel’hai messa nel culo al mondo. Che non hai bisogno di tutto quello che credevi di aver bisogno. Dopo i primi giorni di panico, l’idea di scaricare la posta non è più un’urgenza ma una scocciatura. Smetti di spostarti a cercare il segnale col telefonino, che eri anche un po’ patetico, come un rabdomante con la bacchetta per l’acqua.

La vita vera ancora straccia tutto. Internet, second life, chat, blog, community, battono first life solo se first life non è la vita che avremmo voluto. Pensiero banale, lo so. Considerazioni di un privilegiato, lo so. Eppure mi sembra inconfutabile. Un’ora di Cabaret Bisanzio o un’ora con una bella ragazza (o un bel ragazzo)? Una polemica su Nazione Indiana [1] o un bagno al mare? L’ultimo pezzo della Lipperini [2] o una granita alla mandorla? Una recensione di Genna [3] o un bicchiere di ribolla gialla? Surrogati, più o meno viviamo di surrogati. Ogni ora che passiamo su second life (second life è tutto ciò che non è first life) è un’ora sottratta alla nostra vita, un’ora in meno nel mondo. Un’ora in cui potremmo passeggiare, pensare, nuotare, ridere, andare in bicicletta, leggere, fare l’amore, portare fuori il cane. C’è gente che per leggere l’ultimo pezzo di Christian Raimo sul trauma che gli ha generato la perdita del suo primo triciclo, si dimentica di portar giù la spazzatura, c’è chi per controllare la posta elettronica trentasei volte al giorno tanto c’ha la flat con fastweb si dimentica che sono mesi che non porta la ragazza a fare una gita.
Ma non capisci, mi direte, i nuovi linguaggi, la grande mutazione, i barbari, la comunicazione orizzontale, la condivisione, la morte del copyright, la controinformazione, e di quel tipo che ha trovato moglie su Skype, che è anche bona, ne vogliamo parlare?
Sì sì, ma dopo. Esco a godermi un po’ di sole.