- Cabaret Bisanzio, laboratorio di finzioni - http://www.cabaretbisanzio.tk -

Sul perché la vedo noir

L’altra settimana stavo parlando via email con una persona [1]. Mentre si parlava, questa persona mi dice che ha comprato un libro, e che lo ha comprato perchè io l’ho consigliato un po’ a tutti quelli che mi capitavano a tiro. Ha poi aggiunto, la persona, che il noir non è il suo genere, e mi ha chiesto come mai a me questo genere piaccia invece parecchio. Deh, avete presente quando al nonno arteriosclerotico gli domandano di raccontare di quando lo mandarono a fare la guerra in Albania? Magari nonno non si ricorda nemmeno come si chiama la su’ figliola (cioè la tu’ mamma), ma della guerra in Albania si ricorda anche quanti nodi di fil di ferro c’erano nel reticolato che aveva intorno alla trincea. Beh, io uguale a nonno. E allora son partito con questo post.

Dunque, tra i motivi per cui mi piacciono i noir (romanzi, fumetti, film, sogni), al primo posto metterei questo: perchè, di solito, c’è sempre un minimo di storia, di trama. Secondo me è importante che ci sia un vicenda, un fatto, un qualcosa da raccontare. A volte, in altri tipi di generi o anche nella letteratura tout court (passatemi queste schematizzazioni un pochino rozze), la trama davvero non c’è. Ci sono libri interi che non raccontano altro che le paturnie, le fisime, le seghe mentali dei più svariati personaggi. Personaggi che, poverini, sono sviscerati come vitellini al mattatoio, con i loro pensieri più reconditi – e spesso inutili – tirati fuori e raccontati al lettore. Non dico che questo sia sempre sbagliato, ma dico che questo non può essere tutto. Ci deve essere ANCHE una storia, e questa c’è quasi sempre, nei noir. C’è di default, diciamo, perché una narrazione che parli di assassini, rapimenti, ricatti ed altre amenità ha già in sé qualcosa di “intrecciato”. In una ben precisa branca del noir, poi, nel poliziesco, spesso ci sono cose poco chiare, specie all’inizio, e il fatto che ti tengano nascosto qualcosa, che non te la vogliano dire se non quando arrivi alla fine, beh, questo è già una storia. Poi la cosa che ti tenevano nascosta può anche essere una cazzata, una cosa tirata per i capelli, o un qualche fatto insostenibile, ma intanto in fondo ci sei arrivato, e magari per qualcosa in un pochino più coinvolgente che il sapere se Lilli alla fine riuscirà a superare quell’inspiegabile blocco interiore che le impedisce di amare fino in fondo Lillo, che a sua volta sa di non essere all’altezza di Lalla, povera, che lei sente di dover cambiare qualcosa nella sua vita, perchè c’è qualcosa che sente di dover cambiare, e questo perchè secondo lei deve cambiare qualcosa. Spero di essermi spiegato, altrimenti sento che dovrò cambiare qualcosa, in quello che ho scritto.

Motivo numero due. Il noir è molto vicino alla società di oggi. Sa raccontarla bene, voglio dire. A me piacciono i libri che raccontano la società di oggi. Lo fanno anche altri libri, naturalmente, libri non noir, e infatti mi piacciono anche quelli. Magari non ne parlo, perchè c’è gente che sa farlo infinitamente meglio del sottoscritto (come se del noir, vero, fossi un esperto riconosciuto…), ma li ho ben presenti. E poi mi piacciono i libri che parlano non della società di oggi, ma magari dell’uomo di ieri, che però è lo stesso anche oggi. L’Iliade e l’Odissea, ad esempio; se uno ci pensa, tutte le storie del mondo sono già scritte lì. E non perchè Omero era un genio (non solo, via), ma perchè è solamente venuto prima. Il resto è riproposizione. Ma questo non vuol dire che si debba smettere di scrivere. Le cose cambiano alla svelta, e c’è sempre la necessità che qualcuno del tuo tempo te le racconti per come oggi sembrano. Tanto per fare qualcosa che nessuno si aspetta, a proposito del noir che legge bene il mondo di oggi, citerò Jean-Patrick Manchette. Sorpresona, eh? O cosa ci posso fa’? Mi piace stupire. Ecco quello che scrive in “Le ombre inquiete [2]“, una raccolta di saggi sulla letteratura nera (un libro che raccomando a tutti, noiristi o meno, pieno di arguzia e ironia, lontano anni luce dalla noia di certa paludata e soporifera critica letteraria):

“All’inizio degli anni Venti, la prima ondata della rivoluzione comunista viene ovunque sconfitta. Nei trent’anni che seguono, di fascismo in antifascismo, di stalinismo in nazismo, di guerra mondiale in guerra fredda, regna il capitale. E regna incontrastato. Il proletariato, battuto dal nemico e sodomizzato dai suoi stesso capi, ha cessati di opporgli resistenza (ma ci riproverà, è già successo). Ai criminali che si sono impadroniti del terreno, un terreno grande come il mondo, trasformato in mercato mondiale e divenuto campo di battaglia per la loro guerra di bande, si oppongono solo piccoli gruppi o individui isolati, provvisoriamente sconfitti, ora pazienti, ora amareggiato e disperati.
In quegli anni la letteratura americana partorisce il giallo¹ e il detective privato. Partorisce molte altre cose, ma soprattutto il detective privato, amareggiato, paziente e sufficientemente disperato, perchè vede dominare lo schifo e capisce che da solo non può farcela; e poi perchè vivere in mezzo al sangue e allo schifo e combattere contro i delinquenti non può che cambiarlo, lo rende cinico e insensibile, il che è un altro modo di darsi per vinti.
Dashiell Hammet inventa la Continental Op nel 1923 e Sam Spade nel 1929. Raymond Chandler inventa Philip Marlowe tra il 1938 e il 1939. E’ l’epoca d’oro del detective privato del giallo. Gli anni più disgustosi e funesti dei tempi moderni sono l’età d’oro del giallo. Se non avete ancora letto tutto Hammet o tutto Chandler, fatelo in fretta o giuro che mi mangio il cappello e l’impermeabile.
[…]
Il giallo è la grande letteratura morale della nostra epoca. O, più esattamente, dell’epoca che sta ormai volgendo al termine, quella della controrivoluzione che regna incontrastata (Manchette scriveva questo nel 1978, nota mia). Il detective privato è il grande eroe morale di quell’epoca.”

Io sono abbastanza d’accordo con quanto scrive Manchette. Certo, poi dalla figura del detective bisogna muoversi, variare, trovare nuovi personaggi e nuove situazioni, ed è esattamente quello che è successo. Oggi il noir mette spesso il crimine al centro della storia, e ce lo mette dipingendolo come se non fosse troppo diverso dalla legge. Oppure mette uomini di legge dipingendoli come se non fossero troppo diversi da quelli di crimine. Cose entrambe reali o realistiche, secondo me, così com’è reale il fatto che viviamo in un mondo abbastanza di merda. E questo non perchè è fallita la rivoluzione proletaria (beh, un po’ anche per quello, per come la vedo io :-)), ma proprio perchè il capitale ha effettivamente vinto su tutto. Ma non la vorrei buttare in politica. Il noir di oggi va oltre e racconta molto di più, perchè è il mondo ad essere andato oltre. Il noir si adatta. Che poi in politica non ce la buttava neppure Manchette, nè nel libro che vi ho citato (nelle pagine successive non fa altro che autoprendersi in giro per la sua figura di “rivoluzionario”) nè nei suoi romanzi, dove gli attivisti di sinistra come lui erano tutti dipinti come dei simpatici rincoglioniti. La verità è che Manchette era un dandy, come Oscar Wilde e l’Alex di Arancia Meccanica, e questo me lo rende ancora più simpatico di quanto già non sia.

Terzo motivo. Mi piace l’azione. E per azione intendo quella in cui si spara, si picchia, si scappa, ci si ferisce e si va all’ospedale, anzi no, all’ospedale no perchè quelli fanno troppe domande, andiamo da uno che fa il veterinario, lui è uno che si fa i cavoli suoi, comunque è solo un graffio, passami quella fiaschetta di rhum, cazzo. Mi piace l’azione alla Tarantino, volutamente grottesca e irreale. Mi piace l’azione del Besson di Nikita e Leon. Mi piace l’azione di Nido di Vespe [3], perchè un film così mi fa divertire con niente, che non è poco, e in due ore diranno sì e no cinquanta parole. Mi piace Park Chan – Wook [4]. Mi piacciono i poliziotteschi [5] all’italiana, perchè c’era trama, personaggi, critica sociale. Non mi piacciono le commediole di oggi, dove ci sono trenta-quarantenni nevrotici, paurosi di crescere, insicuri, belli, ricchi anche quando dovrebbero essere poveri. Certe cose mi hanno stufato, non ci trovo niente d’interessante, o comunque poco. Non c’è quasi mai storia, e quando c’è, spesso è ancora più finta di quella di Kill Bill. Kill Bill, con tutte le sue scene splatter fuori dalla realtà, almeno parla di un sentimento umano vero e ben riconoscibile, la vendetta, che a un certo punto conquista il centro del palcoscenico anche nell’Iliade e nell’Odissea. Per come la vedo io, quindi, meglio le puttanate di Kill Bill che le seghe mentali fuori dal mondo di Saturno Contro (per dirne uno a caso).

Che poi è chiaro, ci sono noir che fanno davvero schifo. Anzi, sono quasi di più di quelli belli, ormai. Ma nel più ci sta il meno, come diceva il mi’ nonno (quello che aveva fatto la guerra in Albania, sempre lui). E’ la legge dei grandi numeri, niente si strano.

Insomma, mi piace il noir per questi motivi: ha quasi sempre qualcosa da raccontare, e a volte racconta proprio la vita, magari mascherandola sottoforma di cazzata a base di pistole, ricatti & assassini. Ma si tratta di metafore, non di cose che ti spacciano per vere e poi sono più astruse della fantascienza (e anche su questa varrebbe la pena di fare un discorsino, volendo). Ecco i motivi per cui mi piace un certe genere di letture e di film. Come si vede, si tratta di motivi piuttosto terra terra, da persona semplice (spesso sempliciotta) come io mi ritengo. Ok, spero di essere stato abbastanza confuso. Se qualcuno ha domande da fare le faccia, altrimenti la finiamo qui e andiamo a vederci L’ultimo Bacio, chè io ho come una strana voglia di identificarmi in un trentenne che non vuole crescere.

¹ E’ il caso di intendersi sul significato del termine “giallo”. In francese non esiste la distinzione tra “noir” e “giallo”, come invece c’è in italiano. In Francia tutto quello che è “poliziesco” diviene “polar”, così come nei paesi anglofoni tutto è “crime novel” (anche se poi qualche sottogenere ce l’hanno, si veda il “thriller o il “legal-thriller”). Da noi esiste invece la distinzione tra “giallo” (investigatore empirico alla Holmes o alla Poirot, il bene vince sempre sul male) e “noir” (protagonista è il criminale o il poliziotto borderline, o nessuna di queste due figure, ma comunque qualcuno che ha a che fare con vicende torbide e poco edificanti; il male non vince sempre, ma quando non vince al massimo pareggia). Quindi il termine “giallo”, attribuito in questo caso a Manchette dal traduttore, secondo me non è correttissimo. “Noir” sarebbe stato meglio, e “poliziesco” forse meglio ancora. Ma si tratta di sfumature. Noi ci siamo capiti. No?