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Memorie di un imbecille (8)

di Roberto Chilosi

1/ Lultima notte.
finita! Il primo pensiero che ho quello di togliermi le scarpe, andare scalzo e lavarmi.
Abbiamo percorso 1027 km a piedi, in bici, in canoa, in gommone in 8 giorni e senza fermarci, siamo arrivati diciottesimi, poteva andare meglio, ma limportante essere qui adesso.
Siamo la prima squadra italiana che riesce a terminare il RaidG, la gara considerata pi dura al mondo, tutti ci festeggiano, ci fotografano, ci abbracciano. Vive les italiens…, manco avessimo vinto.
Marco, linviato di MediaSet, mi intervista per Tele+, ma non ho proprio voglia di parlare con nessuno, anche se lui molto discreto e simpatico e le sue domande sono pertinenti e belle.
Io voglio solo togliermi le scarpe e levarmi di torno tutta questa gente. I primi giorni di gara, quando cercavo di immaginare cosa avrei provato se fossi riuscito a terminarla, pensavo che avrei pianto, invece ora sono distrutto fisicamente, ma tranquillo: voglio solo riposare, starmene da solo, tornare a Katmandu, dove ci saranno mio padre e mia sorella ad aspettarmi.
Registro le voci e i suoni del Tempio di Janakpur dove ci troviamo, i colorati sarhi delle donne indiane e nepalesi, i ragazzini che ci stanno intorno e ridono delle nostre tute da gara, bianche e nere chiazzate come le vacche Frisone (daltra parte siamo il Friesian Team), sorrido automaticamente, ma sono nel mio mondo, e voglio togliermi prima possibile da tutta questa umanit invadente e vociante.
Eravamo partiti da Shedgar Dzong in Tibet a 4330 mt/slm, in una tersa e ventosa mattina del 1 maggio, la festa del lavoro
Siamo: MZ. di Milano, alpinista, triathleta, soprannominato moto perpetuo per linesauribile energia, caposquadra; CV. di Varese, vice campionessa del mondo di triathlon invernale, sci alpinista; EM. di Varese, alpinista, triathleta, mountain-bikers;
SF. di Trento, luomo chiamato cavallo, ex nazionale di triathlon e di sci da fondo; io di Borgo Val di Taro, ultimate wild water warrior, canoista, triathleta, pirla.
Le nostre ambizioni erano di entrare nelle prime 10 posizioni, cosa ragionevolmente possibile vista la nostra forza, ma saremmo stati soddisfatti di entrare nei magnifici 20, ci che si verificata.
I problemi sono stati tanti-milioni-di-milioni-la-stella-di-negroni-vuol-dire-qualit, a partire dal primo giorno quando a causa dello zaino che mi spaccava le reni, dellaltitudine e di un pasto non digerito, cado dalla bici in discesa a 4800 mt di quota.
Di quei momenti ho pochi ricordi, salvo che la foto del mio svenimento stata limmagine della gara pi riprodotta sui media di tutto il mondo.
Sdraiato contro un muro, esanime, con il braccio piegato sopra la fronte, con tutta la gente intorno.
Anche altri atleti hanno avuto problemi fisici in Tibet, alcuni hanno dovuto ricorrere alla camera iperbarica e sono stati trasportati in ospedale in elicottero, ma lunico stronzo che stato male davanti ai fotografi sono stato io.
Siamo stati ospitati per la notte gelida, da una famiglia tibetana, non ricordo il nome del villaggio, solamente ricordo il cielo sopra di noi, visto che la stanza dove eravamo stipati non aveva soffittoe i topini che si ricorrevano sopra i sacchi a pelo.
La notte mi sicuramente servita per recuperare le forze: la sera prima pensavo che non ce lavrei fatta a proseguire, ma pensando a quanto avevo investito in termini psico-fisici nella preparazione alla gara, e sapendo che i miei erano venuti a vedermi gareggiare, ho tenuto duro.
Come sempre, ho vissuto lattimo, sapendo che avremmo passato la notte al coperto, ho rinviato la decisione alla mattina successiva.
Non penso di aver dormito pi di due ore, ma alle 3.30 quando ci siamo alzati, pur non sentendomi benissimo, ho deciso di proseguire almeno fino al primo cambio distante circa 40 km.
La mattina tersa, la cornice della catena himalayana, lassenza di vento, pedalando, ritrovo il ritmo, la voglia, la cattiveria e sento che non mi ritirer.
Piuttosto crepo.
Sono pi veloce degli altri e non mi accorgo che li distanzio notevolmente negli ultimi 10 km e devo subire la giusta sfuriata di Marco, il caposquadra.
La C. in crisi, ma arriviamo al primo cambio.
Mangiamo, e trovo il tempo di trattare e comprare da una donna tibetana dei monili di osso di yak e dargento.
Adesso dobbiamo percorrere circa 70 km a piedi ad un altitudine media di 5000 mt con punte di 5600/5800 mt.
Il passo buono, il paesaggio stupendo, ma siamo 64esimi, su 74 squadre.
Camminare senza zaino, mi ritempra completamente, adesso mi sento invincibile e di buon umore.

(to be continued parte 1 di 4)


7.08.2007 1 Commento Feed Stampa