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Principessa di sangue

di Sauro Sandroni

principessa di sangueHo appena terminato l’ultimo romanzo di Jean-Patrick Manchette. Un capolavoro. Con questo libro finisce la sua serie noir, integralmente pubblicata da Einaudi. Manchette ha scritto molte altre cose, ma non altri romanzi neri. Non so se qualcuno altro pubblicherà mai in italiano le opere che rimangono; lo spero, ma non lo so. Io so soltanto che è davvero valsa la pena di imparare a leggere, alle elementari, se le cose da leggere sono come “Principessa di Sangue”. Grazie, signora maestra.
Il libro in questione, che davvero mi ha mandato in brodo di giuggiole, è un romanzo incompiuto. La copertina dice che manca solo il finale, ma secondo me mancano almeno i due quinti della storia. La storia finisce, ma non è Manchette in persona a raccontarcela: sono i suoi appunti, ricostruiti e messi insieme da un qualche editor. Ad un certo punto la sua narrazione si interrompe (oserei dire sul più bello), e la storia è portata in fondo da qualcun altro. Un peccato, perchè i tre quinti che ci sono giunti integri raggiungono punte di perfezione stilistica che davvero non avrei mai creduto di poter leggere. Evidentemente, il cancro che si è portato via Jean-Patrick non amava la buona letteratura. Bastardo. Questo libro è stato pubblicato nel 1996, un anno dopo la morte di Manchette e a quindici di distanza dal suo precedente romanzo, “Posizione di tiro”. In questi anni, se possibile, lo stile è migliorato. Se nei suoi precedenti lavori era asciutto e misurato, senza una parola in più, in “Principessa di sangue” siamo andati addirittura oltre: siamo al sublime. Non so quasi come parlarne. Bisognerebbe leggerlo (con i miei occhi), per capire. Le parole, come al solito, sono poche ma illuminanti; la storia è più articolata delle altre volte, con una piacevole varietà di personaggi e ambientazioni. La semplicità delle trame, forse l’unica, veniale accusa che poteva essere mossa a Manchette, qui cade con un tonfo grosso come un ippopotamo che precipiti nel Nilo: plunf. La trama, come al solito, non ho voglia di raccontarla. Vi dico solo alcuni ingredienti: rapimento di una bambina, traffico internazionale di armi, guerre tra servizi segreti, il tutto sullo sfondo della rivoluzione a Cuba e dell’invasione sovietica dell’Ungheria. Detto così, sembra quasi un film di 007. Niente di più lontano dalla realtà. I personaggi e le situazioni di Manchette non hanno niente di così macchiettistico. Tutto è solido, plausibile, reale. Non c’è niente di fintamente spettacolare, di ammiccante: lo vogliamo capire che il noir è cosa seria e impegnata, e non è solo detective tormentati che si portano a letto la femme fatale? O peggio, burberi commissari dal cuore d’oro rosi dai dubbi? Lo vogliamo capire, sì o no?
Non so se si è intuito, ma questo libro, questo libro incompiuto, mi è piaciuto cento volte di più di alcuni libri che mi è capitato di leggere ultimamente, anche troppo “compiuti”. Non so niente della genesi di questo romanzo. Forse, mentre lo scriveva, Manchette sentiva avvicinarsi la fine e ci ha messo più impegno del solito, partorendo un capolavoro. Questo giustificherebbe il primo capitolo, uno degli inizi più intensi che mi sia capitato di leggere. Non sapendo se sarebbe arrivato alla fine, Jean-Patrick ha deciso che avrebbe scritto un grande inizio. Forse è andata così. Forse no. Una cosa è sicura: è morto troppo presto. Spero che qualcuno ne impari la lezione ed inizi a copiarlo, spudoratamente. Mi accontenterei.


23.07.2007 Commenta Feed Stampa