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Tango

di Nicolò La Rocca

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[un racconto di Luca Pettinelli]

Allora lavoravo in uno zuccherificio, ma era un lavoro stagionale. C’erano questi forni enormi ai quali dovevamo badare perché nulla andasse sprecato e il bello è che lo zucchero non c’entrava niente: i forni seccavano gli scarti delle barbabietole per trasformarli in mangime per animali. Era un grande stabilimento in mezzo alla campagna, un castello di ferro che eruttava fumi bianchi e odori fermentati e che ogni otto ore espelleva un turno di operai solo per ingoiarne altrettanti. Avevo la qualifica di assistente e quello con cui lavoravo era il mio diretto superiore, un omino profumato, sui cinquanta, che per tutto il tempo che abbiamo passato insieme non è mai riuscito a ricordarsi il mio nome. “Ehi…” mi chiamava, oppure “Senti…”, ma senza mai dare l’impressione che desiderasse realmente una risposta da me o che questa avesse una qualche importanza. Non si ammazzava certo di lavoro e non pretendeva che lo facessi io, questo mi bastava.

– Senti un po’ – mi fa una notte – ma tu la sera non vai mai a ballare?

– No. Non mi piace, non mi è mai piaciuto e non sono neanche capace, risposi.

– Io ci vado abbastanza spesso. Ho cominciato l’anno scorso.

– Ah sì? – non capivo dove volesse arrivare.

– Sì. Ho iniziato per gioco, con uno di quei corsi. All’inizio mia moglie veniva con me, poi si è scocciata ed io ho continuato da solo.

– Mmh…, annuivo.

Alla fine di ogni frase riportavo gli occhi sul libro che stavo tentando di leggere ma lui continuava e pareva scortese non guardarlo neanche in faccia. Magari tra un po’ la smette, pensavo, e ogni volta ricominciavo il paragrafo da capo.

– Sai, tutti quei balli… valzer, polka, liscio, insomma non quelli che fate voi giovani.

– Io non faccio proprio niente. L’ho detto prima: non mi piace e non ci vado mai.

– Sì, certo, volevo dire in generale. Comunque qua intorno ci sono un sacco di posti dove si balla il sabato o la domenica sera… – e infila una serie di nomi mai sentiti prima. – Davvero non li conosci?

– No. Proprio no. Mai stato.

– Be’, comunque alcuni sono proprio belli e c’è un po’ di tutto, anche parecchi giovani, altri invece sono pieni di anziani e lì non è che ci si diverta molto. Sai come li chiamiamo quei posti lì? Gli ossari – e ride.

– Sembra un nome appropriato.

– Come?

– Voglio dire che sembra il nome giusto per un posto così.

– Ah sì, certo, ma noi andiamo soprattutto negli altri, quelli un po’ più vivaci.

– E fate bene – risposi io, poi mi rituffai nel libro.

– Sai qual è il problema? È che devo cambiare compagna.

Chiusi il libro e lo appoggiai sul tavolo. Mi stava venendo sonno.

– In che senso? – chiesi.

– Devo cambiare ballerina. Non posso continuare con la solita.

– È diventata troppo brava?

– Non è quello. Vedi, quando mia moglie si è stufata ho dovuto cercare un’altra con cui fare coppia. Se balli sempre con la stessa persona diventa tutto più facile, capisci? Si impara più in fretta. Insomma, ho scelto una signora che faceva il corso con noi. Questa qua arriva con la corriera e si fa trovare alla fermata, ma poi devo riportarla giù in città, che tanto non posso mica mandarla a casa da sola a quell’ora, e ogni volta sono trenta chilometri all’andata e trenta al ritorno.

Si era rivolto completamente verso di me, con le mani aperte appoggiate sul tavolo. Sembrava volesse spiegarmi qualcosa. Continuavo a dire di sì con la testa.

– Ma il problema non è quello… – disse.

– E qual è?

– Il problema è che questa qua, la signora, è vedova e mi sa tanto che vuole avere a che fare con me.

Non riuscii a trattenere un sorriso.

– Finché balliamo tutto bene, poi in macchina, al ritorno, vuole cambiare insieme a me.

– In che senso cambiare?

– Cambiare… – tentava di mimare un passaggio seconda-terza – quando cambio le marce lei vuole tenere la sua mano sulla mia.

– E tu? – chiesi.

– E io niente, cosa vuoi che ti dica… questa è pure una bella donna, ha la mia età ma si tiene bene. Io voglio un bene dell’anima a mia moglie ma mi conosco. Quando si tratta di resistere a certe cose… capisci?

– Capisco, capisco.

– No, per carità, bisogna lasciar perdere quand’è il momento. E poi mia moglie è un diavoletto; scoprirebbe tutto.

– Be’, allora lasciala perdere e basta. Stop, finita lì.

– È quello che devo fare, ma non vorrei neanche offenderla.

– Allora falla ballare con qualcun altro e tu fatti da parte un po’ alla volta. Ci sarà un altro disposto a farla ballare, no?

– Ci ho pensato anch’io. C’è uno, giù alla manutenzione, che ha fatto lo stesso corso. Non è che sia tanto sveglio ma a ballare se la cava. Mi sa che sabato la mollo a lui e buonanotte.

– Mi sembra una buona soluzione.

– Sì, devo fare così. È l’unica.

Si mise ad annotare qualcosa sul registro del reparto poi si alzò per controllare la temperatura dei forni. Sembrava che avesse finito, così ripresi il libro. Cercai di immaginarmelo mentre sussurrava frasi irripetibili nell’orecchio della vedova frugandole nel vestito buono, quello del ballo. Invece ce l’avevo davanti, ad armeggiare coi comandi, nel ronzio ipnotico dei forni che ruotavano continuamente sul loro asse per garantire l’uniformità della cottura.

– E i latino-americani? – chiese improvvisamente.

– Come, scusa?

– Dicevo i balli latino-americani, quelli che vanno ultimamente. Non balli neanche quelli?

– Io non ballo proprio niente, te l’ho detto. Comunque una volta ci ho provato. Avevo una ragazza fissata per quella roba e aveva fatto un corso anche lei. Diceva: “Come fai a sapere che non ti piace se non hai mai provato” e non voleva saperne di lasciarmi in pace. Alla fine ho ceduto per non doverla più stare a sentire, tutto qui. Passata la ragazza, passato il ballo.

– Ah – fece lui e si rimise a guardare gli strumenti.

Chiusi il libro per l’ultima volta e guardai fuori. Tra le ciminiere illuminate e i tetti dei capannoni si vedevano le colline. Sulla più alta c’era una grande antenna che faceva da ripetitore a non so cosa e aveva delle luci rosse che avvertivano gli aerei di stare alla larga.

L’oscurità aveva inghiottito completamente il pendio e l’antenna sembrava un razzo galleggiante nel vuoto, puntato verso il cielo.

L’omino era tornato a sedersi dall’altra parte del tavolo e si tormentava i baffi.

– Mai provato il tango? – gli chiesi.

– No, perché? – sembrava sorpreso.

– Ho sentito che sta tornando di moda. Lo insegnano un po’ dappertutto.

– Non lo sapevo. Bene, sono contento che alla gente sia tornata la voglia di ballare.

– Dicono che sia molto difficile.

– Non so. Ho sentito anch’io qualcosa del genere ma secondo me è come tutti gli altri, dipende molto dalla compagna con cui lo balli.

– Già – risposi.

Lo vidi alzarsi ed uscire sulla piattaforma con una sigaretta spenta in bocca. Gettai un ultimo sguardo agli strumenti, poi appoggiai la testa al muro e chiusi gli occhi.

Un minuto dopo stavo già dormendo.


21.07.2007 1 Commento Feed Stampa