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Marina, la tarantola sasìna

di Manuela Vittorelli

Nella mia vita c’è stata una persona che mi ha insegnato più cose di chiunque altro, e tutte rigorosamente sbagliate: Antonia.

Antonia, consapevole protagonista della mia educazione all’incontrario, c’era sempre. C’era anche quando mamma e papà per dare una svolta decisiva alla mia vita mi iscrissero a un corso pomeridiano di inglese, convinti che fosse la lingua del futuro: mi ci accompagnava lei.

– Sì ma cosa serve l’inglese.
– Serve.
– Ma fa schifo.
– Eh, schifo l’inglese. Son altre le cose che fa schifo.
– I vermi fa schifo.
– I sputi.
– Le pantegane.
– I scorpioni.
– Le scovazze.

L’elenco era già piuttosto lungo quando ci fermammo davanti al portone della scuola.

– Dove vai mentre io sono a lezione?
– Alla Standa.
– Mi compri un gioco che fa schifo?
– Se lo trovo, volentieri.

Così, mentre io cantavo in coro con altri sciagurati “ui olìv ine ielo sotmarin, ielo sotmarin, ielo sotmarin”, Antonia sostava pensosamente nel reparto giocattoli, interrogandosi sul significato più profondo di schifo.

– E allora, comprato?
– Sì sì.
– Ce l’hai?
– Ce l’ho in borsa.
– Fa tanto schifo?
– Ho paura di sì.

A casa, dalla borsa di cerata a quadri rossi spuntarono due deludenti scatoline di cartone.

– Gambaletti blu?
– No, aspetta.

Sbucò anche un sacchetto di plastica pieno di una cosa gommosa e nera, indefinibile.

– Cos’è!
– C’è scritto tarantola gigante, sarà un ragno peloso.
– Uah, e come lo chiamiamo.
– Marina, la tarantola sasìna. “Mi sono innamorato di Marina…”
– Apriamolo!
– “Una ragazza mora ma carina…”

Aprimmo. Tutta quella gomma compressa cominciò a muoversi e a uscire dal sacchetto. Prese anche a ingrandirsi spiacevolmente.

– “Oh mia bella mora no non mi lasciare…”
– Oh!
– Oh! Come cresce però, pensavo più piccolo.
– Ah che schifo, buttalo buttalo per terra.
– Che brutta roba.
– Orco, nonna, cos’hai comprato.
– Sembra vivo, Maria santa.
– È diventato grande.
– Si muove, salta.
– Nonna, adesso cammina per di qua.
– Maria vergine, che schifo.
– Nonna, fa’ qualcosa.
– Aspetta qua. Salta sulla sedia.

Andò a prendere scopa e paletta e con evidente raccapriccio, cercando di non guardare, raccolse la massa in movimento.

– Chiudi gli occhi sennò ti sogni!
– Chiudo, chiudo, ma tu portalo via.
– Eh, portarlo via…
– Fatto?
– Fatto.
– Faceva tanto schifo.
– Ah sì. Adesso ci facciamo un cacao e poi tiriamo fuori la dama.

Antonia barava, a dama. Stava vincendo la terza partita, muovendo le sue pedine su traiettorie arbitrarie, quando sentimmo aprire la porta di casa.

– Ciao mami!
– Ciao, tutto bene?
– Bene.
– Inglese?
– Ielo sotmarin.
– Ancora?
– Sì sì.
– Brava brava.

La sentimmo salire in camera, scendere, entrare in cucina, aprire il frigorifero.

– Dove l’hai buttato il robo, nonna?
– Nelle scovazze.

Ci guardammo negli occhi, preparando un’espressione mite e assorta: nonna e nipotina mentre giocano a dama, nella luce fioca del crepuscolo invernale.

– Mangio, mangio, mangio.
– Ma non puoi mangiare così!
– Mi pare che hai perso ancora.
– Sì, ma…
– Come fa? “Ui olìv…”
– “ine ielo sotmarin…”

Dalla cucina, un urlo come quelli delle attrici nei film di paura, quando aprono la bocca, la coprono con il dorso della mano aperta e spalancano gli occhi. L’urlo disperato poco prima di perdere i sensi e accasciarsi sul pavimento.

– “… ielo sotmarin”.
– “Ielo sotmarin”.

Da allora me la cavai inaspettatamente bene con l’inglese, che cominciò a piacermi, e trascurai del tutto le tarantole. Marina si trasformò presto in un grumo immobile di gomma fusa, per tornare di tanto in tanto nei miei incubi dell’alba. Mia madre sviluppò un’improvvisa fobia per i ragni, dai più ritenuta inspiegabile.
Antonia continuò a barare, e a vincere.


9.07.2007 2 Commenti Feed Stampa