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Cronache della famigliamir: Estadio Azteca, città di G.

di Manuela Vittorelli

Italia-Germania 4-3“Sia gli italiani sia i tedeschi hanno fatto l’impossibile per perderla.
Vi sono riusciti i tedeschi”.
Gianni Brera

A mio padre piaceva Gigi Riva, e a quei tempi tifava Cagliari. A me sembrava strana questa fedeltà estrema al personaggio, perché nella città di G. non si tifava il Cagliari, ma la Juve, il Milan, l’Inter, al limite – a voler essere campanilisti – la Pro Gorizia. Il babbo minimizzava dicendo: “Non tifo, simpatizzo” oppure “Sono un amante del bel gioco”. Io tifavo orgogliosamente Giubentus, di un tifo solitario e schivo da bambina piccola. Gigi Riva invece mi sembrava una specie di zio simpatico e famoso, e mi piaceva molto che calciasse di sinistro.
“Abbiamo vinto gli Europei, il Cagliari ha vinto lo scudetto, quest’anno ci va bene”, calcolava il babbo.

Quel pomeriggio di giugno del 1970 gli venne l’idea del carosello preventivo, improvvisò una bandiera con un lenzuolo bianco e la scritta “FORZA ITALIA FORZA GIGI SON FINITI I TEMPI BIGI”, la sistemò sul sedile della Cinquecento in modo che sporgesse per bene dalla cappotta alzata e partì per fare qualche entusiasmante giro dell’isolato prima di raggiungere la casa di un amico.
“Mamma, posso andare anch’io?”
“No, potrebbe essere pericoloso”.

Ora, fermiamoci un momento a contemplare la pericolosità di una Cinquecento guidata da un papà innamorato di Gigi Riva e del bel gioco nella città di G. del 1970, prima di Italia-Germania. Abitavamo in via del Boschetto, ai margini della grande e silenziosa tenuta delle Orsoline, dove il quartiere popolare di Straccis sfumava nelle casette posh di viale Virgilio. Il peggio che mi poteva succedere era di essere colpita per sbaglio dallo strofinaccio nel quale zia Graziella avvolgeva l’insalata appena lavata e che faceva poi roteare con ampio gesto e sprezzo delle convenzioni. Si parlava ancora, a un anno di distanza, della Famosa Caduta dal Caco della zia Maria (tre punti) o del Grande Taglio delle Ortensie. O di Quando Mi Incastrai un Cucchiaino da Tè tra gli Incisivi Da Latte. Il nostro dirimpettaio, il signor Toni, all’epoca usciva ancora di casa su un carro trainato da un cavallo. La pericolosità della città di G. si misurava essenzialmente sul numero di strade da attraversare per arrivare in un dato posto: due, per il mercato coperto. Tre, per l’asilo di via Gramsci. Zero, per andare a comprare i ghiaccioli al bar all’angolo. “Hai mandato la bambina da sola? Oddio, e se attraversa senza guardare e finisce sotto il cavallo del signor Toni?”
Ma per la mamma poteva essere pericoloso.

E così l’uomo sul cinquino uscì trionfalmente dal cancello, scalò, curvò e si allontanò accelerando con la bandiera svolazzante e il clacson allegro.
A me toccò la partita nel gineceo, con mamma, nonna Antonia, zie e una vicina di casa (La Pinutta, nota pessimista cosmica quel giorno in vena di pazzie). Al gol del 3-3 Antonia si lasciò scappare un “Orco tocio!” e fu fulminata dal sopracciglio sinistro di mia madre, mentre zia Graziella ridacchiava per vincere il nervosismo e La Pinutta scuoteva il capo. Ma ancora un po’ e la serata delle ragazze sarebbe degenerata; ancora un po’ e avrebbero aperto il mobile bar.

Un’ora dopo papà rientrò con la bandiera arrotolata appoggiata sulla spalla, fischiettando.
Quando aprì la porta della cucina ci trovò ancora tutte lì, nell’attesa beata di goderci la sua faccia.
Quattro giorni dopo e avremmo perso la finale 4 a 1, trent’anni dopo e la scritta Forza Italia ci sarebbe sembrata di un cattivo gusto insopportabile. E i tempi bigi, insomma. Ma quella sera, quando aprì la porta, mio padre sorrideva felice.
“Gli ridono anche le orecchie”, notò mia madre divertita, mentre La Pinutta si lasciava sfuggire un benevolo sbuffo dal naso.
“Però a mi quel Rivera nol me piase”, chiosò incongruamente Antonia nascondendo la bottiglia di Rosso Antico.


5.07.2007 8 Commenti Feed Stampa