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Memorie di un imbecille (3)

di Roberto Chilosi

Mi ricordo, mi ricordo…
Genova 1976, caccia all’uomo: Antonio P.
Antonio è il bambino antipatico per antonomasia: è di Milano, anche se vive a Genova, è ricco, ha una madre bellissima, ha 9 anni e ha già girato il mondo, ha i giocattoli più belli, i vestiti sempre nuovi, di marca e suo padre guida un’Alfa Romeo rossa fiammante.
Però è goffo e scoordinato e cerchiamo sempre di escluderlo dalle partite di calcio al Parco di Nervi, oltre che per la sua terribile antipatia, perché è proprio una schiappa.
A scuola è naturalmente bravissimo e, non bastasse, pure ruffiano col maestro Rolandini (soprannominato “testa disabitata” per la sua incipiente calvizie).
È odiato da tutti, non riesce ad integrarsi con noi e mi fa rabbia e pena allo stesso tempo, perché alla fine è sempre solo.
Francesco, Antonio, Maurizio, Tiziano, Matteo, Marco, io siamo molto legati: siamo in classe insieme dalla seconda, quest’anno avremo l’esame di quinta, ma ci ritroveremo anche alle medie.
Comunque abitiamo tutti a Nervi e ci vediamo tutti i pomeriggi al Parco, fino all’anno scorso accompagnati dalle mamme, adesso da soli, tanto giochiamo a pallone o andiamo in skate-board e poco altro.
Siamo già in grado di girare Genova in autobus: resterà un ricordo indelebile per me, la prima volta che sono andato a Caricamento, il Bronx di Genova, da solo senza dire niente ai miei, l’anno scorso.
Mi sembrava di essere un esploratore e avevo vissuto il viaggio come una esperienza quasi mistica, determinato, spaventato e incuriosito allo stesso tempo.
Passiamo delle ore con Antonio alla stazione o su un muretto che divide la passeggiata a mare dalla ferrovia, a vedere passare i treni, fantasticando sulle destinazioni.
Il sogno poi è la domenica quando mio padre mi porta, prima di andare allo stadio a vedere la Sampdoria, a vedere gli aerei che atterrano e decollano dall’aeroporto.
Abbiamo tutti quanti una passione totale per il calcio, io e Antonio giochiamo nei pulcini della Samp e siamo i più bravini (io in porta, lui difensore).
La domenica sempre allo stadio che mi spaventa e mi esalta allo stesso tempo.
Antonio P invece tiene per il Milan e anche questo è un motivo di odio.
Anche i più grandi di noi, quelli che fanno già le medie, quelli con cui giochiamo a pallone nel parco, lo odiano e ogni tanto lo pestano, lui piange, sembra aver capito di dover cambiare atteggiamento, poi invece, infaticabile, il giorno dopo ricomincia la sua solfa “io qui, io là…”.
Dopo che lo picchiano piange e va dalla mamma che, quasi quotidianamente, telefona alle madri dei “cattivi” per lamentarsi degli occhi pesti del suo bimbo.
Questa volta ha passato il limite: mentre giocavamo a pallone e lui era stato escluso, è andato a chiamare il vigile perché stavamo giocando in un prato recintato.
Il vigile arriva di soppiatto e ci fa una ramanzina tremenda con minaccia di sequestro del pallone, avviso ai genitori, nonché interdizione al Parco (a questa età chi porta una divisa ti può raccontare qualsiasi cazzata, tu ci credi e ti spaventi).
Siamo una ventina, il nome del colpevole è già noto, i più grandi gli vogliono dare una lezione indimenticabile e, da questo momento, inizia la caccia all’uomo.
Pensiamo che sia ai giochi, dalla parte opposta del Parco, e ci dividiamo in squadre per cercarlo, accerchiarlo e pestarlo.
Io, Antonio, Maurizio e Francesco, siamo molto pacifici e non abbiamo mai picchiato nessuno, neanche lui, ma questa volta partecipiamo esaltati alla spedizione punitiva.
Lo vediamo, lui capisce e scappa, il Parco è pieno di nascondigli e per un ora abbondante riesce a evitare il contatto con i cacciatori, “l’ingaggio” per dirla in termini bellici.
Scappa tra gli alberi fino a che, in un prato vicino alla passeggiata, lo vediamo correre e inciampare, prima di riuscire a guadagnare il boschetto.
Si rialza, corre, inciampa, urla, è terrorizzato, ma è troppo tardi, un paio di “grandi” gli sono addosso e lo sgambettano definitivamente: lo vedo faccia a terra con Camillo un alto e grosso ragazzo che fa la seconda media, che gli siede sulla schiena tenendogli la faccia schiacciata sull’erba.
Arrivano tutti gli altri e anche noi ci avviciniamo, lui cerca di liberarsi, ma oramai il cerchio è chiuso.
Si libera e si scaglia contro Camillo, ma questo è l’inizio della fine: prima che riesca anche solo ad avvicinarsi viene raggiunto da un ceffone tremendo sul volto, tutti gli volano addosso e lo picchiano.
Tutti tranne noi perché, passata l’emozione della caccia, adesso siamo spaventati e abbiamo paura che gli facciano male.
Gli fanno male.
Gli rompono un braccio.
Torno a casa spaventato e ho paura che i miei già sappiano, li temo molto perché la violenza in casa mia non viene tollerata.
La sera infatti è tutta una telefonata tra genitori, il giorno dopo a scuola il preside ed il maestro ci chiamano per comunicarci che quello che è successo è una cosa ignobile, vergognosa, che non ci possono sospendere perché non è successo a scuola, ma che saremo osservati speciali fino alla fine dell’anno.
A casa invece me la “cavo” con un mese di interdizione dal Parco, niente partite la domenica e giocattoli in regalo.
Andiamo a trovare, costretti dai nostri genitori, Antonio in ospedale, portandogli le nostre scuse e un regalo, che lui accetta.
Non rientrerà più nella nostra scuola.


3.07.2007 3 Commenti Feed Stampa