Cabaret Bisanzio, laboratorio di finzioni > Letture > L’Italia che precipitò nelle mani giuste

L’Italia che precipitò nelle mani giuste

di

le mani giusteLa stagione delle bombe, 1992/93, porta l’Italia dalle mani sporche alle mani giuste. Le mani pulite sono un breve passaggio illusorio, le nuove mani, quelle giuste, sono le più sporche che il Paese abbia mai visto.

Il romanzo di De Cataldo, Nelle mani giuste, racconta quel biennio. Sono anni pieni di fatti eclatanti: gli attentati a Falcone e Borsellino, le inchieste di Di Pietro, le bombe a Roma, Firenze e Milano, i suicidi, o forse gli omicidi, di Gardini e Cagliari, la discesa in campo del Cavaliere. Sono fatti raccontati a spizzichi e bocconi da pochi libri (e si tratta di saggi), mai o quasi mai dalla stampa. Fatti a cui sentenze troppo spesso approssimative o archiviazioni troppo frettolose hanno dato verità giudiziarie monche.

Ho acquistato Nelle mani giuste il giorno in cui è uscito. E dopo poche ore ho iniziato a leggerlo. Mi attendevo molto. E’ stata una grande delusione. La storia raccontata da De Cataldo è asfittica, non ha il respiro che richiedeva. Il focus ristretto scelto dall’autore, che a Genna sembra un punto di forza, a me sembra una debolezza insuperabile. C’è sempre questo commissario Scialoja sul palco, che, per quanto De Cataldo tenti di dipingere come cardine segreto tra Stato e criminalità organizzata, non può che essere un personaggio comunque secondario nelle trame di quegli anni. C’è il carabiniere onesto, l’idealista Camporesi, che sembra una figurina un po’ appiccicata lì. C’è ancora la Patrizia di Romanzo Criminale che fa il doppio gioco e sogna un matrimonio in Polinesia (e a volte De Cataldo si lascia andare a pagine leziose che sarebbe stato bene cassare, “Si sollevò dall’amplesso con fare beffardo. Conoscete una ragazza che non abbia mai sognato un matrimonio polinesiano? Le note di Wonderful tonight echeggiarono nell’ambiente. La loro canzone! Erano saliti insieme, con una valigia piena di ambizione e di spregiudicatezza, sul galeone del successo. Voleva trovarsi al posto giusto al momento giusto, e, per Dio, ci si sarebbe trovato! Profumo fruttato, per niente aggressivo. Pino, Pino! Pino, perché mi deludi così? Maya, così dolce, fresca, spigliata. Maya, così eccitante! Io non valgo niente…niente, capisci? Non puoi nasconderti per sempre. C’è una luce che ti attende, da qualche parte. Conoscete una ragazza che non abbia mai sognato un matrimonio polinesiano?“). Soprattutto la mafia, che in quegli anni ebbe un ruolo fondamentale, sta tutta in un giovane, tale Angelino Lo Mastro. C’è poi il Vecchio, che è morto ma ha lasciato gli archivi segreti. E la massoneria, che sta dappertutto, ma che è dipinta a pennellate troppo larghe.

Il giornalista Carù è la caricatura di Giuliano Ferrara. Ilio Donatoni è un personaggio importante, certamente Raul Gardini. Nella scena più drammatica del libro si suicida. Ma, quando il vero Raul Gardini è stato trovato cadavere, la pistola era su un comodino un po’ troppo distante. Questo particolare, per nulla irrilevante, è trascurato. E c’è Maya, la moglie di Donatoni, che si chiama così perché deve squarciare il velo.

Sulla scena non ci sono le stragi. Neanche una. Le bombe sono descritte da stralci di sentenze in corsivo. Paradossalmente, i fatti più tragici diventano le parti più noiose del libro. Si fa fatica a leggerli. Berlusconi appare appena sullo sfondo. Non ci sono Falcone e Borsellino. Non c’è Brusca ad attendere dietro la casetta bianca di Capaci, soprattutto non ci sono i mandanti. Né un dubbio, né un cenno. Nulla. Non c’è la storia del telecomando della strage di via D’Amelio, una storia che sarebbe stato interessante raccontare. Non c’è una parola sull’agenda di Borsellino, nulla sull’ultima intervista. C’è una mafia potente sì, ma rappresentata dal solo Angelino. Un po’ poco. Dove sono le riunioni della commissione, una volta presieduta da Riina, la volta seguente da Provenzano, mai insieme perché uno rimanesse comunque libero, o vivo? E’ facile credere che in quelle riunioni, in Palermo centro, si sia deciso molto di quegli anni. Non c’è ‘u tavulinu, il gruppo di quattro imprenditori e mafiosi che distribuiva gli appalti in Sicilia e dove Donatoni avrebbe certamente trovato posto.

Nelle mani giuste è il primo romanzo che tenta di raccontare la caduta dell’Italia nel baratro degli anni azzurri, e questo è un grande merito. Ma c’è poco, troppo poco, e il fuoco è ristretto. Quegli anni, mi sembra, rimangono ancora tutti da narrare.


2.07.2007 2 Commenti Feed Stampa