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Dichiarazione d’amore

di Sauro Sandroni

Jean-Patrick Manchette uno dei miei autori preferiti. Forse IL mio autore preferito. Qualcuno, qualche lettore innamorato dell’infiocchettamento barocco che tanto va di moda nella letteratura di oggi, lo considera povero, scarno. Un minchione con cui mi sono recentemente confrontato (intellettualmente, s’intende; la gara a chi ce l’ha pi lungo ce la siamo risparmiata), se n’ uscito fuori con la genialata che Manchette scriverebbe “sceneggiature”. Baggianate. Io credo, invece, che Jean-Patrick sia praticamente perfetto. E non lo dico certo a cuor leggero. La perfezione difficile da attribuire, in letteratura, al cinema, dove volete voi, ma secondo me Manchette ha scritto almeno quattro libri perfetti: Fatale, N.A.D.A., Piccolo Blues, Posizione di Tiro. Questi quattro romanzi, per come la vedo io, sono la perfezione fatta letteratura.

Gi, anche il “polar” secco e senza fronzoli di Manchette (e non solo) letteratura. La questione se “il genere” sia da considerare aprioristicamente inferiore alla letteratura tout court vecchia e piuttosto inflazionata, oltre che malposta e mortalmente noiosa. Non mi pare il caso di approfondire, quindi, anche se la mia opinione in merito ve la voglio dare. Secondo me, chi pensa che la letteratura di genere sia aprioristicamente inferiore a quella tout court, un facilone superficiale. E anche questa fatta.

Manchette nacque a Marsiglia nel 1942 e mor a Parigi nel 1995. Muore giovane chi caro agli dei, come si dice. Le cazzate che non si inventano gli uomini per consolarsi! Non ci si crede, eh? Muore giovane chi caro agli dei. Giusto, basta guardare Priebke o Pinochet. Ma non divaghiamo. Manchette fu diverse cose: scrittore, sceneggiatore (il minchione di prima non aveva capito niente lo stesso), attivista politico, traduttore, critico letterario e di musica jazz. Tutte belle cose, direi. Jean-Patrick vissuto poco, ma si dev’essere divertito.
Forse il caso di esporre i motivi che me lo fanno piacere cos tanto. Prima cosa: l’ironia. Mi si dir che si scrittori ironici ce ne sono tanti. Lo so, ma quelli che intendete voi non sono ironici: sono piacioni. Cercano la battutina, strizzano l’occhio al lettore, lo adescano con le loro inutili frasine ad effetto. Che poi quello che faccio anch’io ogni volta che scrivo, compresa questa qui, per io non sono Manchette. Manchette mi piace, io no. L’ironia che usa lui mascherata. Se non stai particolarmente attento non ti accorgi neppure che la sta usando. Ti prende in giro e nemmeno te ne accorgi, davvero. Forse adesso dovrei mettere qui qualche esempio, qualche citazione dai suoi libri, ma non che ne abbia molta voglia. E poi ve l’ho detto, non mica facile scovarla, l’ironia di Manchette. Bisogna leggere e stare attenti e quello che scrive, e l’ironia viene fuori da sola. Magari questo argomento lo riaffrontiamo pi avanti.
Passiamo al secondo motivo per cui mi piace Manchette: lo stile behaoviourista. Con questo stile, che Manchette ha mutuato dal suo maestro riconosciuto, Dashiell Hammett, il personaggio del romanzo non ci parla di s; non dice al lettore quello che pensa, non gli dice quanto soffre, quanto ama o quanto odia, o cos’ha escogitato per far s che l’assassinio della moglie sia scambiato per un incidente. Non lo fa dire nemmeno dal narratore in terza persona, perch di preciso non lo sa neppure lui (lui il narratore, voglio dire). Nei libri scritti con lo stile behaviourista, i personaggi agiscono e basta. E’ come nella vita: le altre persone, quelle che non sono “noi”, non “pensano”; agiscono e basta. Tu che mi stai leggendo, di’ un po’: il tuo capo, sul lavoro, mica pensa. A te non importa cosa pensa, a te importa che non ti faccia fare gli straordinari e che non entri di colpo in ufficio mentre sei sul tuo sito porno preferito. E’ vero o no? Il tuo capo pu pensare molte cose. Che sei onesto o che sei disonesto, che sei bravo o che non capisci un cazzo, che ti vorrebbe molestare sessualmente o che non ti toccherebbe neppure con lo scafandro da palombaro. Tu per pensaci bene: a te interessa quello che pensa o quello che fa? Cosa ti cambia effettivamente la vita? Io credo che sia pi la seconda cosa. Mi si obietter che il capo agisce in conseguenza di quello che ha pensato prima. Certo che cos, ma proviamo a ragionare. Il capo:

A) pu pensare che tu sia troppo bravo per stare in quella scrivania, e quindi ti sposter di posto;
B) pu pensare che la scrivania sia troppo brava per stare con te, e quindi ti sposter di posto;
C) pu svegliarsi una mattina con le palle girate, ammettere con s stesso che non sa neppure come ti chiami, e quindi spostarti di posto.

Abbiamo quindi tre diverse premesse per uno stesso finale. La causa precisa del finale, la causa che vi ha fatto spostare di scrivania: conta davvero? O alla fine l’unica cosa che conta che vi abbiano spostato dalla scrivania? Dice: “La causa conta. Se chiedo al capo di spiegarmi i motivi, lui dovr pur dirmeli, e quando me li avr detti io mi toglier una soddisfazione. Sapr”. Questo vero, e infatti lo stile behaviourista usa i dialoghi per spiegare le cose e dare soddisfazione al lettore. I libri di Manchette sono come dei film. In un film sappiamo che un personaggio triste perch assume un’espressione triste, non perch il personaggio ci dice “minchia, oggi sono triste” e neppure perch ce lo dice una voce fuori campo. Tuttalpi il personaggio X dice a quello Y che quel giorno si sente triste. Ma non lo dice a noi. Nel film noi vediamo che il personaggio ha la faccia triste e deduciamo di conseguenza. Nei libri di Manchette uguale. Nei libri di Manchette la trama si palesa al lettore attraverso le azioni dei personaggi, attraverso i loro atteggiamenti, attraverso i loro tic; non attraverso i loro pensieri. Quello che pensano non conta, conta quelle che fanno. Come nella vita.
Un’altra delle cose che mi piace di lui una conseguenza del fatto che ha adottato (ed anche appellato; mi risulta che la definizione di “stile behaviourista” sia sua, ma potrei sbagliarmi) lo stile behaviourista. Manchette freddissimo. Descrive scene sanguinolente e truci con un distacco impressionante. Lui, il narratore, non scosso da quello che accade, anche se quello che accade terribile. E’ chi legge a doversi scuotere, non chi scrive. Chi scrive ha un pelo sullo stomaco che voi neppure ve lo immaginate. Certo, anche in questo caso. Io ho un sacco di pelo sullo stomaco. Infatti esteticamente non che sia proprio un fiore, bisogna ammetterlo.
L’altra cosa che mi piace di Manchette che era un contestatore vero, uno che provocava col cervello. Lo spiega bene Valerio Evangelisti, qui. Manchette era marxista e rivoluzionario, ma ad un certo punto si ribell anche al marxismo e alla Rivoluzione, quando si accorse che la Rivoluzione aveva bisogno di essere rivoluzionata. Secondo Evangelisti, Manchette non era un rivoluzionario, ma un ribelle. Sono abbastanza d’accordo. Manchette portava avanti continuamente la destrutturazione dei dogmi, anche di quelli che fino ad un certo punto aveva cavalcato con convinzione. Come tutti i ribelli veri, Manchette ce l’aveva col Potere, a prescindere da chi lo detenesse. “Togliere il parrucchino ai nobili, ma anche a Robespierre”, dice Evangelisti pensando di interpretare il pensiero di Manchette. S, penso che sia una cosa plausibile. Probabilmente, Manchette la pensava proprio cos.

Di Manchette in rete si trova parecchia roba, e quasi tutta incensante. Il link che vi ho messo prima gi qualcosa di molto esaustivo. Evangelisti e la cricca di Carmilla sono suoi entusiasti sostenitori. Qui, qui e qui c’ la prova che non dico bugie. Anch’io lo sono (non so se si era capito, spero di s). Qui metto un mio pensierino su uno di quei quattro libri perfetti di cui sopra. Qui, invece, ho trovato alcuni brani tratti da N.A.D.A, cos potrete farvi un’idea di come scriveva Manchette e forse anche di quella sua ironia nascosta che vi dicevo prima. Spero di avervi fatto cosa grata.


25.06.2007 2 Commenti Feed Stampa