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Tutti al Colle in allegria

di

al ColleSilvio: “Umbè, ci siamo tutti? L’hai chiamato Gianfrà?”
Umberto: “Sì, sì, Roma ladrona. Le lezioni. Duro. Sì”.
Silvio: “E dov’è?”
Umberto (indica uno): “Lì, lì, è lì”.
Silvio: “Quello? Ma quello chi è?”
Umberto: “Gianfranco. Roma ladrona. Terroni di merda”.
Silvio: “Ma Gianfranco chi?”
Umberto: “Roma ladrona. Non lo so, io sono entrato al Parlamento e ho urlato: ‘Gianfranco, andiamo’. Ed è venuto questo qui”.
Silvio: “Boh, io questo non lo conosco. Aspetta che Gianfranco lo chiamo io”.
Umberto: “Terroni di merda. E quest’altro che ci facciamo?”
Silvio: “Ma che ne so, se vuole venire viene, io sono per la libertà. Anche se con quella faccia lì… va be’, fa numero”.
Silvio telefona, arriva il vero Gianfranco.
Silvio: “Allora, ci siamo? Andiamo?”
Gianfranco F.: “Sì, però siamo d’accordo: parli tu”.
Umberto: “Roma ladrona. Le lezioni. Duro duro”.
Silvio: “Parlo io! Andiamo! Viva la libertà!”
Si avviano trotterellando e cantando “Azzurra libertà”.

Poco dopo, al Colle.
Clio: “Giò, ti vogliono al citofono, un certo unto del Signore, dice”
Giorgio: “No, i Testimoni di Geova no, per favore. Ché sto facendo le parole crociate. Di’ che dentro non ci sto”.
Clio (al citofono): “Pronto, signor Unto, signor Unto, mio marito non c’è. Signor Untoooo”.
Suonano alla porta.
Clio: “Ommarronna mia, stanno qua”.
Giorgio: “Clio, non t’accattà la Torre di Guardia ché non mi ci entrano più nella libreria”.

Silvio, Umberto, Gianfranco & Gianfranco superano Clio e si accomodano in salotto vicino a Giorgio.
Giorgio: “Clio, prepara nu bello caffè”.
Silvio: “Clio, clio. Ma quale Clio. Presidente se viene con me le presento una bella Mercedes, ah ah. O una Ferrari…” – (fa l’occhiolino) – “Una bella rossa. Ah ah ah”.
Silvio ride di gusto. Gianfranco R. lo imita.
Giorgio: “Signori, mi dicano pure, ma gentilmente non compro niente che stiamo in crisi e dobbiamo tagliare le spese. Che è uscito sto cazz’e libro, la casta”.
Silvio: “Presidente, mi consenta. Noi siamo venuti a presentarle le esigenze del Paese, quello che chiede la gente. C’è una vera emergenza democratica!”
Giorgio: “Caro signore, non lo dica a me, non lo dica. Proprio mò sto venendo da…”
Silvio (lo interrompe): “Lo vede! Anche lei lo sa, Presidente. Che facciamo? Le facciamo le nuove elezioni, eh? Che dice? Lo salvo io il Paese!”
Umberto: “Roma ladrona. Napoli munnezza. Ce l’ho duro. Duro”.
Silvio (mette una mano sulla bocca di Umberto, sottovoce): “Zitto Umbè! Che quello è napoletano”.
Umberto (soffocato): “Terrone. Le lezioni. Io ce l’ho duro”.
Silvio (a Giorgio): “Hanno occupato tutti i posti di comando, non esiste più la democrazia in questo Paese! E lo sa chi sono, no?”
Giorgio: “Chi? Chi sono? Mò so’ curioso pur’io, so’ curioso”.
Silvio: “I comunisti!”
Giorgio: “Oggesù! Sono stati i comunisti?”
Silvio: “I comunisti, sì, sì. Glielo assicuro”.
Giorgio: “Mannaggia ‘a maro… Ehm, scusi, sa, ma io aggio stato comunista nu tempo. Ma queste cose, queste cose no. Io sono per la legalità e per il rispetto delle istituzioni. Se lei mi assicura che sono stati i comunisti, io chiamo e metto tutte cose a posto”.
Silvio (tronfio): “Glielo assicuro sì”.
Giorgio: “Oggesù mio. I comunisti. Cliiiiio. Portami il telefonino”.
Clio arriva trafelata dalla cucina.
Clio: “Eccolo, Giò”.
Giorgio: “Guarda, cercamelo tu ché io ’sti aggeggi non ci capisco nulla. Fausto, cerca Fausto e fai il numero”.
Clio fa il numero.
Giorgio (a Fausto): “Fausto, io sto venendo da Palermo (…). Sì, esatto, bravo (…). Sì, siamo in emergenza. Sì, hanno truccato le elezioni, lo so (…). Di questo ti dovevo parlare (…) No, non c’entra la mafia, ascoltami (…). No, guarda, c’ho qui un signore che dice che siete stati voi, i comunisti (…). No? Come dici? Sì sì, è nano, ma che c’entra? (…). Pelato? No, non mi pare, però ha dei capelli strani (…). Allora non siete stati voi, dici”.
Toglie il telefono dall’orecchio, lo tiene fra le mani e lo guarda.
Giorgio: “Ommarrò come si chiude qui ’st’affare, Cliiio”.
Clio: “Il tasto rosso, premi il tasto rosso”.
Chiude.
Giorgio (a Silvio): “Guardi, signore, a me qui mi assicurano che non sono stati loro. Mi dicono che c’entra la mafia”.
Silvio: “Presidente, ma la mafia non esiste più! Non l’ha visto Provenzano? L’hanno arrestato!”
Giorgio: “Oggesù, è vero. E chi ci pensava più! Però a Palermo, queste elezioni, non so. Io aggio avuto pure questa impressione. Per carità, un’impressione”.
Silvio: “Ma Presidente! Mi consenta! C’è un equivoco! Quale Palermo?? Ci siamo capiti male. A Palermo siamo stati noi… cioè… volevo dire che…”
Umberto, Gianfranco e Gianfranco ridono.
Silvio: “Insomma, l’emergenza riguarda il Paese!”
Giorgio: “Oggesù. Mergellina?”
Silvio (spazientito): “L’Italia, Presidente, il Paese”.
Giorgio: “Oggesù, l’Italia. Oggesù, signore. Ma io che c’entro?”
Silvio (a Gianfranco F.): “Va be’, Gianfrà, andiamo. Questo non capisce nulla”.
Gianfranco F. (a Silvio): “L’avevo detto io”.
Umberto: “Terrone. Roma ladrona, duro, ce l’ho duro. La lega ce l’ha duro”.
Si alzano.
Silvio: “Va be’, Presidente, è stato un piacere, eh. Allora ci sentiamo”.
Giorgio: “Signori, andate via così? Nemmeno aspettate il caffè?”
Silvio: “No, no, grazie, abbiamo fretta”.
Gianfranco R. (a Silvio): “E pigliamocelo ’sto caffè, che è gratis”.
Silvio (a Gianfranco R.): “Tu zitto e cammina”.
Vanno via cantando “Azzurra libertà”.

Giorgio si rimette il plaid sulle ginocchia e riprende in mano La Settimana Enigmistica.
Clio: “Ch’erano buffi. Ma chi erano, Giorgio?”
Giorgio: “Che ridere, Clio, che ridere”.
Clio: “Sì, ma chi erano?”
Giorgio: “Ma lo sai che non l’ho capito? Eppure mi pareva di averli visti in tv. Secondo me sono quelli di Zelig”.


24.06.2007 2 Commenti Feed Stampa