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il sale rimargina (a volte) le vecchie ferite

di vins gallico

Non so se fidarmi di lui. È un uomo strano.

Non credo che abbia capito che sono ebrea. Io non ci tengo a sbandierarlo ai quattro venti. Ma, se me lo chiedono, non lo nascondo. Basta fare attenzione al mio cognome per intuirlo.

Non sono mai andata in sinagoga, non rispetto regole particolari (alimentari o religiose che siano), non ho in salotto candelabri a sette braccia. Mia madre però era ebrea.

Jurgen invece è tedesco. Per me è la prima volta che faccio un viaggio in Germania.

Ai tempi dei nazisti per la mia discendenza matrilineare mi avrebbero fatta fuori.

La circostanza però che sia la prima volta che vado in Germania non c’entra con i miei parenti gasati nei campi di concentramento. È che pensavo che tutto è freddo, che c’è troppa disciplina e troppo grigio, che le parole diventano urli arrabbiati, ordini da eseguire immediatamente.

Lui no. Jurgen parla con dolcezza. L’ho conosciuto a Roma due mesi fa, sul Lungotevere, fotografava il traffico e la gente che aspettava al semaforo. Quando mi ha chiesto in un italiano stentato se poteva farmi un primo piano, mi ha colpito il suo naso sottile, elegante.

Siamo andati a bere un caffè insieme in una piazzetta a Trastevere. Era uno degli ultimi giorni d’estate. Gli ho lasciato il mio numero di cellulare. Ci siamo rivisti il giorno dopo, a casa mia. Abbiamo fatto l’amore.

Sono arrivata a Göttingen in treno. L’aereo da Fiumicino è atterrato ad Hannover, da lì ho preso un InterCity Express: abbiamo attraversato a duecento all’ora la nebbia di ottobre che si alzava sui laghi. Göttingen è una città piccola con le case basse, le facciate di legno, pitturate di bianco, le assi in vista, i tetti a spiovente.

Jurgen mi ha abbracciata forte alla stazione e mentre andavamo in giro mi teneva per mano. Ha detto che questa sera mi aspetta una sorpresa. Sorridendo ha aggiunto che non importa per quel problema che ho io.

Che non so nuotare.

Con l’automobile impieghiamo dieci minuti per arrivare a destinazione, è un po’ fuori città. Ci fermiamo davanti a un’insegna luminosa nascosta dietro un’edera: Laubenheimer Haus.

Ha prenotato un’ora tutta per noi. Gli chiedo che cosa ha prenotato. Mi fa segno di seguirlo in un vecchio edificio. Al banco dell’accettazione pronuncia il suo nome. Una signora grassa sulla cinquantina gli consegna una chiave. Camminiamo per un lungo corridoio. Io gli cammino a fianco. Jurgen ha un ghigno strano stampato in faccia, si ferma davanti a una porta, fa scattare la serratura, la apre. Mi fa entrare per prima.

Ho un po’ di paura.

Sono nelle mani di uomo che conosco appena.

La sala è illuminata dai riflessi opachi delle candele sull’acqua. La vasca sarà una ventina di metri in lunghezza, la metà in larghezza, gli angoli sono arrotondati.

Jurgen mi racconta che è una piscina salata: c’è una concentrazione di sale più alta che nel Mar Morto. Si galleggia anche senza saper nuotare.

Mi racconta la storia del posto. Era una salina, di proprietà di un ebreo, mi indica una targa sulla parete che non riesco a capire leggendo. Noto il nome di Samuel Hoffman. Un tipico nome ebraico.

Negli anni trenta la salina fu confiscata dai nazisti al signor Hoffman e data in concessione ad un industriale tedesco, Peter Laubenheimer. Negli anni sessanta, quando la salina cominciò a non rendere più, i discendenti di Laubenheimer ne fecero una piscina.

Quella che ho davanti agli occhi.

Non ha capito che sono ebrea.

Abbiamo un’ora a disposizione. In vasca bisogna entrare nudi: sono le regole. Ci spogliamo senza guardarci. L’acqua è tiepida, il sale si deposita sulla pelle, mi pizzica fra le gambe. È un dolore sensuale. Mi mordo il labbro inferiore.

Jurgen mi dice che quando si sposerà, vuole un matrimonio in una chiesa cattolica. Non so come gli venga in mente.

Galleggio. Mi rotolo sulla superficie dell’acqua. È come stare distesi su un letto. Se mi accarezzo la pelle ho l’impressione che i granelli di sale rotolino sull’epidermide come elettroni impazziti.

Poi è Jurgen ad accarezzarmi. Sento le sue mani forti che mi sfiorano il seno.

Mi guardo intorno, non c’è nessuno.

Facciamo l’amore in piscina.

Quando esco dall’acqua sono tutta bianca, ho addosso uno strato di sale leggero come un vestito di seta. Jurgen mi osserva e sorride. Ai bordi della piscina ci distendiamo sulle sdraio, di fronte ad una vetrata che dà sul bosco. Mi perdo a guardare fra gli alberi. Sono tutti ombre di gialli, marroni, rossi, alla luce notturna. Io a Roma non sono abituata a queste cose. Alla natura.

Jurgen mi dice che quando mi sono fermata per un secondo gli sono sembrata la moglie di Lot.

Prima di fare il fotografo Jurgen ha studiato teologia.

La Bibbia racconta che Dio, adirato contro Sodoma e Gomorra, città piene di lussuria e di corruzione, decise di distruggerle con una pioggia di zolfo e fuoco.

Il Signore volle però salvare Lot, nipote di Abramo, che era un uomo (a giudizio di Dio) giusto e onesto. Mandò perciò due angeli ad avvertirlo di abbandonare Sodoma con la moglie e le figlie e di dirigersi verso la montagna. Nessuno doveva voltarsi indietro. La moglie di Lot non seppe resistere alla tentazione di vedere che cosa succedeva alle sue spalle. Si voltò e fu trasformata in una statua di sale.

Jurgen si alza dalla sua sdraio. Mi si avvicina alle spalle. Mi bacia le braccia e mi fissa con i suoi occhi verdi, taglienti. Nel punto in cui mi ha baciato scompaiono le tracce di bianco. Lo bacio anch’io sul petto. Ha un sapore forte di sale. Mi piace l’odore della sua pelle a contatto col sale, mi piace il sapore.

Continuo a baciarlo e mi viene sete e fame di lui.

Provo a scordarmi che sia un tedesco.

Se mi volto indietro divento una statua.


21.06.2007 2 Commenti Feed Stampa