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La CNN della strada (a Napoli)

di Angelo Petrella

99 posseSecondo Chuck D, storico leader dei Public Enemy, il rap può essere definito come la «CNN della strada». L’arte di raccontare in rima nasce infatti ad Harlem all’inizio degli anni Settanta: il linguaggio, i protagonisti e il codice morale appartengono interamente alla comunità nera che abita i ghetti del Bronx. Solo diversi anni dopo, grazie alla grande industria discografica, il rap sbarcherà fuori dal nuovo continente e invaderà l’Europa, in particolar modo la Francia e l’Italia.
Anche a Napoli il rap si diffonde all’insegna della strada, spesso contaminandosi con altri generi, come è tipico della natura “meticcia” della musica partenopea. Più precisamente, possiamo individuare tre “ondate”, ovvero tre generazioni di artisti con caratteristiche del tutto peculiari. Una prima ondata va individuata all’inizio degli anni Novanta. Il fenomeno delle “posse” infatti, propagatosi da Roma in tutto il paese, nasce sulle ceneri del movimento studentesco della Pantera ed è strettamente legato all’esperienza dei centri sociali. Gruppi come 99 Posse, Almamegretta e Bisca rivendicano la propria identità politica in modo ben chiaro. La contaminazione di blues, ragamuffin, musica etnica e funk è utilizzata per raccontare storie di lotta politica, di antifascismo, di repressione e di marginalità sociale: la musica serve da collettore della rabbia sociale. Ma vi è anche una orgogliosa ostentazione del dialetto, ripudiato dalla cultura ufficiale, al fine di creare una sorta di “epica dei reietti” e dei senza-voce.
Nella seconda metà degli anni Novanta emerge una nuova generazione di artisti che, dell’esperienza delle posse, recupera soprattutto la vocazione all’indipendenza artistica e all’autoproduzione fuori dai grandi circuiti commerciali. Si tratta di vere e proprie crew, ovvero di gruppi i cui componenti sono dediti alle varie discipline della cultura hip hop (rap, disc-jockeying, writing e breakdance). Artisti come La Famiglia, Puazze Crew, Speaker Cenzou e Clan Vesuvio spesso provengono da anni di lavoro nei locali (come dj) o per strada (come writers e breakers): molti “pezzi” possono ancora vedersi nei vicoli, nelle stazioni o sui vagoni delle metropolitane. La cultura hip hop di marca americana, svincolata dalla politica in senso stretto, ha dunque modo di diffondersi e di approfondirsi, portando anche a Napoli tutta una serie di sue espressioni tipiche: le battaglie in cui i rapper si affrontano a colpi di rime libere, il ripudio della musica strumentale, l’autocelebrazione, il “dissing” (insulti indirizzati a crew rivali) e l’utilizzo di “beatbox” (improvvisazione di basi musicali utilizzando la sola voce). Nei testi, largo spazio è dato anche alla lirica e all’intrattenimento, oltre che all’impegno sociale. La grande eredità di circa un decennio verrà raccolta dai gruppi emersi negli ultimi anni. Questa terza ondata di hip hop colpisce innanzitutto per la novità e la durezza dei temi trattati: il rap ritorna proprio alla sua vocazione delle origini, raccontando storie di strada, di degrado, di violenza urbana. Le nuove crew si formano nei quartieri napoletani maggiormente a rischio e rivendicano con orgoglio la loro provenienza, a volte localizzata addirittura in un rione cittadino, che diventa il loro referente primo. «Piscinola marchiata a fuoco ‘ncoppa ‘a pelle», urlano i Fuossera: il dialetto napoletano, infarcito di gergalismi di nuovo conio, è la norma. Ma è proprio osservando quel microcosmo che possono essere meglio ritratti i soprusi degli spacciatori e dei boss, l’indifferenza della polizia, l’arroganza delle baby-gang o la vuotezza delle generazioni cresciute a suon di cocaina. Il mondo sembra essere azzerato e ridotto a una mera lotta per l’accumulazione di potere e denaro: «pure ‘e scienziati se so’ sbagliati, ‘o munno nun gira attuorno ‘o sole ma attuorno ‘o sordo» gridano i 13 Bastardi. L’esperienza personale, l’esser cresciuti spalla a spalla con la criminalità, consente ai rapper di parlare con cognizione di causa e di denunciare rabbiosamente l’assenza dello Stato. Il sistema di potere, rimosso per tanti anni dall’informazione e schivato dalla cultura ufficiale, ritorna portando con sé morte, violenza e denaro. La musica sembra essere l’ultimo rifugio per chi è nato «addò se chiagne e l’aria feta ‘e sanghe e niente cagna», come cantano i Co’Sang di Marianella nel loro disco d’esordio Chi more pe’ mme.
Accanto alle crew finora citate possiamo aggiungere diversi altri gruppi emergenti o meno, dai Capeccapa a Clementino, da Alea ai Kosanost. Un posto a sé spetta agli ‘A67, la formazione di Scampia che del rap utilizza soprattutto le rime e il modo di “raccontare” un mondo fatto di ingiustizie ed esclusione sociale. Il refrain di uno dei brani più celebri recita infatti: «nisciuno vò accettà ‘sta realtà, nisciuno vò sentì ‘a verità ‘e chi s’è sfastediato ‘e sunnà». L’album d’esordio ‘A camorra song’ io guarda molto più da vicino l’esperienza delle posse, di cui recupera l’impegno politico e la sperimentazione strumentale realizzata intrecciando i generi più diversi, al punto da far parlare spesso di crossover musicale.
Il nuovo rap rappresenta la grande parte rimossa dal Rinascimento napoletano, che ha puntato su un arte borghese capace di impastare la tradizione partenopea con le innovazioni di fine secolo, ma in modo acritico e postmoderno. La cultura hip hop racconta invece, con la sua voce perturbata, ciò che non si legge e non si vede. La voce di una Napoli sventrata, abbandonata, che colpisce proprio «quella parte di pubblico che non vuole essere seccata con racconti di miserie», come scriveva Matilde Serao. Il rap parla la lingua della Napoli “nera”, quella che proviene “dal basso” e non festeggia carnevali, ma trascorre le sue notti bianche alla ricerca della sopravvivenza e della dignità.


7.06.2007 5 Commenti Feed Stampa