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Ho voglia di tè di Gianni Muco

Ho voglia di tè [1]L’opera: “Ho voglia di tè” è un’opera più acerba rispetto alla già presentata “Scusa se ti mando affanculo”; tuttavia, è già presente il tentativo di affrontare il mondo giovanile secondo categorie e stilemi del tutto originali. Tentativo onesto, che risente forse un po’ troppo della contaminazione della sms generation: lo dimostra il titolo voluto dall’autore (“H vgl d t”), considerato un po’ criptico dal cav. Stacchia, e l’incipit, dove Jek e Minnie si scrivono 650 messaggi consecutivi senza neppure una vocale, generando più di un malinteso, destinato a segnare tragicamente la loro storia. Rimane comunque imperdibile il finale, dove all’esperimento linguistico si affianca il sapiente uso delle faccette:

Jek: allr lo vuò st kzz di tè, sì o no? >:((((

Minnie: Jk, amr mi, lo sai k il tè m fa vnr le rane in panc, e poi fcc le puzztt ;)))) e poi è kosì da vekk! :((((

Jek: vbbè, vl dir ke me lo bev da sl; ma l prssm vlt la spes l fai t, cs poi nn rmp il kzz! :(((

La critica: “‘Ho voglia di tè’ mi lascia un senso di serenità, senza controindicazioni. Come dire, è buono qui, è buono qui” (Sir Thomas Johnstone Lipton, imprenditore).