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La famiglia rompiglioni 3.0 – gli esordi

di Elisabetta Rubicone

sopranoIl motto della famiglia rompiglioni è buon sangue non mente.
Ed è proprio vero.
Chiunque nasca con sangue rompiglioni, non può che essere un perfetto rompiglioni.
Inutile sperare che la maledizione salti qualche generazione. Magari nei primi tempi, quando il nuovo rompiglioni è uno scricciolo appena nato o un dolcissimo bimbo dal sorriso seducente, ci si può anche illudere. Ma ben presto ci si deve arrendere alla dura realtà.

Prendiamo me per esempio.

Passai i primi anni di vita suscitando false speranze nei miei genitori.
Troppo piccola per andare all’asilo, mi lasciavano a casa con una sorella di mia madre, giovane e carina, che ci teneva molto alla mia formazione: appena arrivava, mi metteva in mano un giornale ed andava a discutere di non so quali problemi da grandi con un amico in camera dei miei.
Così io passavo lunghe ore nel seggiolone a giocare tranquillamente con un quotidiano, di solito la Nazione, a ridurlo in minuscole striscioline, disporle in composizioni simmetriche (avevo un precoce senso dell’ordine, peccato l’abbia altrettanto precocemente smarrito), per poi mangiarle con gusto.
Al rientro da lavoro, i miei mi ritrovavano nello stessa posizione in cui mi avevano lasciata, con una densa bavetta nero-inchiostro che mi colava dall’angolo della bocca ed un’espressione sazia e soddisfatta, come doveva averla Jorge mentre si mangiava Aristotele.
Mia zia, invece, la trovavano sempre un po’ scarmigliata e ansimante, come se avesse appena finito di correre. Quanto al suo amico, temo non siano mai riusciti ad incontrarlo.
Quando cominciai a rendermi conto che mangiare bistecche al sangue era molto più gustoso di quanto non fosse mangiare giornali, oltretutto di pessima qualità, decisi di utilizzare quei fogli in altro modo. E imparai a leggere. Quando cominciai anche a capire cosa stavo leggendo, decisi che da adulta non avrei mai comprato la Nazione.
Insomma, a tre anni ero il sogno di ogni genitore: silenziosa, tranquilla e letterata.

Fu all’asilo che cominciai a rivelare i primi sintomi.
In quella bolgia di mostriciattoli urlanti non potevo dedicarmi ai miei giochi silenziosi, anche perché le suore pretendevano di farmi socializzare con gli altri bambini. Volevano farmi giocare a tutti i costi al gioco della sedia. Quando, dopo mesi di studio, ne compresi il meccanismo (ero già allora una bimba molto analitica), decisi di buttarmi nella mischia. Così presi a picchiare ferocemente i più piccoli perché mi cedessero spontaneamente il loro posto. In fondo, perché affannarsi, quando potevo starmene comodamente ad aspettare che mi facessero sedere gli altri? Dopo una settimana il gioco fu abolito. Ero la più grossa e riuscivo facilmente a ridurre alla ragione anche i compagni più riottosi. Finiva che tutti rimanevano in piedi a rispettosa distanza, anche dopo che mi ero seduta.

Delle elementari ho ricordi poco significativi, tranne una lezione di educazione sessuale, che merita un capitolo a parte, ed il fatto che il compagno di classe di cui ero perdutamente innamorata faceva il filo alla biondina del primo banco. Da allora decisi di odiarla.
Divenne la mia migliore amica.
E presi una decisione che cambiò la mia vita: se proprio non piacevo al mio amore, allora non valeva la pena di piacere a nessuno! Fu così che intrapresi la carriera di prima della classe.
Nei restanti anni delle elementari ed in quelli delle medie, mi esercitai a fare la secchiona in maniera sempre più rigorosa.
Ogni giorno arrivavo a scuola conoscendo alla perfezione fino a sei capitoli in più rispetto a quelli assegnati. Alzavo sempre la mano, suggerivo ostentatamente quando venivano interrogati gli altri.

Al liceo la mia popolarità subì un’ impennata imprevista. Fra i miei compagni cominciò a girare la canzoncina “viva viva la rompiglione, la più amata delle secchione!”. Ma io non mi lasciai lusingare, conoscevo bene il motivo di tanto improvviso amore. Il compito di latino. Volevano che li aiutassi nelle versioni. E decisi di accontentarli.
Però feci pagar cara la mia condiscendenza. Passavo le versioni, è vero, ma le passavo tradotte in inglese.
Così la mia classe era l’unica in tutto l’istituto in cui, ad ogni compito di latino, gli studenti si presentavano col vocabolario d’inglese…

Ma non pensate male, non ero cattiva, ero solo… rompiglioni.
A parziale giustificazione del mio comportamento, devo dire che in quegli anni si infransero i due più grandi sogni della mia vita: fare la suora missionaria in Amazzonia e la cantante lirica nel resto del mondo. A cancellare il primo ci pensò il mio senso di sdegno verso l’eccessivo lassismo della Chiesa. Voglio dire, trovavo inammissibile che si consentisse ai bimbi di piangere durante le funzioni ed alle vecchine di fare le gare di velocità nel recitare il rosario. E, diciamocelo, tutte quelle gonne corte al ginocchio davanti all’altare…
Il secondo invece sbiadì da sé quando mi resi conto che aver imparato a suonare il piffero alle medie non mi qualificava come esperta musicale e che cantare a squarciagola le arie della regina della notte in una lingua ignota (che certo non era tedesco, visto che di quell’idioma conosco solo la parola “essen”) non faceva di me una cantante.
Quando poi i miei mi proibirono di cantare, pena l’espulsione perenne da casa, qualunque cosa, foss’anche l’inno della fiorentina, dovetti prendere atto del fatto che la voce non è la mia dote migliore.

E l’amore non è che andasse meglio.
La prima vera cotta la provai per il bello della spiaggia.
Era il ragazzo più conteso del paese in cui trascorrevo le vacanze.
Mi trovavo nella inusuale situazione in cui la padronanza del latino e dell’inglese non servivano a niente. In quel campo occorrevano ben altre doti. Delle quali ero totalmente sprovvista.
Con gli esponenti del sesso opposto non sapevo proprio come comportarmi.
Mancandomi quelle armi tattiche, prettamente femminili, che occorrevano per sbaragliare la concorrenza, decisi di invitare la biondina del primo banco perché mi mostrasse come fare. Lei ha sempre riscosso un enorme successo con gli uomini. La ospitai a casa mia. Sin dal primo giorno si mise all’opera e mi fece vedere come dovevo comportarmi con lui. Non ebbi il minimo dubbio sulla bontà dell’idea, finché non li vidi avvinghiati sulla spiaggia con tre metri di lingua in bocca.
Mi spezzarono il cuore.
Decisi di vendicarmi.
Feci loro da testimone di nozze.
(continua…)


26.05.2007 4 Commenti Feed Stampa