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Il pesce grosso

di Daniele Billitteri

PescaIl vecchio non pesca più. I suoi ricordi fradici sono come un destino maligno che si infiltra nelle ossa e le tortura ogni notte quando il mare brontola di Maestro. Ma pure di giorno quando l’ondina accarezza le curve dell’Isola come si accarezza una femmina che non vuole essere accarezzata e tiene la pelle increspata, ostile. Il vecchio odora il vento e di notte esce dalla tana per vedere quanta luna c’è, quella luna terribile quando splende tutta intera e tiene i totani lontani dal suo “traditore”, l’amo a grappolo nascosto dall’esca.
In questo meriggio di fine maggio il cielo è come gli occhi di un bugiardo: opaco e sfuggente. Il mare è piatto ma il vecchio sa che quella calma è apparente, e che, quando tira Libeccio, parti dall’Isola e ti ritrovi all’Ustica senza accorgertene. E tornare è come scalare una montagna. Perché non è vero che a mare non ce ne sono anche se non si vedono.
Il vecchio ha dormito. Quanti pomeriggi si sono fatti notte per chi come lui ha passato la vita ondeggiando e strappando all’inchiostro del mare i suoi abitanti sfuggenti. Oggi ha mangiato le sue sarde “a fiscaletto”, quelle che si tolgono dalla carbonella che ancora frigolano di grasso e si tengono tra testa e coda mordicchiandole lungo la spina principale. Per lui è difficile, deve tenerle solo per la testa con una mano sola perché l’altra è andata in una notte di mezza luna sotto Capo Gallo. Colpo mancino del destino che s’è preso, ironia della sorte, la sua mano mancina che impugnava la bomba difettosa. Quando si pescava con le bombe e ci si bagnava per il fungo d’acqua che si sollevava come una fontana e ricadeva lasciando a galleggiare pesci morti e stupiti. All’Isola o a Sferracavallo ne incontri tanti che hanno una mano sola e certe volte pure un occhio solo. Forse un modo del mare per pareggiare i conti quando non giochi onesto: tu ti prendi il mio pesce con l’inganno, io mi prendo la tua mano. E il vecchio pensa che il mare ha ragione. Ha sempre ragione il mare, come tutte le cose grandi, come le montagne altissime, come Dio.
“Nonno, che fai dormi?”
“Mariuccia, sangue mio. Sempre in mezzo alla strada? La mamma lo sa che sei piedi piedi?”
“Sì nonno ce l’ho detto. Sto andando da padre Pino per il catechismo. Ma ancora è presto”.
“E brava Mariuccia. Vieni qui, siediti un poco con me e mi fai compagnia”.
“Sì nonno. Che dici lo vado a prendere un gelatino?”
“Tu lo vuoi?”
“No, io no, già me lo mangiai. Lo vado a prendere per te”.
“No gioia mia, io non ne posso mangiare. Ho lo zucchero alto”.
“Che viene a dire?”
“Che ho il sangue dolce e che se ci aggiungo altro zucchero poi mi fa male”
“Allora niente. Io non voglio che stai male nonno”
“Sì picciridda mia, gioia della mia vita. La scuola? Sei brava come tua mamma?”
“Sì nonno tutto a posto. La mamma dice che l’anno prossimo mi manda a scuola a Palermo. Dice che qua la scuola media non è buona. Tanto ogni mattina mi può lasciare lei quando va all’ufficio e mi riprende all’uscita”.
“E tu che vuoi fare. Quando sei grande dico”.
“Voglio salvare tutte le balene del mondo”
“Le balene? Ma lo sai che una volta a mare ne ho vista una. Ha uscito la testa dall’acqua e mi ha fatto un sorriso”
“Ma che dici nonno, le balene non è che sorridono”
“Sì sì. Invece mi ha sorriso. E lo sai perché?”
“Perché nonno?”
“Purché sapeva che non la potevo pescare. Dove la mettevo? La mia barca era buona per portare solo me e una cesta di frittura”
“Ah ecco, ti ha sorriso perché non si spaventava che tu la pescavi?”
“Sì, per questo. Ma anche io ci feci un sorriso sai?”
“Bravo nonno. Le volevi dire che non la volevi pescare anche se avevi una barca grande grande?”
“Non lo so gioia mia. Non lo so che facevo se avevo una barca grande grande. Forse mi veniva la cattiveria e la pescavo. I pesci grossi sono così: ti mettono spavento ma pure pensi che se li peschi sei il più bravo, il più coraggioso”.
“Ed è vero?”
“No, sangue mio. Non è vero. I pesci grossi ormai li pescano con l’imbroglio”.
“Nonno, è vero che ormai li inseguono dal cielo?”
“Sì, vero è. Nel cielo alto alto volano cose…”
“I satelliti, nonno”
“Sì, quelle cose. E inseguono i pesci grossi e ci dicono dove sono. E loro ci vanno e ci sparano coi cannoni, poi se li tirano dentro la barca e li fanno pezzi pezzi e diventano buatte di pesce o bidoni di grasso. Manco le spine lasciano”.
“Sì, nonno. Lo so. Così i pesci grossi non si possono fare una famiglia, avere tanti figli e a poco a poco spariscono, finiscono. Per questo voglio studiare queste cose. Io non voglio che finiscono”.
“Ti piacciono i pesci grossi? E quelli piccoli? Quelli che il nonno ha pescato per una vita? Non ti piacciono?”
“Sì, certo. Mi piacciono pure quelli. Ma quelli sono di più. Pensa quanto tempo ci vuole per ammazzare tutte le sarde del mondo. Eppure noi ce le mangiamo quando sono piccole piccole, quando sono neonata. Ma non ha importanza, perché quelle crescono sempre”
“Insomma, non è tanto vero sai? Se peschi la neonata per tutto l’anno, prima o poi finiscono pure loro. Non c’è tanta differenza tra i pesci grossi e i pesci piccoli. Lo sai no che i pesci grossi mangiano quelli piccoli. Anzi, mangiano proprio i più piccoli. Pesci così piccoli che per vederli devi prendere la lente d’ingrandimento. Bambina mia: le cose non sono importanti solo perché si vedono”.
“Ma nonno, i pesci grandi grandi sono come i re e le regine…”
“Sì dolcino mio, ma se un re è solo, che re è?”
“Nonno, mi freghi sempre…”
“No Mariuccia, sono solo vecchio e ho visto tante cose. Ma sono contento di sapere che da grande vuoi lavorare coi pesci. Tua madre fa la professoressa, tuo zio Salvatore fa il dottore. Sono diventati importanti. Ma il merito è del mare e dei pesci che ho pescato ogni notte e che ho venduto ai ristoranti. Quando loro erano piccoli come a te io ci dicevo sempre: dovete studiare, dovete diventare dottori perché non voglio che passate una vita a buttare reti, a consare il cianciolo, a tirare la paranza. Ma mentre lo dicevo un poco mi dispiaceva”
“Perché nonno?”
“Perché il mare è come un grande maestro che ti insegna a campare bambina mia. Meglio di un padre e di una madre, meglio di qualunque scuola”
“E che ti insegna?”
“Prima di tutto ti insegna che quando sei la dentro ti devi aiutare da solo. Ci devi dare prima di lei e poi di tu. Se no si offende. Se ti prendi troppa confidenza, dico. Poi ti insegna che le cose inutili sono inutili. Ti pare strano? Invece è così. Non sai quanta gente fa cose inutili e non se ne accorge. A mare non lo puoi fare. Devi fare solo le cose giuste, ne più e ne meno. Poi impari che vuol dire stare soli. Ma proprio soli. E quando sei solo, sai?, pensi sempre a cose importanti. Ti senti piccolo piccolo ma non ti scanti. Poi impari a capire se sta cambiando il tempo, impari a non fare lo spiritoso, a non essere testa dura. Lui è grande e tu no e allora devi fare come dice lui: andarci se lui vuole e restare a casa se lui è arrabbiato. Ma quando è calmo lui è generoso e bellissimo. Così impari a non fare di testa tua, come se nel mondo ci sei solo tu”.
“Nonno ma allora perché si dice sempre che il pescatore è coraggioso. Che coraggio è se fai sempre come dice lui?”
“Il coraggio è riuscire a capire dove puoi arrivare. Se no ti senti Dio e il mare ti mangia. Perché Dio ce n’è uno solo”
“A proposito, me ne devo andare se no poi padre Pino mi rimprovera. Devo essere in parrocchia alle sei”
“Vai Mariuccia, non lo fare aspettare”.
Il tuono squarcia l’aria. Il boato riempie il cielo come un uragano improvviso. L’eco rimbalza a lungo, gli uccelli volano e il tempo si ferma.
“Che fu nonno?”
Il vecchio socchiude le palpebre, annusa l’aria, muove la mano a cercare quella che non c’è più, copre il moncherino quasi a proteggerlo.
“Vattene a casa Maiuccia”
“Ma nonno, il catechismo…”
“Niente catechismo, vattene a casa”
“Ma perché nonno, che è successo?”
“Forse hanno preso un pesce grosso”
“Ma dove nonno? E come lo hanno preso?”
“A tradimento Mariuccia. Forse lo hanno preso a tradimento”
“Un pesce grosso di quelli che stanno finendo?”
“Dipende”
“Dipende? E da che cosa?”
“Da quanti pesci piccoli restano. Piccoli come te bambina mia”.


23.05.2007 Commenta Feed Stampa