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Bianciardi senza rincorsa

di Filippo Bologna

Bianciardi
Ci sono scrittori che vorresti che fossero tuoi amici. Li vorresti accompagnare fin sotto la porta di casa. E dopo i passi le sigarette e le parole perse per strada, A domani, gli vorresti dire. Ogni aspirante scrittore ha uno scrittore da accompagnare. Il mio si chiama Luciano Bianciardi da Grosseto. Ci siamo fatti tanta compagnia, l’ho riportato a casa tante sere, e anche lui mi ha aiutato a salire le scale quando avevo esagerato col vino. Quando l’ho incontrato la prima volta ero un adolescente, un ragazzo di provincia come tanti. Quella provincia aperta ai venti e ai forestieri, come diceva lui. Per fortuna lo sono ancora, un ragazzo di provincia, nonostante da allora abbia viaggiato e veduto posti e conosciuto genti, come si diceva degli eroi di un tempo, e nonostante viva a Roma, notoriamente tra le città più provinciali d’Italia. Già, Roma. Città parassitaria, che ha sempre riscaldato il pentolone dal cui tutti mangiano con la legna verde della provincia. E il giovane Luciano Biancardi da Grosseto, anche se non poteva ancora sapere che sarebbe stato digerito dal grigio stomaco di Milano, era naturale che da Grosseto guardasse a Sud, verso il sole, dove andava a morire l’Aurelia. “Una città parassitaria, ecco cos’era Roma, e non soltanto per via dei ministeri. Si succhiava la provincia per vivere di splendida rendita. Uno di noi, a turno, andava a Roma, una volta alla settimana, ed al ritorno ci informava delle novità, dei premi letterari, dei libri che dovevano uscire, delle nuove compagnie teatrali, delle deliziose malignità che si dicevano nei caffè, dei pettegolezzi correnti. Ci spiegava che lo scrittore Tal dei Tali andava a letto con la Tale, che il regista di quel certo film era poi pederasta, mentre sua moglie se la faceva con un collega, divorziato da una pittrice lesbica. Insomma , l’intellighenzia romana, dicevamo noi, ad altro non pensava che a scambiarsi le donne. Tutti su un letto a duecento piazze, dicevamo ancora, tutti su un letto a duecento piazze avrebbero potuto mettersi gli intellettuali di Roma. Se si potesse far costruire un letto a duecento piazze, e mandarlo a Roma, diciamo in piazza Navona, che è grande abbastanza, in capo a un mese ce li troveremo sopra tutti, incastrati l’uno con ‘altro, con le loro donne, come in certi disegni fantasiosi e osceni che circolavano fra i banchi, al tempo del liceo.” (Il lavoro culturale, Feltrinelli, Milano 1957). Come lo capivo Bianciardi, come lo capisco. Non è cambiato niente, quel letto a duecento piazze è diventato a duemila, duecentomila piazze. E non c’è piazza che contenga duecentomila piazze. Anch’io ho visto salotti e scrittori salutarsi con dei “Carissimo…” e sputargli nel piatto non appena il Carissimo si fosse allontanato di qualche passo dal buffet. Che parlasse dei cenacoli di Roma, dei marciapiedi du Milano, delle gambe secche delle segretarie, delle mani ossute delle dattilografe, del menisco rotto di un centromediano, dell’accidia del corso di Grosseto negli infiniti pomeriggi d’estate, del modo di camminare dei fiorentini, tutti impettiti con le mele strette, dei minatori della Maremma, dei cineforum organizzati dal Partito (da noi, in Toscana, “il Partito”, è uno solo) o del lavoro in casa editrice, mi sembrava, in ogni riga, in ogni immagine, in ogni passo, di ritrovarmi, di nuotare nell’acqua bassa, di sentirmi a casa insomma. E poi quella lingua tagliente e orgogliosa, dalla quale bere quando si ha la gola secca, quell’eloquio altero che discende direttamente da padre Dante e al quale noi toscani ci sentiamo di appartenere come a una stirpe. La sporta della spesa si dice, la sporta, e non la borsa. Si lamentava Bianciardi in qualche pagina che non saprei ritrovare. Anche da me si dice la sporta. Atticciato, inteccherito, piglia costì, chiappa costà, il capo per la testa, sciocco per sciapo. Parole secche, brusche, precise, che prima di Bianciardi ho sentito dai vecchi del mio paese, e che pronuncio con rispetto, quasi fossero nomi di animali estinti. I libri di Bianciardi erano per me un lunghissimo déjà vu, un doloroso album di pensieri che avevo la certezza di aver intuito chissà quando, e l’amarezza di non aver mai espresso, e che nella sua prosa trovavano forza, compiutezza e forma. Mi ci voleva solo di andare a lavorare in una casa editrice perché la mimesi fosse completa. La mia inadeguatezza al lavoro d’ufficio, la renitenza all’aziendalizzazione, l’incapacità a pronunciare quel “Noi”, al posto di “Io”, tutto diventava bruciante nelle sue pagine, che mi avvelenavano e mi facevano montare incazzature sindacali e bollenti istinti di insubordinazione. “E mi licenziarono soltanto per via di questo fatto che strascico i piedi, mi muovo piano, mi guardo attorno anche quando non è indispensabile. Nel nostro mestiere invece occorre staccarli bene da terra i piedi, e ribatterli sull’impiantito, sonoramente, bisogna muoversi, scarpinare, scattare e fare la polvere, una nube di polvere possibilmente, e poi nascondercisi dentro.” (Da La vita agra, Rizzoli, Milano 1962). Per fortuna in questi ultimi anni il pensiero e l’opera di Bianciardi hanno conosciuto una sempre maggior diffusione, anche grazie alla ristampa da parte di ISBN dell’Antimeridiano, una sorta di contromeridiano – che negando legittima – e che in attesa del secondo volume raccoglie per intanto i romanzi e i diari giovanili. L’apparato critico dell’opera è del tutto inadeguato e l’intera operazione tanfa di commerciale da lontano un miglio, e credo che, se fosse ancora vivo il primo a non prenderla troppo sul sero sarebbe stato proprio lui, Luciano Bianciardi da Grosseto. In ogni modo, purchè se ne parli. Ma non voglio parlare del Bianciardi profeta della modernità, modernissimo perché antimoderno, del Bianciardi anarchico, della Cassandra che avvertiva dal falso mito del progresso, del Bianciardi che mette in piazza la sua vita (agra) e alla finestra i panni sporchi della società dei consumi. Altri lo hanno fatto altrove e con molto più acume di me, anche se sono sicuro che sul dettaglio, sul dettaglio puro, potrei vedere dove gli altri non vedono. Non voglio nemmeno speculare sul mito della morte prematura, della bohème milanese e dell’austodistruzione alcolica. Non voglio cedere all’equazione arte/vita, e per fortuna anche Pino Corrias, biografo non ufficiale (la “non ufficialità” sarebbe stata per Bianciardi la sola ufficialità possibile) nel suo splendido – e come tutti i libri splendidi, introvabile – Vita agra di un anarchico ha dribblato il pericolo: non c’è fascino, ma solitudine, e disperazione, in un alcolizzato. Non voglio parlare nemmeno dell’abbaglio dei critici che relegano Bianciardi a scrittore marginale, a provinciale di razza, Bianciardi un buttero impiegatizio, e la sua opera un bozzetto da Strapaese, quel paese vagheggiato come un paradiso perduto e al quale l’intellettuale di provincia, sempre pronto a rinunciare al suo ruolo di engagé per un fiasco di vino, una forma di cacio e una zingarata cogli amici, tornerà di continuo nella sua piccola Recherche da bar sport.
Del suo essere ironico senza mai essere allegro, come quella città che è Grosseto, quella Kansas City né terragna né marina, dove il mare non si vede ma se ne sente il profumo amaro durante le libecciate, di quella malinconia che si portava appresso, in fondo a quegli occhi acquosi da bue maremmano al giogo, del disprezzo per l’erudizione e del rispetto per l’intelligenza (eccetto che per la propria), dell’amore per i vinti, della simpatia per i deboli e della mitologia per le battaglie perse (prima su tutte quella del Risorgimento), dell’insofferenza alla bischeraggine, dell’orticaria per i camuffamenti, delle proverbiali incazzature e delle brucianti battute alle quali non sapeva – e non voleva – rinunciare, anche quando era sicuro che prima o poi gliene avrebbero presentato il conto. Dell’uomo per cui “successo” era solo il participio passato di succedere, del toscano che disse di no a Montanelli, dell’intellettuale anarchico condannato dalla sua stessa intransigenza, del maremmano votato al sarcasmo e dello scrittore consegnato all’emarginazione. Di questo vi avrei voluto parlare.

E infine di un libricino che ho trovato al Libraccio*, di quelli fuori catalogo che finirebbero al macero e che raccoglie articoli e scritti sparsi dalla sua disordinata produzione letteraria. Un libro incoerente, implausibile, che mette insieme pezzi, racconti, elzeviri. Un libro che è in fondo un blog, un blog ante litteram. Sì, perché no? E’ proprio un blog. E’ il blog di Luciano Bianciardi da Grosseto. Ecchecazzo, mica ci siamo inventati tutto noi. E in quel libro c’è un raccontino di tre Vitelloni, anzi tre Vitellini, che tornano a casa in una notte stracca, e ciondolano e parlano di cinema, letteratura e della condizione umana. Finché uno a bruciapelo se ne esce:

“Ma tu te la sentiresti di saltare quel mucchio di ghiaia?”

“Con la rincorsa o senza?”

“Senza, a piè pari.”

“Ora mi provo”.

Se non avete letto Bianciardi, con la rincorsa o senza, provatevi anche voi. Senza rincorsa, a piè pari.

(Chiese escatollo e nessuno raddoppiò, Baldini&Castoldi 1995)


19.05.2007 4 Commenti Feed Stampa