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Saper aspettare

di Wilmer Comin

AspettareLa osservo andare su e gi per il soggiorno, dal bagno allo stanzino, con laccappatoio in una mano e le scarpe da ginnastica nellaltra. Dal bagno la sento gridare apparecchia la tavola che adesso cucino. Dal divano dove sono disteso, faccio finta di non aver sentito niente, alzo il libro che tenevo appoggiato sulla pancia e riprendo dallultimo capoverso della pagina che avevo appena finito di leggere. Quando sento che mi viene vicino e mi dice a bassa voce: Verresti a darmi una mano in cucina?, capisco che non ho nessuna via di scampo e che i libri non offrono poi cos tanta protezione.
Quando siamo in cucina mi chiede: Com andata in ufficio?. E subito dopo, senza nemmeno darmi il tempo di risponderle: Hai fame? Si concentra sulle padelle che deve prendere, non si aspetta nessuna risposta. Metto la tovaglia, prendo piatti e posate, mi siedo. Le guardo il collo bianco che contrasta cos tanto con i suoi capelli neri raccolti. Indossa ancora la tuta da ginnastica; ogni volta che torna dalla palestra rimane cos, in tuta per il resto della serata. Di tanto in tanto mi rivolge lo sguardo e accenna un sorriso; un sorriso che dovrebbe dirmi molto e che invece stasera non mi dice niente.
Da dove sono seduto posso guardare fuori dalla finestra. Ottobre appena iniziato e a questora ormai si riescono a distinguere a malapena le sagome degli alberi. Non mi accontento, cos mi alzo e mi avvicino alla finestra. Oltre il giardino, le luci bianche dei fari delle auto si susseguono in una lenta processione. Mi chiedo dove stanno andando tutte quelle persone, se sono dirette a casa o a cena fuori, se corrono al cinema, o se vanno semplicemente a trovare qualche amico; vorrei sapere quanti di loro stanno tornando dalla palestra e quanti stasera si addormenteranno con un libro aperto tra le mani.
Sono ancora assorto in quei pensieri quando Mara mi dice: Vieni, pronto. Non ho fame per niente ma non so fare altro che andarmi a sedere al mio posto, di fronte a lei. Con un gesto automatico accendo la piccola tv in bianco e nero che Mara ha ricevuto in regalo quando ha sottoscritto un abbonamento annuale a Donna Moderna. Sei pollici, color alluminio. La teniamo sopra il tavolo della cucina.
Per sintonizzare i canali bisogna agire prima su una manopola e poi sullantenna. Bisogna avere una notevole sensibilit di dita e una discreta dose di fortuna per trovare un qualsiasi canale nel quale si possano vedere contemporaneamente immagini nitide e un programma decente. Poich questa operazione richiede molta pazienza, la maggior parte delle volte mi fermo al primo canale che riesco a trovare; non ha nessuna importanza che sia un canale regionale dove trasmettono delle noiose televendite di anelli in finto oro o tappeti persiani.
Conoscendo la mia indifferenza nei confronti del televisore Mara mi lascia fare senza dire nulla. Poi, non appena tolgo le dita dallantenna, senza perdere altro tempo, ma soprattutto con fare autoritario, allunga le mani e simpossessa della piccola tv. Agisce con una velocit doppia rispetto alla mia su manopola e antenna e dopo pochi secondi stiamo vedendo il Tg1. Mi guarda con un espressione soddisfatta come per dire: lo vedi, basta cos poco, cos semplice.
Dopo aver diviso equamente i piselli in ciascun piatto dice: Mi sono rotta le palle di lavorare in quel posto di nullafacenti e sempre con gli occhi rivolti ai rimasugli di piselli spiaccicati rimasti nella padella: Non ce la faccio pi. Oggi ho mandato non so quanti curriculum, a destra e a manca. Alza gli occhi e mi fissa aspettandosi da me una qualche reazione, il mio sostegno morale. Riesco soltanto a dire: Hai ragione, se ti sei rotta, fai bene a cercare un altro posto.
Da pi o meno una settimana, a cena, Mara non fa altro che parlarmi del suo lavoro, del fatto che dopo tre anni che lavora l non intravede pi nessuna crescita professionale, che lunica a lavorare seriamente solo lei mentre i suoi colleghi si limitano ad aspettare le cinque del pomeriggio per andarsene, e cos gi a cascata, fino a far cadere uno dopo laltro tutti i birilli nella sua testa. Di nuovo non so che dirle, posso solo constatare lo strike e annuire in segno di approvazione. Ma la mia testa che fa s non le basta. Continua a guardarmi fisso negli occhi.
Tu che faresti al mio posto, mi chiede. Non lo so, le dico. Hai un posto fisso, da dipendente, ti pagano bene, nessuno ti assilla e sei libera di prenderti i permessi che vuoi quando ti pare. Insomma, di certo non puoi dire che il posto di per s faccia cos schifo. Pensaci su, ecco. La guardo accanirsi sulla fettina di tacchino che ha nel piatto: usa la forchetta e il coltello come fossero due armi bianche. Mastica in fretta, poi beve un sorso dacqua ed di nuovo pronta. Io sto parlando della soddisfazione a fine giornata. Non c, mi capisci. La passivit, quellambiente di merda: mi sento svuotata. La mia compagna di stanza si fa il manicure completo ogni mattina, si porta lacetone, i dischetti di cotone, lo smalto, ma ti rendi conto? Luigi e Federico scaricano mp3 per tutto larco delle otto ore; il mio capo alle due in punto scappa con la scusa che deve andare a dare una mano a Zagarolo, dove ha una seconda casa (poverino), perch stanno vendemmiando. Prende fiato, guarda per un istante il giornalista inquadrato nello schermo che legge serio i valori degli indici MIBTEL e NASDAQ da un foglio che tiene in mano. Mara dice: Ma vaffanculo.
L per l non capisco se dedicato a me, al giornalista o al suo capo. Poi come se la tempesta fosse gi un ricordo mi chiede: Vuoi un po duva, li sciacquo un paio di grappoli?. Le rispondo di s per inerzia, sebbene finora abbia mangiato controvoglia, come quando si ha la febbre e il mangiare diventa solo un dovere fisiologico. Senza molta convinzione prendo qualche chicco duva.
Ora alla tv danno dei vecchi cartoni di Tom e Jerry. Mara tiene i gomiti appoggiati al tavolo e con le mani si sostiene il mento. Il gatto rincorre il topo ma non riesce mai a raggiungerlo. Giro lo sguardo verso di lei: vedo che sorride.
Non sono proprio capace di dirglielo. Non adesso, non stasera. Non posso informarla che io da questo pomeriggio ho definitivamente smesso di prestare la mia collaborazione coordinata e continuativa alla societ dingegneria nella quale ho lavorato ininterrottamente da quattro anni a questa parte. Nelle statistiche facevo parte della fascia di giovani che vengono assunti con quei contratti atipici redatti ad hoc per non dare nessuna garanzia. Cos, da un giorno allaltro, fuori.
Quando si alza e comincia a sparecchiare mi chiedo se sia corretto non confidarle niente, aspettare domani, parlarle quando si sar calmata. Lei di schiena, i piatti sporchi ammucchiati sul lavello, Tom che si nasconde dietro un muro e aspetta Jerry con una mazza da baseball, alta sopra la testa, pronto a colpirlo. Mi domando come fa Jerry a evitare puntualmente le insidie; se per riuscirci bisogna avere una predisposizione innata.
Non ne ho nessuna voglia ma mi offro comunque per dare una mano, per lavare i piatti. Lei dice: No, lascia, faccio io e mi chiede di prendere la tovaglia e di svuotarla delle briciole. Lo faccio volentieri, ho bisogno di sentirmi utile.
Vado verso il bagno. E da quella finestra che svuotiamo la tovaglia delle briciole; lunica che si affaccia sul giardino dellinquilino del piano terra senza incontrare le terrazze degli appartamenti sotto il nostro. Appena entro in bagno sento un puzzo di fogna che sale dalla tazza del WC. Con la mano libera abbasso il coperchio.
Quando cambia il tempo succede sempre cos; si sente questo maledetto odore. Lultima volta che venuto, lidraulico ha detto: E un problema che non si pu risolvere. Mi ha guardato con la coda dellocchio, poi ha tirato lo sciacquone. Dipende da come sono stati posati i tubi quando il palazzo stato costruito. E una questione di pendenze e sfiati, io non posso fare niente purtroppo, ha detto alla fine, quasi scusandosi per la sua impotenza.
Apro la finestra con la faccia triste dellidraulico impressa ancora nella mente e lascio che la tovaglia si srotoli oltre il davanzale. Appena si aperta del tutto la scuoto come se stringessi tra le mani delle redini e dovessi spronare il cavallo al galoppo.
Nel farlo per ho limpressione di essere solo uno che sventola la bandiera bianca per arrendersi. Col cavallo che intanto corre via a redini sciolte. Ritiro la tovaglia, mi appoggio al davanzale e cerco di non pensare a niente.
E vero: quando sta per mettersi a piovere laria ha un profumo diverso; un qualcosa che sa ti terra e di antico. Lo senti proprio: latmosfera si fa sospesa, e capisci che il cambiamento gi in atto, che piover di sicuro anche se non sai quando e per quanto tempo. Magari scender solo una pioggerellina inconsistente, quella fina e delicata che bagna i capelli come una carezza; oppure chiss, sar un vero e proprio acquazzone con i goccioloni che schizzano sullasfalto e che sbattono sul tetto come sassi. Si tratta solo di aspettare, di chiudere bene le imposte e abbassare le persiane, di ripararci alla meglio con quello che abbiamo.

(Illustrazione di Alessandro Ferraro)


8.05.2007 5 Commenti Feed Stampa