Cabaret Bisanzio, laboratorio di finzioni > Finzioni > Così me ne vado al mare

Così me ne vado al mare

di Filippo Bologna

biciCosì me ne vado al mare. Nella grande casa dei miei che odora di sale, di legno e di chiuso come la stiva di una nave. La mattina mi sveglio. Prendo la bici bianca dello zio che è morto. E pedalo. E mentre pedalo nella mente mi si compongono parole. E le parole come i denti della catena girano, e girano ancora e diventano frasi che continuano a girare, si moltiplicano e si demoltiplicano proprio come i rapporti del cambio.
Allora me ne sto al mare. Nella casa dei miei, che ho tutto e non ho nulla io, è tutto dei miei, e se fosse mia sarebbe bianca e vuota. Con un materasso per terra e basta e una pila di libri per comodino. E se fosse mia la casa, non ora, magari più in qua, ci metterei uno di quei letti giapponesi bassi di legno che hanno gli scrittori e i pubblicitari nelle loro case. Che son letti che vanno bene finché sei giovane, vanno bene per trombare, ma l’influenza allora in quei letti lì te la passi male. Avevo conosciuto un falegname di Poggibonsi che aveva rubato delle assi e dei rocchettoni di legno per avvolgere i cavi da un cantiere e me lo voleva costruire lui quel letto, usando i rocchettoni come zampe e io gli ho detto che andava bene, e poi non se n’è fatto nulla. Come di tante cose nelle vita che dici va bene, va bene, e poi non se ne fa nulla.
Lei l’ho invitata tante volte al mare. E non è mai venuta. E questo qualcosa vorrà pur dire. No, non dico il vero. Perché una volta è pur venuta. Ma dalla mattina alla sera. Fuori stagione. Il mare era basso e scuro. La spiaggia disabitata. Senza ombrelloni, senza umani. Restituita alla sabbia. Siamo stati lì, a guardare la schiena dritta del mare. Ad ascoltare le onde come un vecchio disco quando è finito e ancora gira. Senza dire niente. Poi lei si è addormentata. Era bellissima. Io l’ho guardata dormire per un tempo lunghissimo che magari era infinito e non me ne sono accorto. Sembrava una bambina. E nella grazia di quel sole pallido le ho scoperto un capello bianco sulla fronte. Il primo. Un regalo dei suoi trentanni. Avrei voluto strapparglielo e tenerlo per me, per sempre, quel capello bianco in mezzo a tutti gli altri capelli biondi che hanno il profumo del fieno appena tagliato. Poi si è svegliata. Ed è finito tutto. Per sempre credo. E’ andata a prendere un caffè. Tu lo vuoi? ha detto. Ho fatto cenno col capo guardando il mare. Lei è sparita ed è tornata dopo un tempo lunghissimo, più lungo di quello in cui l’ho guardata dormire e che magari era infinito e non me ne sono accorto. Non ho mai saputo dove è andata a prendere il caffè perché era tutto chiuso e non c’era niente intorno. Comunque lontano, perché il caffé era freddo. Poi siamo andati via che iniziava a far freddo e lei non è voluta rimanere a dormire. E qualcosa vorrà pur dire. Che i treni passano forse. Come dice mia madre. Ma passano anche per gli altri e non solo per te.
Dunque sono al mare, nella casa dei miei. E vado in bici. E pedalo. Passo davanti a quei bar dove fanno gli aperitivi e suonano quella musica da aperitivo. Quella musica ruffiana che piace a tutti, che la canticchi e ti mette sete. Non mi vesto granché. Però metto una bella giacca di velluto. Di quelle con le toppe sui gomiti. Metto sempre quella. Forse perché mi fa sentire uno scrittore. Ma nessuno mi nota, mi noto solo io. E nessuno crede che sia uno scrittore, lo credo solo io. E neanche. Pedalo piuttosto, e penso a quel falegname di Poggibonsi che voleva farmi il letto con i rocchettoni rubati al cantiere e poi non s’è n’è fatto niente. Penso che è di questo che bisognerebbe parlare. Cioè delle cose che gli uomini dicono fanno e pensano e magari poi non se ne fa niente. Perché sono le uniche cose che contano. Senza scrivere chissà cosa, a cercare le cose che non si sanno. Perché se uno scrive le cose che non sa si sente che sono cose che non sa. E di sicuro c’è qualcuno che le sa, o le sa scrivere meglio di te. O magari le ha già scritte da un altra parte in un altro tempo.
Sono al mare dunque. La mattina mi sveglio. Prendo la bici. Poso la bici. Faccio la spesa. Riprendo la bici. Poso la bici. Vado sulla spiaggia. Poi quando s’è fatta ora riprendo la bici e insomma metto tutti questi gesti uno dopo l’altro, uno dietro l’altro, come quegli scrittori americani bravi che mica son come i nostri che parlano difficile e mettono e mettono, quegli scrittori americani che tolgono e tolgono e scrivono romanzi come cataste di legna impilando frasi una dopo l’altra. Ogni frase un gesto, ogni gesto una frase. Il ragazzo attraversò la stalla. Il ragazzo si lanciò un’occhiata alle spalle. Il ragazzo spronò il mulo e si avviò sulla strada diretta a ovest. Scrivono quegli scrittori americani.
E io poggio un gesto dopo l’altro, uno dietro l’altro, e alla fine metto insieme a malapena una giornata. Un’altra giornata a cui non so dare un nome.
Anche domani mi sveglierò, prenderò la bici, poserò la bici e pedalerò, perché mi sembra di non saper far altro. E nella mente girerò parole e frasi come girano le maglie della catena. Non solo. Anche gesti, uno dietro l’altro, uno dopo l’altro. E se sarò fortunato a sera, avrò messo insieme una giornata e forse un racconto.

Poi non gliel’ho mai chiesto. Cosa pagherei per sapere dove è andata a prendere il caffè. Ogni volta che ci passo con la bici, penso qui? O forse qui? E pedalo e ci penso ancora un po’.
Finché mi allontano. Da qui, e da qui. E da quello stupido caffè.


3.05.2007 2 Commenti Feed Stampa