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F.B.A.I. Valdesi Blues

FBAI– Pronto, è l’effebbiai?
– Sì, chi parla?
– Suca
– Come??
– Suca
– Ma chi sei?
– Franco, vecchio rincoglionito, sono Nicola. Ellosò, non siamo più niente…
– Nicola! Minchia, secoli che non ti sento. E che successe? T’hanno arrubbato il cardellino?
– Se, e se mi arrubbavano il cardellino io andavo all’effebbiai? Solo tu Franco, solu tu. Ma di dove ti è uscita? E io che cerco nelle pagine gialle… prima cerco Butera Franco, poi Butera Amato Franco, poi Detective Butera… Ma ci potevo pensare mai che poi trovavo F.B.A.I: Franco Butera Amato Investigazioni? Così uno che ha bisogno uno sbirro senza la divisa a chi telefona? All’effebbiai….Dimmi tu se non è prosopopea… E comunque Franco, basta minchiate. Ho bisogno di te.
– Dimmi che dobbiamo fare Nicola. A dispositivo.

Pizzo Sella è una montagna con la faccia tagliata e nella ferita ci hanno messo una poco di case che sembrano tanti babbaluci che si arrampicano sopra le balate. Babbaluci abusivi, case tirate su dalla sera alla mattina, grande vista su Palermo con Montelellegrino a mano manca e Monte Cuccio a mano dritta. Una montagna piena di case. Una montagna piena di carte. Bollate. Sequestri, confische, puntunieri, carabinieri, finanzieri. E dove poteva stare Nicola Lombardo? Nella più alta, quella che quando ci arrivavi la machina ti dice: per favore ho i cilindri a matapollo.
Nicola, quando erano a scuola, già era un truffaldo. Le sue scuse per giustificare coi professori erano leggendarie. Una volta si era inventato perfino che era morto suo nonno che invece era solo assittato nella carrozzella a rotelle con l’ispis, l’ictus. Ma lui lo fece morire per sparagnarsi un’interrogazione in geografia che per lui le Seychelles erano sempre le Ascelles. Poi non si erano più visti per tanti anni. Franco era andato in Polizia, Nicola aveva fatto tutti i lavori: rappresentante di enciclopedie, rappresentante di grafica, rappresentante di penne stilografiche. Ma in realtà l’unica professione in cui era riuscito era quella del malo pagatore. Nessuno come lui conosce la psicologia del direttore di banca per quanti ne ha dovuti cotrastare. Da grande attore, era capace di farsi credere ricco per poi magari essere costretto a cambiare strada per non passare davanti alla salsamenteria col salsamentaro che lo cercava perché doveva pagare il conto. Poi aveva capito una cosa fondamentale. Per risolvere il problema del salsamentaro non c’era che una strada: sposarne la figlia. Non che Anna fosse una donna qualsiasi. No. Era bellissima, una ragazza intelligente, paziente che se no lo mandava a fare in culo dopo una settimana. E Nicola l’amava. Ma certo il matrimonio d’amore era stato pure un patrimonio d’amore e il salsamentaro, che a Partanna era un’autorità, aveva traccheggiato col presidente del comitato di quartiere e, catena e catenella, era riuscito a far dare a Nicola la concessione di un pezzo di spiaggia a Valdesi dove, sempre cosi soldi fatti a cassette di pomodorini, peperoni e milinciane, era stato messo su un Lido con tanto di bar, rotonda con un jubochis d’antiquariato e i vecchi posacenere di latta triangolari con la pubblicità della Cinzano che Anna aveva trovato chissà come. Valedsi Blues lo aveva chiamato e a Franco ricordava la Sirenetta che era proprio sulla Rotonda alla fine della Discesa di Valdesi, che avrà pure un nome tutto suo, ma a Palermo se lo dici tutti si chiedono: e dov’è?.
Per quanto ne sapeva Franco, la cosa andava bene e Nicola ci campava anche perché i conti li teneva Anna e soprattutto il salsamentaro che lo dovrebbero fare santo solo solo per questo.
Franco, invece, aveva frequentato l’onestà e si era fatto sbirro. Era bravo. Tanto bravo che a Trapani lo stavano ammazzando e per qualche centimetro alla fine ci aveva rimesso solo la milza e non la spina dorsale. Angela non aveva voluto sentire discussioni: si era dimesso, si ammuccava una piccola pensione, un vitalizio assicurativo e aveva aperto l’F.B.A.I con ufficio in via Monteplellegrino proprio sotto al Castel Utveggio che se si buttavano dal belvedere finivano screpentati sulla sua terrazza. Quasi.

Adesso erano seduti nell’ampio soggiorno con vista davanti ad un caffè freddo granuloso.
– Franco mi vogliono fottere…
– E mi hai chiamato per questa novità? Piedi piedi ci sono almeno duemila persone che hai fottuto tu e che avrebbero ottimi motivi per fottere te
– Non babbiare Franco, la cosa è seria
– E allora dimmela
– Tu lo sai del Valdesi Blues giusto? Le cose vanno veramente bene e durante la stagione mettiamo insieme quello che ci serve per campare tutto l’anno. Ma lo sai che per la prima volta nella mia vita non sono in rosso in banca? Insomma Anna io la dovevo incontrare quando avevo 18 anni e mi sparagnavo un sacco di casini. Insomma me la passo bene. Lo sai che mio suocero nella borgata è… sì insomma è rispettato e… mi ha messo a posto lui. Insomma Franco, io pizzo non ne pago. Per me è come l’Iva: assolto alla fonte. Ci pensa mio suocero che non so se paga o no ma comunque garantisce per me.
– Un discorso edificante Nico, dovresti tenere conferenze nelle scuole….
– E che vai cercando Franco? La faccio io solo la rivoluzione? Insomma quest’anno viene fuori la storia della droga.
– Droga?
– Si, c’è un firrio di cocaina che pare una putia. Lo sai che nel mio Lido ci vengono soprattutto i picciotti, che la sera si balla sempre. E io ho capito che c’è…. che ti voglio dire?… apprecamento. Vengono soprattutto la sera non proprio dentro ma attorno. E cominciano a traffichiare. Franco, mai due volte la stessa persona, sempre diversi. Una volta un albanese, una volta un rumeno. Ma anche gente locale, palermitani ma non di qui, della borgata.
– Ma se li vedi perché non li cacci o chiami i carabinieri?
– Franco, ma allora sei rincoglionito…Allora: io me la passo bene, u travagghiu c’è. Sul Lido campano sei famiglie sparte la mia. Qua a Mondello mi vogliono tutti bene. Mio suocero è…. mio suocero! Ora, veramente pensi che non mi sono girato per capire chi me li manda? Niente Franco, non è roba di qui. Tutti allargano le braccia e io sono nel difficile. Ogni sera dovrei armare una turilla facendo intervenire i picciotti della security. Ma una sciarra ogni sera è la morte di un locale Franco. Ti fai il nome di posto tinto e col cazzo che ci vengono più i ragazzini a bersi un mojto. Peggio ancora se chiamo i carabinieri. Quelli mandano qualche sbirro a borghese che è come se fosse in divisa e il discorso è lo stesso: mala nomina. Per non parlare che gli sbirri poi, a che ci sono, ti cominciano a domandare domande che, insomma, ognuno ha i cazzi suoi, giusto? Ma lei com’è combinato? Le fatture dove sono, gli scontrini eccetra eccetra. Sì e io campo facendo scontrini? Ma finiscila Franco, sei stato sbirro pure tu e queste cose le sai.
– Sì, le so. Ma è la legge Nico. Ma comunque dimmi una cosa: perché io?
– In primis sei amico mio e di te mi fido. Mi conosci, sai chi sono, come campo. Insomma non ti devo spiegare niente. Secondo di poi tu sei del quartiere, hai una faccia conosciuta e sei sempre piedi piedi. Nessuno vedrà facce nuove e magari si domanda cose che non si deve domandare. E poi ti sai muovere. E’ inutile che fai il santo: siamo nati tutti qua, con lo stesso certificato dove c’è scritto: io so campare. Tu non devi fare niente, mi devi solo aiutare a capire da dove viene la mano. Poi ci penso io.
– Se, ci pensi tu. E come ci pensi? Ce lo spieghi a tuo suocero e quello parla con chi deve parlare e ci portano un tir di concime per il giardino? Nico, sarò nato qui, avrò il certificato, ma sino a un certo punto.
– No, no, che hai capito? Poi ci penso io nel senso che tu vedi com’è il fatto e mi metti in condizione di avere il materiale che io poi vado dagli sbirri e ci dico: questa è la storia, che dobbiamo combinare?
– Non mi convinci
– Franco, amico mio: ho passato i miei guai, ora ho due figli che sono sangue mio, mi sono messo a lavorare bello sistemato. Non voglio essere tirato di nuovo nella merda. Aiutami. Te lo chiedo per favore.
– Va bene Nico. Ma appena spuntano le prime ginocchia pezzi pezzi a qualche albanese che ha avuto un incidente, tu mi capisci, io levo mano e non siamo più niente
– Affare fatto Franco. Tutto quello che vuoi. Io non mi muovo, non voglio sapere nemmeno che fai, dove vai, come fai. Niente. Basta che non ti fai sparare.
– Nico, m’è bastata una volta. Ora ho le mutande di latta
– Sì ma ora ci sono i kalashnikov…

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Una volta Valdesi era come una signora grassa stesa al sole. Si muoveva poco e sulla ex palude piena di zanzare crescevano solo le casine dei ricchi e i primi circoli legati al mare: il Lauria, la Vela. Per non parlare dello stabilimento che sembra così bardascio ma guai a toccarlo ai palermitani. Una volta. Poi arricchirono pure i tasci che le ville Liberty non ci piacevano, ci sembravano antiche. E allora patapum, tutte cose a terra per fare ville moderne oppure residence. Il Valdesi Blues aveva solo cinquanta metri di spiaggia che cominciavano dove finiva la spiaggia pubblica, quella gestita dal Comune. Non c’erano cabine se non un paio di spogliatoi. Il Lido consisteva in una piattaforma di legno con un bar stile tropicale con una grande tettoia col tetto di foglie di palma. La sera, quando il sole saltava Capo Gallo per tuffarsi a Occidente, la spiaggia si riempiva di tavolini per l’aperitivo e, nella zona più vicina allo stabilimento, veniva montata l’amplificazione per la musica. I ragazzi ballavano sulla sabbia, in costume. Qualche bibita, tanta carne in movimento, sudore, desiderio, sbroglio. Poi i topini si partivano per la Italo Belga e si ammuccavano nelle capanne e schiniare o, addirittura, a tignare. Non c’era, dal Lauria alla Torre, un posto così. Il Valdesi Blues era un posto unico e d’estate era saldamente inserito nella “movida” palermitana.
Franco c’era andato per tre sere di seguito con Angela. Passeggiavano con un gelato in mano preso al Chioschetto, accanto al Clubbino del Mare costeggiando la spiaggia tra le bancarelle dei coreani che vendevano treppiedi e forbicine, sfiorando quelle dei venditori di pipittoni. Si trovava di tutto: magliettine delle squadre, tricicli di plastica, bijotteria, sciarpe arabe, orologi. Di tutto
Eranoi passati e ripassati davanti al Lido e Franco aveva subito notato il movimento: gruppi di ragazzi attorno agli Scarabeo e agli scuteroni, occhiali da sole a mezzanotte, teste rasate, jeans sciddicati, cumpà di qua e cumpà di là. Ogni tanto arrivava uno e si avvicinava sorridendo. E il movimento aumentava.
Una sera Franco ci tornò da solo per sedersi su una delle panchine di spezzatura di marmo color rosa tra un’aiuola e l’altra di oleandri. Mangiava calia e simenza e guardava.
Il tipo arrivò come al solito e fece affari per un’ora. Poi si allontanò e Franco, ciondolante come uno che non ha niente di fare, lo seguì. L’uomo camminò verso il Paese ma poi girò prima del triangolo spartitraffico dove c’è il mini luna park. Li fa capolinea la 614. Salì e si sedette nel sedile proprio dietro il guidatore. Salì anche Franco mescolandosi a una comitiva di ragazzine grassottelle, sudate e scollacciate accompagnato da una sinfonia di sonerie di telefonini.
L’autobus partì e l’uomo scese a Piazza De Gasperi. Anche Franco scese e lo vide salire su una Yaris Verso grigia. Prese il numero di targa.
L’indomani, in poche ore seppe quello che gli serviva per cominciare: Salvatore Buccafusca, nato a Palermo il 23 maggio del 1969, abitante in via della Cinciallegra a Falsomiele. Professione: operaio dell’Amia, un munnizzaro. Perché mai era andato a Mondello in autobus? Troppo presto per avere una risposta. Bisognava continuare a osservare
.
Ci mise una settimana ma alla fine nel suo calapino c’erano cinque nomi, cinque uomini che andavano a Piazza De Gasperi, prendevano la 614, arrivavano a Mondello, si facevano il “turno” al Valdesi Blues, riprendevano l’autobus e tornavano a Palermo. Non erano dello stesso quartiere: uno a Falsomiele, uno allo Zen, uno al Borgo Vecchio, uno in via Oreto, uno alle Falde. Ma avevano, oltre all’età, una cosa in comune: lavoravano tutti all’Amia.
Cinque spacciatori tutti netturbini? Ma che cos’era, un’associazione? Franco ricordò che suo cugino Mario lavorava all’Amia. Non fu facile ma alla fine riuscì a ricostruire che i cinque, a turno, facevano servizio sugli autocompattatori che ripulivano Mondello e portavano la munnizza a Bellolampo. E il giovedì notte erano in servizio tutti insieme.
Ma c’era un problema. Lo spaccio non c’entrava con il lavoro. Loro a Mondello ci andavano nel giorno libero e prendevano l’autobus.

Un giovedì Franco si fermò a lungo seduto a un tavolino dell’Antico Chiosco, davanti alla fontana con la sirena. Verso le tre del mattino vide le luci gialle lampeggianti dell’autocompattatore che sbucò in piazza. C’erano tutti e cinque e cominciarono a svuotare i cassonetti pieni posteggiati davanti alla farmacia prima di Simpaty. Lavoro normale, nulla di strano. Ma, davanti a un cassonetto Franco li vide fare una cosa e capì. “Figli di buttana… ecco come fanno….”

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– Franco, sei un figlio di buttana pure tu e tua madre è femmina buona…
– Grazie Nico, è sempre un piacere quando mi fai i complimenti
– Ma come cazzo hai fatto? Io ci potevo passare ore la davanti e non capire il resto di niente lo stesso.
– Ma tu non sei sbirro Nico, io sì. E ora hai tutto per andare dai carabinieri e loro consano una bella operazione che l’indomani il Giornale di Sicilia si fa i bagni.
– Ma come hai fatto?
– Nico, tu ne mangi ricci?
– Certo Franco, e chi è che a Palermo non ne mangia? Una volta a Mondello si veniva solo per mangiare ricci, polpo, cozze scoppiate e muccuna. Ma che c’entra questo?
– C’entra, minchia che c’entra. Tu lo sai che i ricci che si mangiano sono femmine? Che quelli che ti mangi sono le uova?
– Sì, certo
– E lo sai che i ricci maschi non servono a niente?
– Sì Franco, come tutti i maschi…
– Esatto. E sai pure che sono diversi vero? Il riccio femmina è più panciuto, più grosso e ha una serie di colori: viola, marrone, verdastro
– Sì
– Il riccio maschio invece com’è? Ci andavi a pescarli all’Addaura?
– No Franco io non so nuotare e rischio di annegare pure nel vacile quando mi lavo le ascelle
– Il riccio maschio è inconfondibile: è nero antracite, ha il guscio più piccolo delle femmine ma le spine più grosse e più lunghe
– Sì, grazie per la lezione di zoologia. E allora?
– Allora me lo spieghi perché uno che vende ricci nella cesta deve avere pure una parte di ricci maschi che non servono a niente? Chi glieli porta certo lo sa che differenza c’è e gli porta solo le femmine.
– Si va be’, magari sono cose fatte così, non c’è più mestiere e sbagliano
– Ma finiscila: quelli sono soldi. Una dozzina di ricci ormai ci vuole il mutuo per comprarla. E, ammesso e non concesso, sbaglia chi pesca, certo non sbaglia chi compra le cartelle e a prima volta che ci trova cinquanta ricci maschi. Quello al pescatore se lo impaia per davanti. No, non può essere.
– Va bene, non può essere. E allora?
– Allora? E mi spieghi perché quando cinque netturbini svuotano i cassonetti nell’autocompattatore li prendono, li avvicinano al camion, li agganciano e ammaccano un bottone e invece, davanti a un cassonetto, a uno solo, prendono i sacchetti a uno a uno per metterli nell’autocompattatore? Che motivo c’è? E che motivo c’è di prendere il sacco con le scorce dei ricci e prendere tutti i maschi chiusi scartandoli tra quelli femmine aperti, metterli in un sacchetto a parte e portarseli in cabina?
– Mi stai dicendo che….
– Esatto Nico, un sistema infallibile perché nessuno guarda mai i netturbini che lavorano. Sono come ombre notturne. In fondo è un lavoro che è ancora considerato quello classico del morto di fame anche se ora ci sono laureati che si presenterebbero a un concorso per farlo. Ma una volta il netturbino era umile. Nessuno si occupa di loro. Anzi, col casino che fanno di notte, tutti non vedono l’ora che si levano di mezzo ai piedi. Io invece li ho osservati e ho visto il traccheggio
– Spiegami
– La centrale è a Balestrate. Dipende dalla famiglia di Partinico. Alleanza con la cosca dell’Arenella. Collegamento con quella della Kalsa e di Sant’Erasmo. Da lì partono i pescatori che mettono i barconi sul tetto del Transit e vanno in zona a pescare i ricci con l’acquanaut, il compressore che ti consente di stare sott’acqua. Quando riempiono le ceste, arriva il tipo dell’organizzazione e consegna una cesta di ricci maschi “lavorati”
– Lavorati?
– Sì, bucati dalla parte di sotto: levi una specie di tappo, infili dentro una bustina con trenta, 40 grammi di coca e richiudi.
– E poi?
– Poi i ricci vengono consegnati a chi li vende per strada che sono “soldati” irregolari. Non sanno tutto, ma sanno che i ricci maschi non sono un errore e non si devono lamentare. Che ci guadagnano? Che improvvisamente il loro giro di affari si allarga perché cominciano a chiamarli per matrimoni e battesimi dove si mettono a distribuire ricci a sangue di papa, accanto a quello che consa i panini con le panelle o con la milza. Come si usa adesso pure nei matrimoni dei ricchi.
– E i netturbini?
– I netturbini recuperano e poi spacciano.
– Tutto questo per vendere un poco di cocaina al Valdesi Blues?
– Nico, ma che fa babbii? Ma ti rendi conto di quanti locali del genere ci sono sulla costa da Cefalù a Balestrate? Un giro enorme, altro che Valdesi Blues.
– E ora che faccio?
– Puoi fare due cose: o vai dai carabinieri
– Ehm…..
– Esatto. O vai da tuo suocero. E con quelli ci parla lui e ci spiega che magari il Valdesi Blues fanno finta che non esiste e vanno a rompere i coglioni da qualche altra parte. Questa te la vedi tu.
– Resti sempre il migliore Franco. Ce l’ho detto a Anna: quello è proprio dell’effebbiai….

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Franco guarda l’Utveggio dalla terrazza delll’ufficio. Il Montepellegrino lo sovrasta senza ansia, gli assicura che anche stamattina si è svegliato a Palermo. Già, a Palermo. Sempre uguale dove le cose sono sempre antiche come la camminata a piedi. Nicola avrebbe risolto il suo problema senza passare dallo Stato. Eh sì: Palermo sempre uguale. O no. Ogni tanto forse no.
Entra in ufficio, alza il telefono, fa un numero

– Questura, desidera?
– Pronto, qui l’effebbiai, c’è il dottore Molteni?
– Ha detto effebbiai? Ma che dice vero?
– Si effebbiai e allora? Il dottore Molteni c’è o no?
– Glielo passo
– Pronto Franco il centralinista mi ha detto che c’è uno sbirro americano al telefono ma io ho capito subito che eri tu…
– Sì Corrado, sempre io. Tu te ne sei salito invece: capo della squadra mobile
– E che ci vuoi fare Franco, la gallina che cammina torna con la gozza piena
– Sì specialmente se uno ha sposato la figlia del prefetto…
– E che minchia Franco, e chi sei San Giorgio che lotta contro il Drago? Che ci posso fare se funziona così? Piuttosto, che ti serve? Ho da fare.
– Corrado, ne mangi ricci?