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Incipit 2.0: Incipit buttàno

di Nicolò La Rocca

oldIl silenzio resuscitava quel tanto da fottere qualunque significato al pus che mordeva la gamba del capitano, infetta e secca come una frasca bruciata. Molle era la consistenza di quel silenzio, doveva incoraggiarlo con lunghi sorsi di vino rosso, quello di cui si vantava come il papa dopo il sacramento, quello delle vigne che gli offrivano a premio dei servigi di sbirro; doveva incoraggiarlo in questo modo-bestia, e pur gli andava di assecondarlo, il silenzio, di aspettare che la bolla gli si gonfiasse proprio dentro la nasca, e lo trasformasse in un lattante, tutto puzza di nuovo e purezza, rutti e sibili.
“Ogni ragione e speranza è in me!” Bofonchiava di tanto in tanto, tra una boccata di vino e l’altra, non curandosi dei mosconi che si abbeveravano nei mille rivoli di vino che sgorgavano prepotenti dalla sua bocca spalancata come un buco nero. Ammollava la lingua nella saliva, la passava placidamente tra i denti sbreccati e tornava all’attacco:
“Ogni ragione e speranza è in me!” Insisteva, e il picciottello, che lo braccava come un cane di mànnera, gli sventoliava la piuma sulla testa, a cercare la frescura, nel caldo buttàno di quel giorno di agosto del 1571. Tastava con la mano destra la natichera soda della ‘gnura Pasquala, la quale se ne stava al suo capezzale, messa a culo a ponte, con la vesta alzata per permettere a lui, il capitano d’arme Mario de Tomasi, di arricriarsi i polpastrelli al contatto con la sua pelle calda che prima di allora solo suo marito aveva potuto toccare. La ‘gnura Pasquala doveva pazientare, per tutto il tempo che il capitano Mario de Tomasi riposava a letto, subito dopo il pasto di mezzogiorno, lui con la panza in aria a digerire il sacro mondo che aveva mangiato, e lei a culo a ponte, per scontare il debito di pena che suo marito aveva contratto con l’illustrissimo capitano di ‘sta minchia, cuppulittuni iddu e cu ‘un ci lu dici. E si stava spaccando la schiena, in quella posizione, tant’è che cercava sempre di appurare quando ddu Mario de Tomasi si addormentava, per potersi riposare. Ma quando pareva il momento giusto e la ‘gnura Pasquala si stirava la schiena per il sollievo, quello si svegliava tutto incancrenito e la colpiva sulle reni, come se fosse una giumenta, e la ‘gnura Pasquala tornava come prima, a culo a ponte, con le mani del capitano che la tastavano per trastullarsi. E quando le pareva che quella bestia d’omo volesse togliere lo sfizio di incularsela si lasciava lentamente sgonfiare, sfiatando da dietro, così da fargli passare la voglia.
Il capitano chiuse gli occhi ma li riaprì subito. La febbre, minchia! La febbre del pus! Ogni tanto urlava alla ‘gnura Pasquala:
“Girati, bestia!!!” e quella poveraccia si girava. Lui allora le leccava, con quella lingua di bue che la natura gli aveva donato, le occhiaie di stanchezza che in un mese di servizio si era conquistata. Occhi a pampina d’olivo erano ormai quelli della ‘gnura Pasquala. Poteva sentire con la lingua il gonfiore acquoso sotto la pelle della ‘gnura, apprezzare i liquido lacrimale che le sgorgava dagli occhi, amaro al punto giusto. La poveretta provava ad alloppiarsi con la testa alla parete, ma non ci arrivava. Allora il capitano le sferzava un’altra bastonata mentre il picciottello, quasi a interpretarla come un segnale, aumentava con lo sventolio della piuma.
Se ne stava così, quando poteva, tutto il santo primo pomeriggio, sdraiato lungo lungo sul letto, con una mano sulle natichere della ‘gnura Pasquala e la fronte abbrustolita, appena rinfrescata dallo scolo del sudore e dallo sventolamento della piuma del picciottello figlio della ‘gnura.
Questo aveva preteso il capitano: che fino a che il debito del marito – mastro argentiere caduto in disgrazia – non fosse stato scontato, lui potesse, o meglio dovesse portarsi con sé quel donnone della ‘gnura Pasquala, scrofa tutta minne e culo, e il figlio di lei: la ‘gnura per i suoi porci comodi di minchia grassa assatanata; il picciottello come servitore di piuma, per alleviargli le pene del caldo infiammato di quella stagione, di quel sole infuriato in alto nel cielo e luccicante come una lapide di marmo, esagerato come un iocu di focu.
Sotto, nell’aia, stavano squartando il cigno, quello che sua eccellenza Mario de Tomasi aveva indicato come pasto per la sera. Il capitano volle affacciarsi alla finestra, e lo fece di botto, pestando con la mano il naso del picciottello e spingendo a terra la ‘gnura Pasquala, con tutto il suo corredo di culazzo sfiatato.
“Tirategli il collo!” urlò il de Tomasi, “il collo! Figli di buttana! Manco un cigno sapete ammazzare!” Gli uomini della squadra del capitano d’arme non sapevano neanche squartarlo con perizia, ‘stu finocchiu di cigno.
Mario de Tomasi mirò in lontananza e scorse il macello, con lo strazio dei buoi che si sentiva come se fosse lì, dietro l’angolo. Vide i villici tutti impegnati a raccogliere il sangue che scolava dal macello: lo avrebbero mangiato bagnandoci il pane e la crusca, cercando di scartare il vomito di chi proprio non ce l’avrebbe fatto a ingoiarlo crudo e caldo.
“Vermi di terra, vermi bastardi. Vermi di carcame, schifosi”. Mormorò tra sé e sé.
Manco il tempo di cercare la bestemmia più adatta all’occasione, quella più rifinita, di tirarla fuori facendola staccare dalla gola con uno scaracchio, bello dolciastro – il de Tomasi marcava il territorio sputacchiando qua e là – che la gamba infetta si rifece sentire, prepotente e dolorosa come sempre.
“Tirategli il collo, bestie!” Urlò di nuovo, più per dimenticare il dolore alla gamba che per altro. Finalmente, Gasparuccio Zazzotto, che era il capo ciurma di quella banda di militi teste di minchia, si decise ad estrarre il coltello, e lo piantò nel collo del cigno. Il bianco delle piume parve risplendere più del solito, per un attimo, mentre l’animale veniva scaraventato al suolo dalle braccia che prima lo avevano preparato alla lama di Gasparuccio Zazzotto. Il capitano non si perse quel luccichio, aveva un grande occhio, de Tomasi, il sole che splendeva arraggiato, alto nel cielo – sì, era vero: come una lapide lustra – era proprio quello che ci voleva. Rimase affacciato alla finestra ad aspettare che la ciurma si allontanasse un momento, lasciando il cigno morto e solo al centro della ciottolata del baglio, con i primi mosconi che, dopo aver lasciato i suoi caldi rivoli di vino, già scambiavano la carne appena morta – ma era ancora calda! – dell’uccello per carcame.
“Siete una merda!!!” Strillò la ‘gnura Pasquala. “Siete niente. Come fate a non capire che siete già morto e seppellito?!”
“Che diciti vossia?!” Si infuriò il capitano sputando rutti. “Buttana di donna persa! Come vi permettete, nella condizione in cui siete? Disprezzate la mia gamba?! Ma io v’accopperò prima che essa accoppi me, ricordatevelo, ‘gnura Pasquala!!!” E mentre parlava si slacciava furioso la currìa dei pantaloni e tirava fuori la minchia eccitata per le minacce; essa già esibiva le vene gonfie di sangue zampillante, pronto a sfogare nel culo della ‘gnura Pasquala la rabbia del capitano, riempiendola tutta.
“No”, piagnucolò lei, “non mi interessa la vostra gamba!” E, raschiato uno scaracchio nel fondo della gola calda di rabbia, lo sputò sulla ferita del capitano, “capitano, voi siete morto, perché il mio parente vi farà conoscere la morte, quella che è ancora più brutta di voi”.
“Il vostro parente?!” Ringhiò mentre già accomodava il suo bacino sulle natichere della ‘gnura Pasquala e, incurante di quel buco che continuava, disperatamente, come ultima difesa, a emettere aria, piantava la minchia dritta nel culo. “Vostro marito è un debole, vostro marito mi deve quattrini, e finché non me ne avrà dati voi e il vostro picciottello sarete di mia pertinenza. Vi potrò pisciare in bocca, ricordatevelo. E adesso piegatevi che mi dovete soddisfare e chiedete al picciottello di continuare con la piuma, in altro modo lo strangolo, e se vuole girarsi si giri pure, e se vuole guardare guardi pure, basta che mi dia i giusti sventolii”.
“No, capitano, vossia non ha capito: non parlo di mio marito, sapete bene chi dovete temere: il mio figlio grande”.
“Ahahahah, Pietro Spinello detto Cissi, sapete che è alla Vicaria! Come pensate che possa aiutarvi il vostro figlio grande?”
“Uscirà e vi mangerà il core!!! Ve lo strapperà a morsi e dopo averlo masticato lo sputerà nella vostra merda!” La ‘gnura Pasquala fece appena in tempo a finire il suo arraggionamento che un rantolo le distrusse la parola.
Infine, quando il bacino del capitano l’ebbe ricoperta del tutto la ‘gnura principiò a guaire, come se qualcuno la stesse scannando viva (…)


4.04.2007 22 Commenti Feed Stampa