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Tonio

di Daniele Billitteri

pig1.jpgSi chiamava Tonio e quando arrivò a Villaciambra io avevo 11 anni e lui tre mesi. Io due gambe e lui quattro zampe. Villaciambra era una frazione di campagna dove non c’era niente. Quattro case, due piazze: Villaciambra di sopra, dove faceva capolinea il “30”, e Villaciambra di sotto dove c’era il frantoio e la Chiesa di padre Bruno che somigliava a Celentano. C’era il bar tabacchi del signor Lupo, il pollaio dei Vaglica, una microsalumeria. E basta. Poi 250 abitanti, 300 polli, sei o sette cani di tutti e Tonio, il maiale.
Tonio era l’abitante più libero del paese. Coccolato da tutti i bambini, ben nutrito di ghiande, trascorreva le sue giornate con quell’espressione sorridente tipica dei maiali, che riscattano così una nomea ingenerosa. Certo non era un animale di compagnia malgrado per noi bambini appartenesse alla proto-movida quotidiana perché un salto da Tonio si faceva sempre per portargli i (pochi) rimasugli di pranzi e cene. Il fatto è che Tonio era stato dato ai suoi nuovi padroni a pagamento di un debito. Era dunque una merce, rappresentava un valore e in quanto merce veniva tutelato ma inchiodato al suo inevitabile destino: Tonio non sarebbe morto di vecchiaia, ma sarebbe diventato un anello pregiato della locale catena di alimentazione. Tonio in realtà era un maiale provvisorio. E un futuro prosciutto.  Noi ragazzini lo sapevamo ma cercavamo di non pensarci. Ma ricordo molto bene come, mentre Tonio cresceva, veniva già squartato. In Borsa non avevano ancora inventato i “future”, l’acquisto delle merci scommettendo sul loro prezzo futuro, è già a Villaciambra si speculava sulla crescita di un maiale. A quel tempo a Villaciambra non c’erano macellerie. La carne si comprava ad Altofonte e da Altofonte veniva, con un “110 TV”, Agostino che portava il pane. La mattina alle sette in piazza arrivavano Enzino e Fiorella. Lui cristiano e lei vacca (zoologicamente parlando). C’era la fila di noi con le bottiglie mentre Enzino mungeva Fiorella direttamente nelle bottiglie. Si capisce, così, come Tonio, mentre in Italia esordiva la Grande Distribuzione, fosse una sorta di paradigma dell’economia contadina, dove il maiale te lo ingrassi sotto gli occhi, sai cos’ha mangiato eccetera eccetera…
Succedeva, dunque, che il medico condotto passasse dal recinto e dicesse al padrone di Tonio: guarda che la pancetta è mia. Chi prenotava le orecchie, chi l’intestino, chi lo stomaco. Perfino le palle, povero Tonio, quelle che non usò mai perché non ebbe il piacere di conoscere una bella maialina che, detto così, be’…fa un certo effetto. Tonio cresceva e si moltiplicavano le prenotazioni. Quando compì un anno il mercato venne chiuso perché non erano rimaste neanche le setole. E sei mesi dopo venne il grande giorno. Era una domenica, naturalmente.
Padre Bruno faceva come un pazzo perché aveva capito che alla messa delle dieci ci sarebbero andate solo le sorelle Di Natale, duecento anni in due e troppo vicine alle porte dell’aldilà per correre il rischio di infilare quella sbagliata. Gli altri tutti nella piazza di sopra dove Tonio sarebbe stato giustiziato. Alle dieci del mattino.
Per l’occasione era stato reclutato un macellatore professionista che lavorava al mattatoio di Altofonte. Un boia duro e severo senza cappuccio e con una grande zappa tra le mani nodose. Tonio arrivò col suo padrone. Non puntava i piedi. Che ne sapeva lui di salsicce ed esecuzioni? Era Tonio di Tutti e, povera bestia, non aveva capito che uno sguardo può essere affettuoso o cupido, che dagli occhi può uscire un cuore o una bilancia. Trotterellava bello grasso e sereno e non capì mai perché gli stessero legando le gambe proprio al centro della piazza.
Era una domenica d’incanto, il sole era salito in cielo sbucando a Oriente da Capo Zafferano e accorciava le ombre implacabile. L’aria si ispessiva di caldo. Villaciambra sudava di eccitazione. Il macellatore si avvicinò che sembrava il boia della rivolta dei Boxer in Cina. Sollevò l’arnese e lo calò al centro degli occhi di Tonio. Morì subito senza un grugnito, senza un tremore di nervi che muoiono un secondo dopo del cuore. Niente. Cresciuto bene, era morto meglio. Solo allora il macellatore aprì una cartella e tirò fuori coltelli, coltellacci e coltellini.
I primi a farsi avanti furono quelli che avevano comprato il sangue di Tonio, destinato a diventare Sanguinaccio. Avevano i pentoloni e il macellatore tagliò dove c’erano le arterie. Non una goccia di sangue finì nella piazza. Quando si dice il mestiere. Poi fu la volta degli acquirenti delle cotenne, poi quelli che avevano comprato i piedi. Poi finalmente si presentò chi aveva prenotato la testa. E fu un sollievo. Perché quella testa ancora lì sotto gli occhi di tutti, ricordava il Tonio vivo, tranquillo e sorridente. Teneva alto il disagio, alimentava quel minimo di pietà della quale non ci si riesce quasi mai a liberarsi. Senza testa, Tonio non era diverso dai quarti che vedevamo appesi davanti alle macellerie, ormai famosi in tutto il mondo attraverso la “Vucciria” di Guttuso.
Lo scempio di Tonio durò un paio d’ore. Dopo sei mesi nella piazza di sopra aprirono una macelleria e Enzino non portò più Fiorella ma prese l’appalto del latte ALP (Azienda Latte Palermo, quella di Renzo Barbera, presidentissimo del Palermo). Fui testimone di un giro di boa e da quella domenica io non mangiai salsiccia ne braciole fin quando non fui sicuro che la dentro non poteva esserci traccia sua e, in qualche modo, anche mia. Mi sarei sentito un cannibale. E quando sento dire a qualcuno “Quello è un porco”, prima di decidere se è un’offesa o no, mi informo sul destinatario. Perché Tonio era un porco, è vero. Ma era amico mio.


29.03.2007 14 Commenti Feed Stampa