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Le petit ami

di Wilmer Comin

Le petit ami Secondo quanto ci dice Paul Léautaud, scrivere Il piccolo amico (Garzanti, 1989) per lui è stato innanzitutto un piacere. Difficile non credergli se ci si sofferma sullo stile semplice e misurato che caratterizza ogni singola pagina che compone questo libro. Eppure dalla lettura di questa autobiografia romanzata quella che emerge è sì la figura di un uomo che ha saputo incassare i colpi a testa alta ma anche quella di una persona che porta il segno di una ferita mai del tutto rimarginata. Il terzo capitolo del libro si apre con un’epigrafe che ci fa ben capire qual è l’entità del colpo che ha prodotto questa ferita: “Mio Dio, com’è sgradevole questo bambino!”
A pronunciare questa frase è la madre del piccolo Paul, Jeanne Forestier, la grande assente, colei che abbandonò il neonato tre giorni appena dopo il parto per poter inseguire senza ostacoli il sogno di diventare un’attrice. E alla luce del trauma dovuto all’abbandono, il distacco con il quale Léautaud ci racconta la sua infanzia diventa più che plausibile. Per la stessa ragione, non ci sembra poi così tanto strano che l’autore del Journal littéraire, all’interno della cerchia dei letterati della sua epoca, si sia fatto la nomea di misantropo, di perfido e candido, di “vipera lubrica” (come ci fa presente Lanfranco Binni all’inizio della sua presentazione al libro).

In una scrittura fin troppo pacata e leggera è proprio la totale mancanza di uno sfogo rabbioso, diretto, nei confronti di quella madre egoista a farci pensare alla presenza certa di un bambino timido nascosto dietro la porta, un bambino che tiene ancora il muso, i pugni chiusi e i denti stretti; il bambino adesso uomo che tenta di mascherare il dolore con il sarcasmo, l’uomo pur sempre figlio che indirettamente viene a dirci quanto una sola donna possa valere tutte le donne.
E non è un caso che le pagine di questo libro siano frequentate esclusivamente da figure femminili. La prima a comparire è la bambinaia, alla quale Paul viene affidato per volere del padre – uomo volgare, poco incline ad allevare il figlio, unico personaggio maschile che Léautaud liquida in un paio di righe; poi è la volta della nonna materna, poi della zia (sorella della madre) e via via vediamo entrare in scena un gruppo ben nutrito di amiche dai nomi ammiccanti: Suzanne, Marthe, Lennie, Lou Lou, tanto per fare qualche esempio. Alcune di loro vengono appena tratteggiate con uno, due aggettivi al massimo; altre sono descritte con una devozione e un affetto tali da riempire intere pagine. Come nel caso di Mme Leroux che l’autore, usando un eufemismo, definisce «la professionista dell’amore».
Tutta la vicenda si svolge in una Parigi di caffè e ridotti, di appartamenti con chaise longue e donne in vestaglia, di vie dove i ricordi fanno ormai parte della struttura portante degli edifici. E’ una città che per certi versi ci ricorda quella descritta da Henry Miller in Giorni tranquilli a Clichy, una «ininterrotta teoria di caffè, ristoranti, teatri, cinema, mercerie, alberghi e bordelli».
Nel libro di Miller e anche in questo c’è un io narrante che va alla ricerca di sé stesso: ma soprattutto, in entrambe le storie a rappresentare la salvezza ci sono delle prostitute. Nel libro dello scrittore americano il protagonista – innamorato di Mara, e non corrisposto – con un gesto liberatorio regala alla prostituta tutti i soldi che ha: è un dare incondizionato, un offrire il proprio amore senza pretendere niente in cambio.
Analogamente, il protagonista del libro di Léautaud cerca nelle prostitute quell’affetto materno che gli è sempre mancato. Quando ci parla di loro non usa mai dei termini volgari, anzi; per lui quelle donne sono «creature piene di fascino», adora osservarle «mentre posano come grandi fiori» e ci fa sapere che sono capaci di riempire le sue fantasie «di colori chiari e di grazia».
Come se i ruoli fossero invertiti, è invece nel carteggio che l’autore terrà con la madre – per un periodo più o meno lungo – che troviamo un linguaggio più ardito, dialoghi licenziosi, propositi quanto meno incestuosi. Sono lettere piene di passione quelle che i due si scambiano (il figlio è ormai un uomo di 29 anni, la madre ne ha 45); una corrispondenza furtiva che la stessa Jeanne definisce un vero e proprio «romanzo d’amore». Un gioco iniziato in occasione del loro secondo incontro, avvenuto dopo vent’anni esatti di silenzio (il primo risale al 1881 quando il piccolo Paul aveva nove anni); un gioco pericoloso che s’interromperà bruscamente – anche in questo caso – per volere di lei.
E’ nella casa della nonna materna, al capezzale della zia morente (la sorella di Jeanne), che madre e figlio si rivedono per la seconda e ultima volta. Una circostanza carica di significati. Dopo una nascita si separano, prima di una morte si riavvicinano. Un destino crudele che ha voluto unire in maniera indissolubile nella memoria di Léautaud la figura della madre con il tema della morte, come a ribadire un distacco definitivo, un senso di perdita totale.

(Nell’immagine: Woman Pulling up her Stocking, 1894 Henri Toulouse-Lautrec).


27.03.2007 7 Commenti Feed Stampa